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Filologia ugrofinnica

Famiglia linguistica uralica

La questione della parentela linguistica può risultare banale se si pensa alla famiglia indoeuropea, tuttavia, nell’ambito dell’uralistica, in particolare per quanto riguarda la lingua ungherese, non è affatto scontato. Ancora ad oggi, anche all’interno dell’ambiente scientifico, vi sono delle ricerche che mettono in dubbio l’appartenenza dell’ungherese e delle altre lingue ‘maggiori’ della famiglia uralica all’interno della famiglia stessa.

Da quando è stata accertata l’appartenenza anche delle lingue samoiede allo stesso gruppo delle lingue di cui fanno parte le lingue ugrofinniche (o finno-ugriche) la denominazione della famiglia linguistica è divenuta uralica. Quindi le lingue propriamente dette ‘ugrofinniche’ e le lingue samoiede convogliano nella famiglia linguistica uralica.

Tale nome fa riferimento alla sede originaria degli antichi parlanti le lingue uraliche nelle regioni geografiche adiacenti ai monti Urali (con tutta probabilità a nord di essi), da dove in seguito essi migrarono per raggiungere le loro residenze attuali, per motivi climatici, ambientali, o per rispondere alle esigenze nomadi una volta esaurite le risorse del territorio.

Disposizione geografica

Oggi le lingue uraliche sono parlate nell’Eurasia settentrionale compresa fra la Fenno-Scandinavia e la penisola del Tajmyr nel nord della Siberia centrale, a eccezione degli ungheresi, che si spinsero molto più a sud e molto più a ovest per conquistare le terre dell’antica Pannonia nel Bacino dei Carpazi in Europa centrale. Questa è la disposizione geografica odierna delle popolazioni parlanti lingue uraliche.

Perché dedicarsi alle lingue uraliche?

Sebbene il numero dei parlanti le lingue uraliche sia nettamente inferiore rispetto a quelle indoeuropee, è di fondamentale importanza studiare le lingue uraliche in quanto senza il loro apporto non si può avere un quadro completo dell’Eurasia linguistica.

Nell’ambito della linguistica generale, le lingue uraliche offrono materiale nuovo e per molti aspetti diverso per la ricerca, dando un contributo significativo nei campi della linguistica teorica e della tipologia linguistica e costituendo un banco di prova per le ipotesi e le leggi formulate di norma in base alle lingue indoeuropee. Ad esempio, l’ungherese è divenuto molto “in voga” nell’ambito della linguistica, poiché, avendo una struttura linguistica diversa, permette di testare le teorie che ruotano attorno alla ricerca di una grammatica universale, e dunque di tratti che siano comuni a tutte le lingue umane.

Le lingue indoeuropee costituiscono una percentuale esigua di tutta la varietà linguistica esistente nel mondo. Il fatto che nonostante ciò rappresentino la base empirica più sostanziosa per le ricerche è dovuto al loro status geopolitico e al fatto che, per effetto di circostanze, siano le lingue parlate e meglio conosciute dalle figure professionali dedicate alla ricerca.

Recentemente molte delle affermazioni basate sulle lingue europee più comunemente usate e studiate sono state confutate. La ricerca sempre maggiore sulle lingue che non erano state prese in considerazione in passato ha permesso di mettere in dubbio l’universalità di tanti fenomeni linguistici presi a modello nel passato.

Sempre più studiosi mettono in luce l’importanza di confrontarsi con una varietà linguistica più ampia possibile e più rappresentativa possibile, indipendentemente dal numero dei parlanti e dal prestigio sociale e politico rivestito, per poter affinare le nostre conoscenze sul linguaggio umano e sulla grammatica universale.

Circa il 5% delle lingue è parlato dal 94% della popolazione mondiale, il restante 95% delle lingue rappresenta il 6% dei parlanti. In Europa si parla solo il 3% di tutte le lingue del mondo!

Molte lingue uraliche sono estinte (circa 10, di cui affermiamo con certezza la precedente esistenza, così come estinti sono tanti dialetti che tuttavia è difficile rintracciare) o sono a rischio di estinzione e tale condizione rende ancora più rilevante e più interessante l’indagine su di esse.

Il fatto che, come risultato delle ricerche comparative nel campo dell’uralistica, si ha un profilo storico relativamente preciso delle lingue uraliche, può agevolare le ricerche sulla storia delle lingue e delle popolazioni non uraliche, ma limitrofe.

Ogni lingua racchiude e preserva un patrimonio intellettuale e culturale unico e specifico della comunità dei parlanti che usa quella lingua particolare. Misurarsi con un modo diverso di vedere il mondo attraverso le lenti di lingue che categorizzano la realtà in modo diverso e per fornire la propria visione del mondo utilizzano una strutturazione linguistica peculiare è una cosa che ci arricchisce anche come persone.

Protouralico

Come abbiamo detto, in un periodo precedente si sarebbe parlato di protougrofinnico; ad oggi, invece, a partire dal protouralico distinguiamo due grandi ramificazioni: da un lato, il protofinnico, e dall’altro le lingue samoiede, originariamente non facenti parte della famiglia linguistica uralica.

Trattandosi di popoli nomadi, le denominazioni linguistiche sono spesso legate a punti di riferimento geografici (monti, laghi e soprattutto fiumi, come ‘obugrico’ o ‘finnovolgaico’, in quanto l’acqua costituisce una condizione essenziale per la sopravvivenza di una comunità).

Possiamo notare come una caratteristica delle lingue uraliche sia quella di avere due denominazioni: una interna (per se stessi) ed una esterna (per gli altri) – la denominazione interna sta tra parentesi.

L’ungherese è la lingua uralica più importante, per via di:

  • Attestazioni più antiche;
  • Numero di parlanti;
  • Visibilità culturale;
  • Patrimonio letterario.

Gruppo obugrico

* Lingue ugriche dell’Ob (fiume russo): parenti più prossimi dell’ungherese.

* Finno-permico o finno-permiano.

* Come obugrico fa riferimento al fiume Ob, finnovolgaico fa riferimento al fiume Volga. Come si vede, il mordvino possiede due dialetti principali, con differenze abbastanza notevoli (mokša o mordvino occidentale ed erzja o mordvino orientale).

Alcuni dati numerici

  • 7097 (vd. Ethnologue: Languages of the World – l’Ethnologue è un prezioso database creato da linguisti di tutto il mondo);
  • Secondo stime approssimative ogni due mesi si estinguono due lingue;
  • La maggior parte delle lingue ha circa 5-6000 parlanti;
  • Ci sono meno di 80 lingue parlate da più di 10 milioni di persone;
  • Il 95% delle lingue viene usato come lingua madre da meno di 1 milione di persone;
  • Circa 5000 lingue vengono usate da meno di 10.000 persone;
  • 1700 lingue sono usate da meno di 10 parlanti. Queste lingue sono destinate ad estinguersi in tempi brevi a causa del rapido sviluppo della comunicazione e dell’educazione;
  • Nella lista delle lingue stilata in base al numero dei parlanti, l’ungherese si trova al 42º posto (il 99% delle lingue lo seguono);
  • Vi è (nella teoria) una politica linguistica da parte dell’Europa in virtù della quale da circa 15-20 anni si è iniziato a discutere del problema delle lingue in via di estinzione suggerendo di tenere un occhio di riguardo nei loro confronti. Innanzitutto è stata ideata una sigla maggiormente rispettosa per connotare quelle lingue conosciute come ‘minori’ => LWULT (Less Widely Used and Lesser Taught) languages.

Vulnerabilità e rischio di estinzione

Indubbiamente, il numero delle lingue la cui sopravvivenza sia ritenuta in pericolo dai ricercatori è aumentato negli ultimi tempi.

Non c’è un’area geografica al mondo in cui non vi siano lingue in pericolo di estinzione. Le cause che minacciano la sopravvivenza delle lingue possono essere presenti sia in regioni economicamente e socialmente sviluppate sia in quelle sottosviluppate.

Circostanze sociali, economiche, politiche, legali ed ecologiche hanno un’influenza notevole sulla vitalità di una lingua, anche perché tali circostanze conferiscono prestigio o mancanza di prestigio ad una lingua. I parlanti di una lingua ‘prestigiosa’ non hanno alcun problema né ad assicurarsi la sopravvivenza della propria lingua né tantomeno ad affermarla su di un’altra meno ‘prestigiosa’; dal canto loro, i parlanti di lingue percepite di minor prestigio tendono ad abbandonare più facilmente la propria lingua e ad adottare quella della comunità più influente in quella data area.

Le lingue cambiano ininterrottamente e inarrestabilmente. Una delle conseguenze del processo di cambiamento può essere l’estinzione o la nascita di una lingua. Ad esempio, le lingue pidgin o creole, che nascono in situazioni di immediata necessità di comunicazione, tramite la fusione delle lingue parlate da coloro che necessitano di comunicare. In conclusione, il cambiamento linguistico non solo è un fenomeno naturale, ma una caratteristica distintiva di una lingua viva.

Il futuro delle lingue

Secondo alcune stime entro 100 anni il 90-95% delle lingue sarà estinto e in pericolo di estinzione. Secondo i pessimisti resteranno 40-50 lingue alle quali saranno tradotti i software Microsoft e i menu dei telefoni cellulari. Più o meno la stessa sorte toccherà alle lingue dei segni: quelle ‘minori’ saranno sopraffatte da quelle più frequentemente usate.

La situazione delle lingue uraliche (parte 1)

La famiglia linguistica ha circa 23 milioni di parlanti (di cui già 15 milioni rappresentano solo parlanti ungherese). Tra le 136 famiglie linguistiche del mondo, quella uralica è caratterizzata dal fatto che la stragrande maggioranza delle sue lingue sono considerate in pericolo di estinzione.

Ad eccezione del finlandese (o finnico), dell’estone e dell’ungherese, che costituiscono le lingue ufficiali dei rispettivi Stati, tutte le altre lingue uraliche, che non possiedono un proprio status autonomo, possono essere posizionate ad un certo grado di vulnerabilità sulla scala delle lingue a rischio di estinzione.

Confronto tra la famiglia indoeuropea e la famiglia uralica

Famiglia indoeuropea: circa 150 lingue, 3 miliardi di parlanti.

Famiglia ugrofinnica (uralica): circa 25 lingue, 25 milioni di parlanti.

Le lingue che hanno il maggior numero di parlanti (i numeri si intendono in milioni):

  • Cinese mandarino (famiglia sino-tibetana): 1051;
  • Arabo (famiglia camito-semitica): 422;
  • Hindi (famiglia indoeuropea): 366;
  • Inglese (famiglia indoeuropea): 341;
  • Spagnolo (famiglia indoeuropea): 322;
  • Bengalese (famiglia indoeuropea): 207;
  • Portoghese (famiglia indoeuropea): 176;
  • Russo (famiglia indoeuropea): 167;
  • Giapponese (lingua isolata, finora non collocata in nessuna famiglia): 125;
  • Tedesco (famiglia indoeuropea): 100;
  • Coreano: 78;
  • Francese (famiglia indoeuropea): 78.

Possiamo notare che, a parte il cinese e l’arabo (anche per via dell’area geografica che esse coprono), che appartengono alle famiglie linguistiche sino-tibetana l’uno e camito-semitica l’altro, la componente indoeuropea è quella che può vantare un maggior numero di parlanti.

Le attestazioni linguistiche più antiche

Le prime testimonianze indoeuropee

Nell’ambito linguistico molto importanti sono le attestazioni e la loro datazione per poter studiare il processo di cambiamento della lingua ed anche le affiliazioni delle varie lingue, così da poter svolgere un lavoro più certo e puntuale.

  • Greco: att. 800 a.C.;
  • Latino: att. 550 a.C.;
  • Scandinavo antico: att. 160 d.C.;
  • Gotico: att. 350;
  • Irlandese: att. 500;
  • Anglosassone: att. 660;
  • Tedesco: att. 775;
  • Spagnolo: att. 800.

Le prime testimonianze ugrofinniche => Ungherese

Per le lingue uraliche, più scarse di attestazioni, si deve soprattutto ricorrere a ricostruzioni (anche, ad esempio, per quanto riguarda cambiamenti fonetici):

  • Lettera di donazione delle suore della valle del Veszprém (Aveszprémvölgyi apácák adománylevele): 1002 (in greco)/1109 (in latino) => pertanto l’attestazione è interamente in greco, nella sua variante del 1002, ed in latino, nella sua variante del 1109, e a costituire una prima testimonianza della lingua ungherese sono esclusivamente dei toponimi e dei nomi propri di persona;
  • Lettera di fondazione dell’abbazia di Tihany (Tihanyi Alapítólevél), località sul lago Balaton: 1055 => anch’essa scritta in latino, ci offre però un’intera frase in Ungherese;
  • Orazione funebre (Halotti Beszéd): 1192-1195 => prima attestazione interamente in ungherese pervenutaci (sebbene dall’analisi, per via della qualità linguistica, sia risultato che non può trattarsi del primo scritto in ungherese). Si tratta di una traduzione libera dal latino, che può dunque darci l’idea dell’aspetto dell’ungherese in quell’epoca (invece, successivamente, a partire dal XIII-XIV secolo con la creazione dei primi codici in ungherese il modello latino si impone fortemente sulla lingua ungherese con degli sdoppiamenti veri e propri della qualità linguistica, che si ritrova in seguito con l’introduzione di una lingua letteraria ungherese);
  • Lamenti di Maria in antico ungherese, sotto forma di poesia (Ómagyar Mária-siralom): att. 1300.

In conclusione per le prime attestazioni, che pur presentano solo alcuni toponimi in ungherese, dobbiamo attendere ben due millenni dalle prime attestazioni interamente in greco.

Le prime testimonianze ugrofinniche => Finnico

Mikael Agricola vescovo di Turku:

  • Abc-kiria (att. 1537-1543): libro dell’alfabeto;
  • Rucouskiria Bibliasta (1544): libro di preghiere;
  • Se Wsi testamenti (1548): il Nuovo Testamento.

Le prime testimonianze ugrofinniche => Sirieno

Del gruppo finno-permico, con denominazione interna komi;

Stepan Chrap detto il Santo, o anche Stefano di Perm (1340-1396), missionario russo:

  • Convertì i sirieni alla fede cristiana;
  • Di origine russa, ma imparò il sirieno!;
  • Creatore dell’alfabeto sirieno (1372): l’abur o anbur <--- an + bur (~a-bi-ci), derivante da lettere cirilliche e greche, e dai segni tribali sirieni, nell’aspetto simili a rune. Usato fino al XVII secolo, poi sostituito dal cirillico.

La situazione delle lingue uraliche (parte 2)

Le lingue uraliche che non costituiscono la lingua ufficiale di uno Stato autonomo sono parlate nella Federazione Russa, nei Paesi scandinavi e in Lettonia.

Per quanto sia possibile ricostruire, dall’anno 1000 fino al XIX secolo sono morte 10 lingue uraliche, senza considerare i molti dialetti => sono state sostituite dal russo, dal mongolo e da lingue turciche. L’ultima ad estinguersi è stata la lingua kamass, il cui ultimo parlante è morto il 20 settembre 1989.

Tra le lingue uraliche a maggior pericolo di estinzione si trovano alcune lingue samoiede, in particolare lo nganasan parlato nella penisola del Tajmyr, qualche dialetto delle lingue ugriche dell’Ob e la lingua voto appartenente al gruppo baltofinnico.

Sono in forte pericolo anche i parenti più stretti degli ungheresi, i mansi. Questo gruppo etnico, che vive nella regione occidentale della Siberia, è diventato una minoranza estremamente ridotta nella vasta area di oltre mezzo milione di chilometri quadrati abitata dai loro antenati già nel 1000 a.C. lungo il fiume Ob e i suoi affluenti.

Nel 1989, i Mansi rappresentavano solo lo 0,6% della popolazione dell’area, mentre i Khanty, facenti parte del gruppo ugrico dell’Ob insieme ai Mansi, costituivano l’1,8% della popolazione. Dopo il 1989, il loro numero cominciò però ad aumentare: nel 2002 i Mansi erano più di 11.000, mentre il numero dei Khanty contava circa 30.000 unità.

Cosa significa per una lingua “essere in pericolo di estinzione”?

Non significa necessariamente il rischio di estinzione della comunità dei parlanti!

La vulnerabilità di una lingua inizia sempre in una comunità di parlanti bilingue o plurilingue, quindi è il risultato di contatti linguistici (la stragrande maggioranza dei parlanti nel mondo è bilingue o plurilingue!).

In Europa la Svizzera e forse anche il Belgio sono considerate società bilingui stabili (sono ovvero riusciti a mantenere la vitalità di entrambe le lingue, anche grazie ad un’attenta politica linguistica), ma questi esempi sono piuttosto rari.

I parlanti di minoranza nella comunità multilingue di norma passano progressivamente dall’uso della lingua nativa a un’altra, di solito quella maggioritaria, rinunciando di fatto alla loro prima lingua. Queste comunità vivono in società bilingui instabili.

La vulnerabilità linguistica ha diversi gradi => è stata stilata una scala che diversifica e spiega i diversi gradi di vulnerabilità.

In generale possiamo dire che il pericolo di estinzione esiste per una lingua quando i parlanti sono in grado di usare la propria prima lingua in ambiti linguistici sempre più ristretti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/19 Filologia ugro-finnica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saraluigiatomassetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di filologia ugro-finnica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Rózsavölgyi Edit.
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