Concetti Chiave
- Nella III bolgia dell'VIII cerchio, i simoniaci sono puniti a testa in giù, con i piedi avvolti dalle fiamme, simbolo del loro peccato di aver trascurato le cose celesti per interessi terreni.
- Il colloquio con Niccolò III è caratterizzato da elementi comici e grotteschi, evidenziati dal contorcersi dei piedi infuocati e dalle rime aspre utilizzate da Dante per descrivere il dolore della situazione.
- Niccolò III commette un errore di persona scambiando Dante per Bonifacio VIII, permettendo a Dante di inserire il suo nemico politico nell'Inferno in modo simbolico.
- Dante lancia un'invettiva contro la corruzione della Chiesa, personificata in Niccolò III, evidenziando la cupidigia e il disprezzo per i papi simoniaci.
- Il comportamento di Niccolò III, con i piedi che si agitano, accentua il grottesco dei papi simoniaci e simboleggia gli effetti devastanti della simonia sulla Chiesa.
La Punizione dei Simoniaci
Nei versi 46 -87 del XIX canto dell’Inferno, Dante descrive il colloquio con il papa Niccolo III. Siamo nella III bolgia dell’ VIII cerchio, in cui sono puniti i simoniaci, cioè coloro che in vita fecero commercio degli incarichi religiosi e dei beni della Chiesa. Essi sono infilati a testa in giù e ammucchiati in cavità scavate nella pietra; l’ultimo arrivato tiene le gambe ed i piedi all’esterno. La pena è inflitta per contrappasso: infatti la posizione rovesciata è simbolo del peccato di coloro che in vita avrebbero dovuto rivolgere i loro interessi verso le cose celesti, mentre si sono interessati alle cose terrene. Le fiamme in cui sono avvolti i piedi sono l’imitazione capovolta dello Spirito Santo che discese sugli apostoli nel giorno della Pentecoste. La condanna non è solo rivolta ai ministri di Dio, ma anche a tutta la Chiesa, colpevole di aver rovesciato la propria missione nel rivolgere i propri interessi solo verso vantaggi politici e temporali, anziché spirituali.
Il Colloquio Grottesco
Il colloquio con Niccolò III ha aspetti comici e grotteschi sottolineati dal movimento dei piedi infuocati che si contorcono a seconda dell’intensità del dolore, dalla similitudine del fuoco sugli oggetto cosparsi di unto o del frate che sta confessando un sicario nel momento in cui viene sottoposto alla propagginazione [La propagginazione era un metodo di esecuzione capitale, usato nel Medioevo. il condannato veniva calato a testa in giù in una buca, che poi veniva riempita con la terra in modo che il condannato morisse per soffocamento.] Anche le rime aspre a cui Dante ricorre per descrivere questo episodio hanno lo stesso scopo: gambe/intrambe/strambe; giunte/unte/punte; stanca/anca/zanca.
L'Errore di Persona
Niccolò III cade in un equivoco perché scambia Dante per Bonifacio VIII e pensa che quest’ultimo sia ansioso di entrare nell’imboccatura del foro per spingere quindi Niccolò III più in basso. Nel 1300, quando Dante scrive la Divina Commedia, pur essendo papa Bonifacio VIII ancora in vita, con l’episodio di scambio di persona, Dante riesce lo stesso a collocare nell’Infermo il suo più grande nemico politico. Queste sono le parole che Niccolò rivolge al presunto Bonifacio VIII: “Ti sei saziato così presto di quella ricchezza in vista della quale non esitasti a sposare col tradimento la Chiesa e quindi a disonorarla?” L’attacco personale è molto forte: Bonifacio VIII è chiaramente accusato di aver commesso due colpe: di essere un simoniaco e di aver spinto Celestino V a rinunciare alla nomina di papa pochi mesi dopo l’elezione, rinuncia che porterà lo stesso Bonifacio VIII sul trono pontificio. Virgilio invita Dante a far presente che c’è stato uno scambio di persona e il dannato, in segno di ira e di dispetto per essersi scoperto in modo imprudente agita intensamente i piedi.
L'Invettiva di Dante
Dante estende la sua intenzione polemica contro papa Niccolò III anche nei confronti di tutta la Chiesa e della corruzione papale in genere. Il ritratto del papa simoniaco è bizzarro (errore di persona, piedi e gambe che si agitano) perché il Poeta vuole raffigurare gli effetti devastanti della simonia e contemporaneamente il proprio disprezzo per la cupidigia corruttrice della Chiesa e dei papi. Niccolò II prende la parola, indicando la sua casata, gli Orsini, che aveva come stemma di famiglia un orso, che è il simbolo dell’ingordigia. Sottolinea che nella vita fu così avido di ricchezze per accrescere il potere dei suoi congiunti che nel mondo mise in borsa tante ricchezze come ora, nella bolgia dei simoniaci ha messo in borsa se stesso. Dante ne approfitta per lanciare un’invettiva contro la Chiesa corrotta che viene personificata in una bella donna che si vende ai re come se fosse una prostituta. E mentre Dante parla così, per ira o per presa di coscienza, Niccoolò III scalcia violentemente con entrambi i piedi, accentuando ancora una volta l’aspetto grottesco dei papi simoniaci.
Domande da interrogazione
- Qual è la pena inflitta ai simoniaci nell'Inferno di Dante?
- Qual è il significato del colloquio tra Dante e Niccolò III?
- Come si manifesta l'equivoco tra Niccolò III e Dante?
- Qual è l'intenzione polemica di Dante nei confronti della Chiesa?
- Qual è il simbolismo dell'orso nel discorso di Niccolò III?
I simoniaci sono puniti a testa in giù, infilati in cavità scavate nella pietra, con i piedi all'esterno, in un contrappasso che simboleggia il loro interesse per le cose terrene anziché per quelle celesti (testo).
Il colloquio ha aspetti comici e grotteschi, evidenziati dal movimento dei piedi infuocati di Niccolò III e dalle rime aspre di Dante, che servono a sottolineare il dolore e la corruzione dei simoniaci (testo).
Niccolò III scambia Dante per Bonifacio VIII, credendo che quest'ultimo voglia spingerlo più in basso, permettendo a Dante di criticare il suo nemico politico, Bonifacio VIII, per la sua simonia e la manipolazione della Chiesa (testo).
Dante estende la sua critica alla corruzione papale, rappresentando Niccolò III come un simbolo dell'ingordigia e della cupidigia della Chiesa, personificata come una donna che si vende ai re (testo).
L'orso, simbolo della casata degli Orsini, rappresenta l'ingordigia di Niccolò III, che accumulava ricchezze per il potere della sua famiglia, ora riflesso nella sua condanna nell'Inferno (testo).