I quaderni di Serafino Gubbio operatore
Storia editoriale
L’opera è caratterizzata da una lenta e graduale gestazione. Già nel 1904 Pirandello aveva parlato in una lettera ad Angelo Orvieto di un romanzo, “Filauri”. Un romanzo con quel titolo sul mondo del cinema, dallo stesso nucleo narrativo del Serafino Gubbio, fu proposto per la stampa nel 1913 a Luigi Albertini, responsabile di “La Lettura”, mensile del Corriere della Sera: venne poi rifiutato perché ritenuto non adatto ai normali contenuti del mensile.
Esce a stampa in sei puntate ne La Nuova Antologia nel 1915 con il titolo “Si gira...”, mentre esce in volume l’anno dopo con Treves, con lo stesso titolo, con lievi modifiche. Ancora si parla di “fascicoli” al posto di “quaderni”. Nel 1925 fu pubblicata in volume l’edizione Bemporad con il titolo attuale e con alcune varianti rispetto al 1916.
Pirandello e il cinema
Nel 1915 è ancora pressoché nulla la collaborazione con il cinema, a parte per alcune collaborazioni per la stesura di copioni. Il primo film tratto da un’opera di Pirandello sarà girato solo nel 1920 da Mario Camerini che traspose la commedia. Atteggiamento dubbioso e ostile nei confronti del cinema: esplicita presa di posizione nell’articolo del 1929, sul Corriere della Sera.
Fascinazione ambivalente per il cinema, condannato per la sua totale resa agli effetti artificiali, per cui si schiera apertamente a favore del teatro. Disprezzo umanistico nei confronti del nuovo mezzo e anche timore nei confronti della strumentazione meccanica che sta per prendere il sopravvento. Questa opinione non impedirà la collaborazione con molte case cinematografiche, anche per la stesura di sceneggiature tratte dai suoi testi. Propone come soluzione la cinemelografia, ossia l’accompagnamento con immagini di melodie senza parole: la parola appartiene infatti alla letteratura e al teatro che è sua diretta emanazione.
Struttura
Il romanzo si articola in sette quaderni, a loro volta suddivisi in capitoli senza titolo, per un totale di 35 (6+5+6+5+5+4+4). È narrato in prima persona in presa diretta (a differenza della prima persona rievocativa di Mattia Pascal), e si presenta come resoconto delle proprie disavventure in forma di note diaristiche scritte. Romanzo costituito dal monologo interiore del protagonista, che registra tutte le vicende e le contrappunta di riflessioni.
Anche all’apparente semplicità del romanzo, che appare come una successione nuda di note diaristiche, corrisponde la complessità della materia narrata. L’azione si concentra nella seconda metà dell’opera, con meno paragrafi ma con estensione maggiore. I primi due quaderni contengono una sorta di narrazione degli antefatti della storia, e sono importanti in quanto viene diluita l’autopresentazione del narratore. Tuttavia, a differenza de Il fu Mattia Pascal, il narratore non parla molto del suo passato. Manca un prologo: l’opera è caratterizzata dalla presenza di un flusso ragionativo, da un monologo in fieri che evidenzia come le memorie siano svincolate dalla presenza di un pubblico. L’anacoluto iniziale rivela quasi il marchio stilistico della narrazione: il procedere destrutturato della narrazione di Serafino, che segue un fluire non condizionato dal rapporto causa – effetto. Affiora quindi l’allusione costante a fatti, dialoghi, situazioni, imbrigliati però nel vissuto e nelle cogitazioni della voce narrante, che sottopone gli eventi al suo sguardo deformante.
In altre parole, Pirandello riporta in modo volutamente parziale e frammentario gli eventi, sottoposti a una dispersione centrifuga dettata da impulsi incoerenti e illogici. Il verbo studio, al presente, si contrappone semanticamente alla professione del narratore, ossia girare in modo automatico la manovella, senza alcuna partecipazione emotiva. Operazione di corrosione di alcuni generi del romanzo tradizionale: parentesi idilliche a Sorrento a cui si contrappone l’orizzonte cittadino.
Tematiche
- Alienazione e disumanizzazione del mondo industriale, anche con l’animalizzazione.
- Mercificazione dell’arte, prodotti di consumo.
La vicenda ha al suo centro una profonda riflessione sull’incerto futuro della letteratura, delle arti, delle discipline umanistiche che stanno per essere soppiantate dalla macchina. La disumanizzazione rappresentata si pone in aperta polemica con l’apologia futurista della modernità. L’animalizzazione del personaggio è frequente nel romanzo novecentesco, in quanto fa risaltare la perdita d’identità dell’individuo.
Primato del senso della vista
- Vista artificiale, impassibile, automatica della macchina da presa.
- Vista come comunicazione che sostituisce la parola in autentica o smarrita nel mutismo.
- Vista ulteriore che va al di là della realtà fenomenica, quindi al di là della maschera: coglie gli aspetti più profondi dell’esistenza.
Da notare come, nonostante si fosse nel periodo della prima guerra mondiale, il romanzo resta impermeabile alla realtà politica di quegli anni.
Differenza tra i due titoli
- Si gira...: Verbo impersonale e/o riflessivo, a seconda della sfumatura di significato che gli si vuole attribuire (relativizzazione del senso). Non si sa chi compie l’azione, ma si intuisce che è riferito al mondo del cinema. I puntini di sospensione indicano movimento.
- I quaderni di Serafino Gubbio operatore: Titolo nominale, senza verbo: si tratta di un oggetto di cui si specifica l’appartenenza. È chiarita la presenza di un autore. Per cui si passa dal mondo del cinema a quello della letteratura. Titolo statico, con stasi di sostantivi. È anche il soprannome del protagonista. Si afferma il valore del nome proprio, come se fosse una sorta di testamento. Il nome evoca un angelo e Francesco di Assisi, ed è come se si trattasse di un angelo della società moderna che si è autoescluso.
Ricezione del romanzo
Da tenere come punto di riferimento è il film del 1936 di Charlie Chaplin, “Tempi moderni”, che in particolare nella prima parte denuncia, attraverso il suo umorismo, la civiltà delle macchine. Il protagonista si muove ormai in modo meccanico, tanto da continuare il movimento rotatorio della stretta degli ingranaggi anche durante la pausa. Inoltre, nella scena più iconica del film, viene ingoiato e digerito dalla macchina. Chaplin vuole anche denunciare l’ossessione degli imprenditori per il guadagno, inventandosi una macchina che nutre a forza gli operai, che in questo modo lavorano di più e sono più produttivi. Si svela subito tuttavia la ridicolaggine di questa invenzione, che va in tilt e imbocca a forza il povero Charlot. Anche nei quaderni il profitto economico domina sui valori individuali: non a caso, Arcangelo Leone De Castris (1929 – 2010) parla di chapliniana figurazione in “Storia di Pirandello” (1971).
Theodor W. Adorno (1903-1969) valuta in chiave polemica le innovazioni tecnologiche dell’epoca moderna, in quanto strumento di asservimento totalizzante delle coscienze. In particolare si rimanda a Minima moralia (1951) e Teoria estetica (1970). Questo romanzo viene citato da Walter Benjamin (1892 – 1940) nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936). Il critico tedesco evidenzia come la riproducibilità tecnica delle pellicole e delle fotografie abbia prodotto due risultati principali, ossia la desacralizzazione dell’opera artistica intesa in senso classico, unica e irriproducibile; la democratizzazione dell’opera d’arte, ossia la maggiore possibilità di fruizione. In particolare Benjamin cita “Si gira...”, di cui lesse l’edizione del 1916 in francese, per quanto riguarda le considerazioni di Pirandello sugli attori cinematografici, la cui interpretazione viene filtrata dalla macchina, e quindi è meno autentica. La macchina infatti interviene sull’inquadratura dell’attore, e ciò influenza la sua performance. Oltre a ciò, l’attore di cinema non ha un contatto diretto con il pubblico, e quindi non può adeguare la sua interpretazione alle esigenze di quest’ultimo.
Benjamin nella postilla conclusiva del saggio parla del futurismo, dei valori che propone e di come questi abbiano contribuito alle tendenze imperialistiche del fascismo. Quindi l’estetizzazione della guerra diviene per Benjamin forma di mistificazione propagandistica delle ragioni effettive che causano gli scontri armati. Anche Pirandello nel corso del romanzo allude in maniera critica al Futurismo, movimento che proprio il 15 novembre 1916 pubblicava su “L’ Italia futurista”, a firma di Marinetti, Bruno Corra, Emilio Settimelli, Arnaldo Ginna, Giacomo Balla, Remo Chiti. Si parla del cinema come di una sinfonia poliespressiva, e come mezzo idoneo alla poetica della simultaneità. Per quanto riguarda il Futurismo in sé, il manifesto, articolato in 11 punti, appare su Le Figaro il 20 febbraio 1909: viene esaltato il pericolo, la velocità, la guerra, demonizzati i libri, i musei, le biblioteche, ossia tutto ciò che fa riferimento al passato, per cui “passatista” diviene per i futuristi un termine assolutamente dispregiativo. Non muovono dalla tradizione come Pirandello, bensì vogliono prenderne le distanze, porsi in netto contrasto con essa. Arnaldo Ginna nel 1916 diresse e produsse, in collaborazione con Giacomo Balla, Corra e Marinetti, Vita futurista, articolato in 12 episodi ambientati a Firenze; ora rimangono solo pochi fotogrammi. L’autopromozione dei futuristi avviene tramite brevi slogan a effetto, come nelle pubblicità, oppure attraverso scandali e provocazioni per suscitare la reazione emotiva del pubblico.
Quaderno I
Il romanzo si apre con il verbo “Studio”, che prelude al carattere riflessivo del protagonista, che si prefigge di analizzare il comportamento umano in una prospettiva personale e universale. Già nel primo capitolo si insiste molto sul senso della vista, sullo sguardo, attraverso cui Serafino cerca di cogliere qualcosa oltre la realtà fenomenica; in riferimento alla poetica pirandelliana, si potrebbe affermare che cerca di andare oltre la maschera per cogliere il senso della vita. Serafino passa a spiegare brevemente in cosa consiste il suo lavoro, molto meccanico, in cui lui non opera nulla. Un estraneo, dalle fattezze molto simili a quelle di Pirandello stesso, gli chiede se lui sia davvero necessario. In effetti, Pirandello si domanda se gli uomini saranno ancora necessari in futuro o se saranno sostituiti dalle macchine: già si prelude all’alienazione, tema portante del romanzo, e all’impassibilità, che contraddistingue Serafino.
Il secondo capitolo è molto importante, in quanto offre diversi spunti di riflessione. Serafino dice di scrivere per sfogarsi, per vendicarsi del fatto di essere stato ridotto a una mano che gira una manovella. Non a caso il verbo studio dell’incipit è riferibile solo all’uomo, non alla macchina, in cui in qualche modo Serafino è stato trasformato: rimane in lui ancora qualche traccia d’umanità. Si riflette anche sul ruolo che avranno...
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