I proemi del Furioso: temi ricorrenti
Ludovica Bellini, lettere moderne
I canti del Furioso, ad eccezione del canto XXXIX, presentano un esordio, denominato proemio, di una o più ottave, composto dopo la stesura del canto stesso. Questo procedimento è stato spesso adottato nella tradizione della letteratura italiana, in particolare nei Cantari: "Cantare" deriva dalla particolare pratica del canto che attuavano i giullari, più propriamente definiti "canterini", nelle pubbliche piazze. Con il termine “cantari” si indicano quei componimenti in rima prodotti dai giullari e diffusi essenzialmente per via orale talora con accompagnamento musicale. I canterini sono per lo più personaggi di modesta cultura, mentre il destinatario era un pubblico popolare che si doveva sorprendere e divertire.
Tali componimenti erano organizzati in ottava rima nei secoli XIV e XV. Il racconto presentava formule ripetitive con frequenti richiami all’attenzione del pubblico, con la proposta di comportamenti semplici e onesti, oppure di prove di forza e di eroismo; non mancava l’ingrediente del meraviglioso ma anche una deformazione a volte maliziosa, a volte comica.
Gli argomenti sono i più svariati: in particolare la ripresa delle materie carolingia e bretone e la loro contaminazione, già avviata nel corso del Trecento e del primo Quattrocento, quando nelle vicende dei paladini di re Carlo si innestano i temi del viaggio in terre esotiche, dell’avventura ricercata per se stesso, dell’innamoramento, quando cioè nella tradizione essenzialmente epico-religiosa della materia carolingia si innestano gli argomenti, le atmosfere e lo spirito avventuroso e profano del ciclo bretone, delle vicende di Artù e dei suoi cavalieri, di mago Merlino e di tutti i personaggi legati alla tradizione bretone.
Questi, coordinati spesso in cicli, venivano recitati in giornate successive al pubblico che si ripresentava al banco dei canterini in ore stabilite. Si venivano così a intessere avventure più articolate e complesse, più ricche di peripezie e colpi di scena. Questa produzione semipopolare non mancò di far sentire il proprio influsso sulla nascita del poema cavalleresco colto e che si registra nella seconda metà del Quattrocento: nel corso del XV secolo i cantari ricevono una forma letteraria più marcata perché sono destinati più che alla recitazione, alla lettura: da qui nasce il poema cavalleresco italiano con Pulci, Poliziano e poi Boiardo ed Ariosto.
Elementi del poema cavalleresco
Ma quali elementi caratterizzano il poema cavalleresco rispetto ai cantari cavallereschi? Innanzitutto il mutamento di produttori, di destinatari, e di forme: è indubbio che gli autori abbiano maggiore cultura; l’ambiente socialmente elevato, borghese e più ancora cortigiano, fornisce poi i destinatari principali; l’opera infine è composta subito per iscritto ed è destinata alla stampa. C’è dunque un salto di qualità dovuto soprattutto ad una maggiore cura e controllo formale.
Ritornando al tema del proemio nell’opera ariostesca, il narratore non scompare dietro i canti, ma impiega gli esordi (e altri momenti del racconto) per intromettersi nell'opera e giudicare e commentare, anche alla luce della sua biografia: compaiono, così, nel poema, i fatti contemporanei e la moralità cortigiana del tempo.
Confronto tra proemi
I proemi dei cantari e del Pulci (come accade ad esempio nel “Morgante”), a differenza di quelli ariosteschi, si caratterizzano perché consistono in un’invocazione a Dio, alla Vergine e i Santi; quelli dell’“Innamorato” del Boiardo sostituiscono a tali invocazioni, o invocazioni ad Apollo e alle Muse, o inviti all’ascolto o descrizione paesistiche.
Gli esordi del “Furioso” di Ariosto assumono il carattere di interventi e commenti di carattere morale, o comunque riflessivo. Questi esordi presentano anche un carattere puramente ironico: il poeta vuole costantemente ricordare ai lettori che sta raccontando delle vicende inventate, ma si tratta di un racconto che è similitudine del mondo reale: il lettore non deve prenderlo sul serio fino in fondo, ma guardare, attraverso di essa, il mondo contemporaneo.
Temi principali
I tre filoni che Ariosto sceglie di seguire nella sua opera, come già accennato prima, sono il tema amoroso, il tema epico (ripresi soprattutto dai cicli carolingio e bretone) e il tema encomiastico. L’esordio dell’opera comincia così, “Le donne, i cavalieri, l’arme, gli amori, le cortesie, le audaci imprese io canto” (verso 1-2): come si può notare, Ariosto prende spunto per il suo esordio dall’opera Boiardesca, l’“Innamoramento di Orlando” (“diversamente il mio verziero/ de amore e de battaglie ho già piantato”, III v 2,1-2), ma anche dalle Stanze polizianesche (I v 1,1-6: “Le gloriose pompe e’fieri ludi/ della città che ‘l freno allenta e stringe/a’ magnamini Toschi, e regni crudi/ di quella dea che ‘l terzo ciel dipinge,/ e i premi degni alli onorati studi/ la mente audace a celebrar mi spinge;”… io canto l’amor di Iulio e l’armi), e da altre opere, anche dello stesso Ariosto, come L’Obizzeide.
Occorre subito notare come l’Ariosto abbia una visione del tema epico, ma soprattutto di quello amoroso che si discosta da quella Polizianesca e Boiardesca, infatti l’Ariosto insiste non tanto sul carattere vitale e nobilmente umano dei due temi, quanto invece sulla loro irrazionalità e drammaticità. Per quanto riguarda il filone epico e delle armi, (v 3-8, canto I) l’autore narra le vicende di Agramante e delle tragiche conseguenze della sua impresa, motivata da un fattore egoistico e passionale: lo stesso Boiardo, a partire dal c.I del II libro dell’Innamorato, aveva accennato all’uccisione del padre di Agramante, Troiano, da parte del Paladino cristiano Orlando.
Sempre Boiardo afferma poi che il vero movente che ha portato allo scontro tra i paladini di Carlo Magno, per quanto riguarda il campo cristiano, e i Saraceni guidati da Agramante (le quali movenze e comportamenti vengono definiti da Ariosto “l’ire e i giovenil furori”) è inerente e trasportato soprattutto da un fattore egoistico: l’impresa tragica di Agramante è motivata dallo scopo di acquistare fama e onore.
Come già accennato, il secondo filone del racconto è quello amoroso. Già nell’esordio dell’opera viene presentato uno dei protagonisti dell’opera, il personaggio che darà il nome all’intera opera ariostesca: Orlando. L’Ariosto dichiara in questi versi la novità dell’argomento, un topos molto frequente nella tradizione classica e medievale, tuttavia qui tale topos è introdotto con il preciso intento di sottolineare come il poeta si distacchi dalla tradizione, dicendo così di un Orlando non solo innamorato, ma pazzo per amore.
Quindi abbiamo così il tema del furor (Lat. Pazzia): il termine che era già stato impiegato per Agramante, compare non solo qui in questi versi, ma anche nel resto del poema, per indicare e significare, l’insania amorosa di Orlando o di altri personaggi. Il tema della follia per amore viene ripreso in tutta l’opera: nel proemio del canto XI Ruggero cade vittima della “libidinosa furia” per Angelica. Angelica è un personaggio inventato dal Boiardo, che, pur senza preoccuparsi di farne una figura psicologicamente organica, ne aveva posto in rilievo l’appassionata sensualità e la femminile malizia; il poema, pur essendo stato concepito come giunta, cioè una continuazione dell’Orlando Innamorato, non fu mai ridotto a vero e proprio seguito del poema boiardesco.
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