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Il canto II e l'immagine della fuga di Angelica

I fili della storia sono molteplici. L'immagine della fuga di Angelica, motore interno del poema, è rappresentativa di questo canto, che illustra molto bene la mobilità del testo e le diverse avventure che si susseguono in un ritmo incalzante. Questo comporta cambiamenti di scenario, riferimenti narrativi e fonti letterarie che Ariosto impiega. Angelica crede di essere al sicuro, si isola, e questo isolamento apre una nuova cornice, quella del locus amoenus, in cui alberelli, fiori, piante e ruscelli sono espressione della poesia lirica e amorosa. Questo nuovo scenario si impone su una nuova intonazione del testo.

Componimenti da fonti differenti formano un gioco continuo tra un'esplicita citazione di fonti letterarie e una forte parodizzazione. I debiti nei confronti di Petrarca oscillano tra l'omaggio e la parodia. Rinaldo, in questo primo canto, è sempre rappresentato come appiedato, e la rappresentazione di Angelica è debitrice di fonti virgiliane al paragone con la piccola capriola che scappa dalla foresta braccata dall'animale che ha ucciso la madre.

Fenomenologia dell'innamoramento di Orlando

Descrizione della fenomenologia dell'innamoramento di Orlando: intesse un dialogo con sé stesso, rimproverandosi di non riuscire a contrastare l'amore che ormai lo ha preso. Il paladino più pio è condotto all'errore a causa dell'amore per Angelica. Segue un condensato di elementi che vengono dalla lirica: questo dolce viso che ha la capacità di diventare una potenza irrefrenabile in cui l'amore si fa forza di questa straordinaria potenza della bellezza.

Introduzione del poema

[1] Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l'ire e i giovenil furori d'Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano.

Io canto le donne, i cavalieri, le imprese militari, gli amori, le imprese cortesi e audaci che ci furono nel tempo in cui i mori d'Africa passarono il mare e fecero tanti danni in Francia, seguendo le ire e i furori giovanili del loro re Agramante, che si vantò di vendicare la morte del padre Troiano contro l'imperatore romano Carlo Magno.

[2] Dirò d'Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai né in rima: che per amor venne in furore e matto, d'uom che sì saggio era stimato prima; se da colei che tal quasi m'ha fatto, che 'l poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso.

Al tempo stesso racconterò di Orlando una cosa che non è mai stata detta né in prosa né in versi: cioè che per amore divenne Furioso e matto, lui che prima era giudicato un uomo saggio; a patto che colei [Alessandra Benucci] che mi ha reso quasi come lui e che consuma il mio ingegno a poco a poco me ne conceda abbastanza per terminare l'opera promessa.

[3] Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole e darvi sol può l'umil servo vostro. Quel ch'io vi debbo, posso di parole pagare in parte, e d'opera d'inchiostro; né che poco io vi dia da imputar sono; che quanto io posso dar, tutto vi dono.

O nobile figlio di Ercole, ornamento e splendore del nostro secolo, Ippolito, vogliate gradire questo dono che è l'unico che vi possa dare il vostro umile servo. Quello che vi devo posso ripagarlo in parte con delle parole e un'opera letteraria; e non devo essere accusato di darvi poco, poiché vi do tutto quello che posso.

[4] Voi sentirete fra i più degni eroi, che nominar con laude m'apparecchio, ricordar quel Ruggier, che fu di voi e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio. L'alto valore e ' chiari gesti suoi vi farò udir, se voi mi date orecchio, e vostri alti pensier cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Voi sentirete ricordare tra i più nobili eroi che mi accingo a nominare con lodi anche quel Ruggiero che fu il capostipite di voi e dei vostri illustri avi [della casa d'Este]. Io vi farò ascoltare il suo grande valore e le sue nobili imprese, se mi porgete orecchio e se i vostri alti pensieri si ritrarranno un poco, così che i miei versi abbiano spazio tra essi.

Orlando e Angelica

[5] Orlando, che gran tempo innamorato fu de la bella Angelica, e per lei in India, in Media, in Tartaria lasciato avea infiniti et immortal trofei, in Ponente con essa era tornato, dove sotto i gran monti Pirenei con la gente di Francia e de Lamagna re Carlo era attendato alla campagna,

Orlando, che era stato innamorato di Angelica per tanto tempo e aveva compiuto per lei innumerevoli e nobili imprese in India, in Oriente, in Tartaria, era tornato con lei in Occidente, dove re Carlo Magno era accampato vicino ai monti Pirenei, con i guerrieri di Francia e di Germania,

[6] per far al re Marsilio e al re Agramante battersi ancor del folle ardir la guancia, d'aver condotto, l'un, d'Africa quante genti erano atte a portar spada e lancia; l'altro, d'aver spinta la Spagna inante a destruzion del bel regno di Francia. E così Orlando arrivò quivi a punto: ma tosto si pentì d'esservi giunto;

per indurre re Marsilio e re Agramante a rimproverarsi del loro folle proposito, poiché uno [Agramante] ha portato dall'Africa tutti i soldati in grado di portare spada e lancia, l'altro [Marsilio] ha spinto avanti la Spagna per distruggere il regno di Francia. E così Orlando arrivò qui al momento giusto, ma si pentì subito di essere tornato;

[7] che vi fu tolta la sua donna poi: ecco il giudicio uman come spesso erra! Quella che dagli esperii ai liti eoi avea difesa con sì lunga guerra, or tolta gli è fra tanti amici suoi, senza spada adoprar, ne la sua terra. Il savio imperator, ch'estinguer vòls' un grave incendio, fu che gli la tolse.

infatti poi gli fu sottratta la sua donna: ecco come spesso sbaglia il giudizio degli uomini! Colei che aveva difeso con tante battaglie dall'Occidente all'Oriente, ora gli è tolta tra tanti suoi amici, senza che sia usata la spada, nella sua terra. Colui che gliela tolse fu il saggio imperatore, che volle spegnere un grave incendio.

[8] Nata pochi dì inanzi era una gara tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo; che ambi avean per la bellezza rara d'amoroso disio l'animo caldo. Carlo, che non avea tal lite cara, che gli rendea l'aiuto lor men saldo, questa donzella, che la causa n'era, tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

Pochi giorni prima era iniziata una gara tra il conte Orlando e suo cugino Rinaldo, che erano entrambi innamorati con gran desiderio della rara bellezza di Angelica. Carlo, che non amava questa lite che gli rendeva meno saldo il loro aiuto militare, prese la fanciulla che ne era la causa e la affidò in custodia a Namo di Baviera;

[9] in premio promettendola a quel d'essi ch'in quel conflitto, in quella gran giornata, degli infideli più copia uccidessi, e di sua man prestassi opra più grata. Contrari ai voti poi furo i successi; ch'in fuga andò la gente battezzata, e con molti altri fu 'l duca prigione, e restò abbandonato il padiglione.

promettendola in premio a chi di loro in quella guerra, in quella grande battaglia, avrebbe ucciso il maggior numero di infedeli e avrebbe prestato la più efficace opera militare. Lo scontro poi finì male, poiché i cristiani andarono in fuga e il duca Namo fu fatto prigioniero insieme a molti altri, così la sua tenda rimase abbandonata.

Angelica in fuga

[10] Dove, poi che rimase la donzella ch'esser dovea del vincitor mercede, inanzi al caso era salita in sella, e quando bisognò le spalle diede, presaga che quel giorno esser rubella dovea Fortuna alla cristiana fede: entrò in un bosco, e ne la stretta via rincontrò un cavallier ch'a piè venìa.

E qui la fanciulla [Angelica], che doveva essere il premio del vincitore, prima della rotta era salita in sella a un cavallo e al momento opportuno era fuggita, avendo previsto che quel giorno la fortuna avrebbe voltato le spalle alla fede cristiana: entrò in un bosco e nel sentiero stretto incontrò un cavaliere che veniva a piedi.

[11] Indosso la corazza, l'elmo in testa, la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; e più leggier correa per la foresta, ch'al pallio rosso il villan mezzo ignudo. Timida pastorella mai sì presta non volse piede inanzi a serpe crudo, come Angelica tosto il freno torse, che del guerrier, ch'a piè venìa, s'accorse.

Egli aveva la corazza addosso, l'elmo in testa, la spada al fianco e al braccio lo scudo; e correva per la foresta più agile di un contadino mezzo nudo dietro al drappo rosso [in una gara campestre]. Una timida pastorella non ritrasse mai il piede davanti a un serpente più velocemente di quanto Angelica fermò il cavallo, non appena si accorse del guerriero che giungeva.

«e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna». Dante, Inf. XV 121-123 pallio o palio: è il drappo che si dava in premio al vincitore della corsa.

[12] Era costui quel paladin gagliardo, figliuol d'Amon, signor di Montalbano, a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo per strano caso uscito era di mano. Come alla donna egli drizzò lo sguardo, riconobbe, quantunque di lontano, l'angelico sembiante e quel bel volto ch'all'amorose reti il tenea involto.

Costui era quel valoroso paladino figlio d'Amone e signore di Montalbano [Rinaldo], al quale poco prima il suo cavallo Baiardo era scappato di mano per una strana circostanza. Non appena guardò la donna riconobbe, anche se da lontano, l'aspetto angelico e quel bel viso che lo teneva stretto nelle reti d'amore.

[13] La donna il palafreno a dietro volta, e per la selva a tutta briglia il caccia; né per la rara più che per la folta, la più sicura e miglior via procaccia: ma pallida, tremando, e di sé tolta, lascia cura al destrier che la via faccia. Di su di giù, ne l'alta selva fiera tanto girò, che venne a una riviera.

La donna volta indietro il cavallo e lo sprona a briglia sciolta nel bosco; e non cerca la via più sicura e migliore tra i sentieri più radi e meno selvosi, anzi, pallida e tremante e quasi fuor di sé lascia che il cavallo vada dove voglia. Girò in lungo e in largo in quella selva intricata, finché giunse a un fiume.

[14] Su la riviera Ferraù trovosse di sudor pieno e tutto polveroso. Da la battaglia dianzi lo rimosse un gran disio di bere e di riposo; e poi, mal grado suo, quivi fermosse, perché, de l'acqua ingordo e frettoloso, l'elmo nel fiume si lasciò cadere, né l'avea potuto anco riavere.

su di esso si trovava Ferraù, pieno di sudore e tutto impolverato. Poco prima un gran desiderio di bere e di riposare lo aveva distolto dalla battaglia e poi, suo malgrado, si era fermato qui, perché, goloso d'acqua e frettoloso, aveva fatto cadere l'elmo nel fiume e non era ancora riuscito a riprenderlo.

[15] Quanto potea più forte, ne veniva gridando la donzella ispaventata. A quella voce salta in su la riva il Saracino, e nel viso la guata; e la conosce subito ch'arriva, ben che di timor pallida e turbata, e sien più dì che non n'udì novella, che senza dubbio ell'è Angelica bella.

La fanciulla spaventata giungeva gridando più forte possibile. A quella voce il saraceno salta sulla riva e la guarda in viso; al suo arrivo capisce subito che è la bella Angelica, anche se pallida e sconvolta dalla paura e benché non ne abbia avuto notizie per più giorni.

[16] E perché era cortese, e n'avea forse non men dei dui cugini il petto caldo, l'aiuto che potea, tutto le porse, pur come avesse l'elmo, ardito e baldo: trasse la spada, e minacciando corse dove poco di lui temea Rinaldo. Più volte s'eran già non pur veduti, m'al paragon de l'arme conosciuti.

E perché era nobile e forse non ne era meno innamorato dei due cugini, le diede tutto l'aiuto che poteva, come se avesse ancora l'elmo, baldo e coraggioso: sguainò la spada e corse minacciando verso Rinaldo che non ne aveva paura. I due si erano già non solo incontrati, ma anche sfidati più volte.

La battaglia tra Rinaldo e Ferraù

[17] Cominciâr quivi una crudel battaglia, come a piè si trovâr, coi brandi ignudi: non che le piastre e la minuta maglia, ma ai colpi lor non reggerian gl'incudi. Or, mentre l'un con l'altro si travaglia, bisogna al palafren che 'l passo studi (affretti); che quanto può menar de le calcagna, colei lo caccia al bosco e alla campagna.

Qui iniziarono una crudele battaglia, entrambi a piedi e con le nude spade: ai loro colpi non reggerebbero le incudini, figurarsi le piastre e la maglia dell'armatura. Ora, mentre i due se le danno di santa ragione, il cavallo di Angelica deve studiare il passo; infatti lei lo fa correre nel bosco e nella campagna, spronandolo quanto più può con le calcagna.

[18] Poi che s'affaticâr gran pezzo invano i duo guerrier per por l'un l'altro sotto, quando non meno era con l'arme in mano questo di quel, né quel di questo dotto; fu primiero il signor di Montalbano, ch'al cavallier di Spagna fece motto, sì come quel c'ha nel cor tanto fuoco, che tutto n'arde e non ritrova loco.

Dopo che i due guerrieri si affaticarono molto tempo invano per sopraffarsi a vicenda, poiché entrambi erano esperti nell'uso delle armi e nessuno era superiore all'altro, il primo che parlò al cavaliere spagnolo fu il signore di Montalbano [Rinaldo], come uno che ha il cuore in fiamme, che brucia e non può spegnersi.

[19] Disse al pagan: - Me sol creduto avrai, e pur avrai te meco ancora offeso: se questo avvien perché i fulgenti rai del nuovo sol t'abbino il petto acceso, di farmi qui tardar che guadagno hai? che quando ancor tu m'abbi morto o preso, non però tua la bella donna fia; che, mentre noi tardian, se ne va via.

Disse al pagano: «Tu pensi di danneggiare solo me, invece danneggerai anche te stesso: se ci scontriamo perché gli occhi splendenti del nuovo sole [di Angelica] ti hanno acceso il petto, cosa ci guadagni a trattenermi qui? infatti, anche se mi ucciderai o catturerai, la bella donna non sarà tua: mentre noi perdiamo tempo qui, lei scappa via.

[20] Quanto fia meglio, amandola tu ancora, che tu le venga a traversar la strada, a ritenerla e farle far dimora, prima che più lontana se ne...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali.vasa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Rizzarelli Giovanna.
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