Riassunto dei seguenti capitoli
- Premessa
- Cap. 1 – Perché “Semiotica”
- Cap. 2 – Su enunciato, proposizione e contesto
- Cap. 4 – Uso e significato di parole ed enunciati
- Cap. 6 – Estensione dell’omologia tra enunciati e utensili
- Cap. 8 – Significato, ideologia e realismo artistico
- Cap. 9 – Le merci come messaggi
- Cap. 10 – Ideologie della relatività linguistica
- Cap. 11 – Sui segni del mare interpretati dai naviganti
- Cap. 12 – Sui programmi della comunicazione non-verbale
- Cap. 14 – Calcolatori e cervelli
- Cap. 15 – Modelli semiotici
Premessa
Rossi Landi si propone di superare il separatismo delle diverse discipline che si occupano dei sistemi segnici, sostenendo che la semiotica deve considerare la comunicazione nella sua totalità e realizzarsi come scienza globale che colloca l'oggetto di ricerca nella totalità cui appartiene.
La comunicazione viene quindi studiata all'interno del processo della riproduzione sociale ed è considerata non solo in base ai sistemi di scambio segnico, ma anche a quelli di produzione e consumo.
Allo stesso modo, anche l'ideologia viene collocata all'interno della totalità della riproduzione sociale, mentre viene considerata nel suo rapporto necessario con i sistemi segnici.
In tal senso, secondo Rossi Landi, una dottrina delle ideologie si deve necessariamente avere attraverso la semiotica in quanto le ideologie si trasmettono mediante segni, pertanto vanno studiate analizzando i sistemi segnici.
Egli, inoltre, afferma anche che una semiotica a cui manchi il sostegno di una dottrina delle ideologie risulta essa stessa priva della visione d'insieme che le permette di avere una funzione critica e demistificante nei confronti dei comportamenti sociali studiati come segni.
Considerando sia i segni che le ideologie, la semiotica non solo è in grado di evidenziare le programmazioni e le progettazioni che reggono il comportamento umano; ma può anche proporre una critica dei sistemi segnici e formulare nuove programmazioni umane.
La semiotica, dunque, essendo caratterizzata da una visione totalizzante, considera inesistenti le zone della realtà sociale non ideologiche e smaschera l'ideologia che sottende ciò che si presenta come "naturale" e "realistico".
Considerando quindi ciascun sistema segnico come una totalità il cui funzionamento non dipende solo dal gioco delle sue parti, ma dal gioco della sua totalità, la semiotica in quanto critica dell'ideologia si occupa del problema degli interessi che reggono il processo di integrazione dei sistemi segnici all'interno di una determinata organizzazione sociale.
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Cap. 1 – Perché “Semiotica”
Semiotica anziché linguistica
La semiotica si differenzia della linguistica in quanto la prima è la scienza generale dei segni, mentre la seconda è solo una parte della semiotica che si occupa dei segni verbali, cioè delle lingue.
Dei sistemi segnici non-verbali, invece, si occupano altre parti della semiotica.
I sistemi non verbali, in particolare, possono essere di tipo pre-verbale o post-verbale, oppure possono essere semplicemente non verbali, ovvero fondati sull'uso di veicoli segnici che non hanno niente a che fare con i fonemi.
Semiotica anziché semantica
La semantica è uno degli aspetti della semiotica che si ritrova anche all'interno di qualsiasi sua parte, quindi anche all'interno della linguistica.
Come prima definizione, possiamo dire che la semantica si occupa dello studio dei rapporti designativi o denotativi, cioè rapporti che hanno a che fare con la dialettica fra significanti e significati e tra segni e cose.
Oltre a questi rapporti semantici, però, ce ne possono essere altri di tipo diverso: prima di tutto i rapporti sintattici (dei segni fra di loro), quelli pragmatici (dei segni con i loro interpreti); altri rapporti sono invece quelli "categoriali" (cioè quando un segno serve per collocare l'oggetto all'interno di una determinata categoria) o quelli che indicano l'appartenenza del parlante ad un determinato gruppo sociale.
Questi tipi di rapporti, a differenza di quelli semantici, però, non sono rapporti designativi e denotativi ma si tratta sempre di segni, cioè di sintesi di un significante e di un significato, e non di meri significanti.
Semiotica anziché semiologia
Per quanto riguarda la distinzione tra semiotica e semiologia, questi due termini possono essere considerati fondamentalmente sinonimi.
A questo proposito, mentre gli anglosassoni e i sovietici preferiscono tradizionalmente parlare di semiotica, l'uso del termine semiologia risulta invece prevalentemente francese, probabilmente perché il primo a servirsi di questo termine è stato Saussure, nella sua teoria della scienza generale dei segni.
Un terzo uso del termine semiologia fa invece riferimento a Roland Barthes, il quale usa questo termine in modo particolare: secondo lui la semiologia si occupa del linguaggio attraverso cui noi studiamo i segni.
La semiologia, in questo senso, sarebbe una parte della linguistica che a sua volta è parte della semiotica.
In ogni caso, questa distinzione fa riferimento più a situazioni culturali che ad aspetti concreti.
In tal senso, anche per evitare confusioni con la semiologia barthesiana, è preferibile non assumere i due termini come sinonimi e pertanto tenere ben distinta la semiologia dalla semiotica come scienza generale dei segni.
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Cap. 2 – Su enunciato, proposizione e contesto
Rossi Landi passa poi alla questione relativa al rapporto tra enunciato, proposizione e contesto, analizzando criticamente un esempio che Umberto Eco fa a tal proposito, mettendo in bocca, in via ipotetica, il celebre "discorso del bivacco", tenuto alla camera da Mussolini, il 16 novembre 1921, a Danilo Dolci, attivista della non-violenza.
Nell'esempio di Eco si ha chiaramente il rapporto tra una proposizione e il contesto in cui essa viene enunciata.
In particolare, gli "oggetti" che entrano in gioco nel discorso possono appartenere a tre classi principali, quelle degli enunciati, delle proposizioni e dei contesti, e di ognuna di queste classi ci possono essere uno o più esemplari.
In tal senso, nell'esempio del bivacco la proposizione cambia nel momento in cui la si enuncia in due contesti differenti.
L'enunciato, invece, è identico, in quanto è costituito dalle stesse parole messe assieme allo stesso modo; l'insieme di queste parole, però, non svolge la stessa funzione poiché esso, di fatto, è usato da due parlanti e per due uditori completamente diversi.
A restare identici sono anche i rapporti fra quelle parole all'interno dell'enunciato, mentre cambia radicalmente il senso del loro insieme, e questo cambiamento è essenzialmente determinato dal contesto.
La proposizione di un enunciato, quindi, non è legata unicamente all'enunciato in quanto tale, ma dipende anche da fattori extra-linguistici, cioè da fattori estranei alla lingua come sistema.
In realtà, però, bisogna dire che un enunciato può quasi sempre essere usato in più contesti diversi; inoltre per comprenderlo è necessario disporre di una sua conoscenza extra linguistica.
Allo stesso tempo, si hanno anche rapporti socialmente abbastanza stabili fra tipi di enunciati e tipi di contesti.
Questo significa che l'enunciato in quanto tale non può essere estrapolato dal discorso, non è cioè staccato dal suo contesto in maniera totale, ma è come se “si porta dietro” il pezzo di realtà naturale e sociale che gli spetta, senza la quale non avrebbe potuto formarsi.
Esso, quindi, non può essere ridotto alla stregua di un mero stimolo, cioè a qualcosa di astratto, in risposta al quale i diversi contesti formerebbero varie proposizioni.
La proposizione, inoltre, è figlia del contesto, ma è anche figlia di tutto ciò che l'enunciato si porta dietro, della sua storia.
Tornando all'esempio preso in esame da Rossi Landi, anche se l'invito di Eco a considerare un Danilo Dolci che pronuncia le stesse parole di Mussolini è chiaramente scherzoso, per Rossi Landi esso non rappresenta soltanto un'ipotesi, ma costituisce un'esemplificazione in termini tecnici del cambiamento di una proposizione a seconda del diverso contesto in cui viene enunciata.
Questa ipotesi, però, è poco ragionevole proprio perché quelle stesse parole di Mussolini non avrebbero mai potuto essere pronunciate da Danilo Dolci.
L'appunto di Rossi Landi chiaramente non riguarda il fatto che Eco abbia voluto scherzare, proponendo questo esempio, bensì il fatto che, pronunciando quelle parole davanti ad un uditorio di un certo tipo, cioè un insieme di uomini eletti per esercitare il potere, inevitabilmente si finisce con l'ottenere, almeno in parte, un effetto per così dire "mussoliniano".
Inoltre, considerando l'enunciato così com'è invitando il lettore a interpretarlo solo come uno stimolo che agisce su contesti diversi, Eco sottolinea la differenza fra due distinte proposizioni, che risulterebbero dalla sola differenza dei contesti.
Dal momento che i contesti sono diversi, però, dovrebbero esserlo anche le due proposizioni; ma in realtà questa differenza, di fatto, non esiste, in quanto le due proposizioni restano in parte indissolubilmente legate al proprio enunciato, che è lo stesso; mentre l'enunciato resta a sua volta in parte allacciato a un suo contesto reale.
Alla luce di questo, risulta pertanto come non sia sufficiente parlare di soli enunciati o di soli contesti, ma
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bisogna considerare anche le proposizioni che si nutrono degli enunciati e dei contesti, mediando al tempo stesso fra di essi.
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Cap. 4 – Uso e significato di parole ed enunciati
Situazione da esaminare
1.
Sia al livello delle parole e di altre unità linguistiche, sia al livello degli enunciati, cioè delle frasi compiute, incontriamo dei significati: in particolare, le parole, con i loro usi o significati, intervengono nella costruzione degli enunciati, esse, però, hanno un uso o significato anche al di fuori degli enunciati.
Quando pronunciamo uno stesso enunciato in due o più contesti diversi, l'uso o significato delle parole che lo compongono resta lo stesso anche nel caso in cui il significato globale dell'enunciato, cioè la proposizione che esso enuncia, non è più la stessa.
Ad esempio, la domanda "Mi può prestare un milione?" assume significati diversi a seconda se viene posta a un passante fermato per strada, a un amico di famiglia o a un direttore di banca.
Allo stesso modo, la proposizione può variare anche in enunciazioni molto semplici, come per esempio "l'acqua calda" che esprime solitamente compiacimento quando si deve notare, mentre esprime disappunto se la beviamo quando fa caldo.
Allo stesso modo l'enunciato "Le acque sono fredde" può essere impiegato in senso metaforico, ad esempio per esprimere un raffreddarsi dei rapporti fra certe persone.
Anche in questo caso l'enunciato viene usato in maniera diversa, pertanto enuncia una diversa proposizione, ma con una differenza sostanziale: infatti vengono usate in maniera diversa anche le parole.
Allo stesso tempo nell'uso metaforico di un enunciato si trovano una serie di difficoltà: infatti se la proposizione enunciata non è la stessa anche quando l'uso o significato delle parole che compongono l'enunciato non cambia, e se questo avviene usando lo stesso enunciato in due o più contesti diversi, in questo caso si ha un'evitabile confusione e contraddizione tra le nozioni di uso e significato delle parole e degli enunciati.
Per fronteggiare questo problema dei rapporti tra significato e uso sono state avanzate due posizioni principali: la corrente "analitica" che rivendica la predominanza del significato nei confronti dell'uso, e la corrente "operativa", che invece ritiene che venga prima l'uso e poi il significato.
Secondo Rossi Landi, entrambe le correnti commettono l’errore di non fare riferimento all'enunciato come frutto del lavoro sociale.
Il significato delle parole, infatti, è anche la possibilità di usarle all'interno di un dato contesto, pertanto non riguarda solo la loro sfera semantica.
Uso e significato a due diversi livelli
2.
Un enunciato è dunque composto dalle parole che sono concorse a costruirlo.
Pertanto, se esso viene usato in maniera diversa, rimanendo lo stesso nei termini delle parole che lo costituiscono, ad essere usate in maniera diversa saranno anche queste parole.
Il loro significato, però, non cambia, in quanto resta lo stesso sul piano paradigmatico.
Da ciò si deduce che il significato delle parole non è riducibile al loro uso, pertanto le parole hanno prima un significato e poi vengono usate in maniere diverse.
Tuttavia, è possibile muovere delle contestazioni a questa idea, cioè all'idea che il significato delle parole non è riducibile al loro uso.
Infatti, se si ammette che esistono significati indipendenti dall'uso, questo equivale a trovarsi di fronte a qualcosa di non-prodotto; in questo modo il significato viene interpretato come ente che accompagna quegli oggetti fisici che sono i suoni o le grafie: in tal senso, producendo i suoni attraverso fonazioni e riproducendoli mediante strumenti grafici, l'uomo otterrebbe come risultato quello di evocare al tempo stesso qualcosa di non-fisico, per cui la comunicazione consisterebbe in questa evocazione.
Questa tesi non è chiaramente accettabile, pertanto bisogna ammettere che non si può parlare di significati indipendenti
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dall'uso, che il significato delle parole è riducibile al loro uso e che, siccome le parole vengono usate nell'enunciato, il loro significato consiste proprio in questo.
A ciò, tuttavia, si potrebbe ribattere affermando che gli oggetti presi in esame sono pur sempre quelle parole, mentre ad essere usato diversamente è il loro insieme, cioè l'enunciato.
Affermare però che le parole sono state usate esse stesse nella costruzione di un enunciato risulta altamente equivoco, in quanto significa ammettere indirettamente che esse siano state usate con il fine di costruire l'enunciato.
Le parole, in realtà, vengono usate dentro l'enunciato e con esso; il fine, invece, è quello di comunicare e non quello di costruire enunciati.
Chiaramente se non ci fossero le parole, non ci sarebbe nemmeno l'enunciato e quindi nemmeno qualcosa da usare; allo stesso modo l'enunciato può essere usato in modi diversi, a seconda del contesto.
Questi diversi modi, però, non cambiano il significato delle parole proprio perché, considerate le singole parole, non ne mutano l'uso.
Il diverso uso che si può fare di un enunciato, quindi, non si ripercuote anche sulle sue parti.
Da questo si deduce anche che c'è un significato delle parole, indipendente dal loro uso nell'enunciato e che non può essere in alcun modo riducibile ad esso.
A tal proposito, Rossi Landi avanza una nuova ipotesi di ricerca che consiste nel considerare qualsiasi oggetto linguistico come una sintesi che deriva da oggetti precedenti, cioè come una specie di prodotto materiale.
In tal senso, va introdotta anche la nozione del lavoro sociale attraverso il quale i "pezzi" vengono combinati nei modi richiesti per ottenere il prodotto in esame.
Il concetto dell'oggetto linguistico come prodotto e del lavoro che lo produce permette inoltre di impiegare nello studio del linguaggio la terminologia del lavoro, pertanto, oltre che di produzione, si potrà parlare anche di processo lavorativo, materiali e strumenti linguistici.
Il lavoro linguistico, in particolare, non è inteso come un'attività interiore del soggetto, cioè come un’operazione mentale che si svolge nella psiche conscia o inconscia dei singoli individui.
Sulla scorta della tesi hegeliana e marxiana, Rossi Landi intende invece il lavoro in esame come prassi sociale da un lato e modellistica dall'altro.
Si tratta di una prassi sociale, sovraindividuale, nel senso che, allontanando gli ominidi dagli altri animali, ha prodotto gli uomini e insieme ad essi la storia; si tratta invece di modellistica, in quanto si presenta come una costruzione teorica di modelli che aiutano a comprendere e ad interpretare la prassi stessa.
Questa modellistica cerca quindi di individuare le condizioni necessarie e sufficienti affinché, dati quei materiali e quegli strumenti, si abbia quel prodotto: ad esempio, dati quei fonemi e morfemi, si abbiano quelle parole e locuzioni, mentre date quelle parole e locuzioni, si abbiano quegli enunciati.
Significato, uso e lavoro
3.
La prima riflessione di Rossi Landi è che esistono due livelli più uno: quello delle parole, dell’enunciato e della proposizione.
L'enunciato cambia significato a seconda dell'uso che se ne fa.
Da un lato, il significato dipende dall'uso dell'enunciato, dall'altro lato l'uso dipende dal significato.
Questa doppia direzione, Rossi Landi la chiarisce cercando di collegare il significato e l’uso attraverso il lavoro.
Sia l'uso che il significato, in particolare, si trovano entrambi a ciascun livello della produzione linguistica: infatti, ad avere significato è tutto ciò che viene prodotto dal lavoro umano; inoltre qualsiasi prodotto può essere usato sia in nuove lavorazioni sia "di per se stesso", cioè non come materiale o strumento facente direttamente parte di una nuova lavorazione.
Quando però si scende di livello e si vanno a vedere le parti da cui è costituita la frase, ovvero le parole, il lavoro si fa più complicato.
Nello schema della produzione (produzione-scambio-consumo) il prodotto di q
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