Lezione 3 - La struttura dei mercati
Il modello di concorrenza perfetta, in cui le imprese sono price-takers (cioè non hanno il potere di influenzare il prezzo di mercato), non descrive sempre in modo realistico ciò che accade nella realtà.
Ci si può chiedere, ad esempio, cosa accadrebbe se lo Stato fissasse il prezzo di un bene, come il caffè: per stabilire un prezzo adeguato sarebbe necessaria un’analisi approfondita, perché il rischio è di fissarlo troppo alto o troppo basso, generando inefficienze.
Al contrario, nei mercati concorrenziali il prezzo e la quantità tendono a determinarsi in modo “naturale”, raggiungendo un equilibrio che massimizza sia i profitti delle imprese sia il benessere complessivo.
Nei mercati reali, quindi, esistono diverse forme di concorrenza imperfetta, in cui le imprese sono price-makers e possono quindi incidere sul prezzo dei beni che producono. Tra queste forme rientrano il monopolio, l’oligopolio e la concorrenza monopolistica. Ognuna di queste strutture di mercato ha effetti diversi sul benessere sociale.
Il monopolio
Il monopolio rappresenta una struttura di mercato in cui un’unica impresa offre un bene privo di validi sostituti. In assenza di concorrenza, l’impresa dispone di potere di mercato e può fissare il prezzo al di sopra del costo marginale (CMa).
A differenza di quanto avviene in concorrenza perfetta, dove la singola impresa considera solo una quota trascurabile della domanda, nel monopolio l’impresa si confronta con l’intera domanda di mercato.
Data una curva di domanda, espressa dalla funzione lineare P = a - bQ. Il suo ricavo totale sarà RT = P*Q, mentre il ricavo marginale sarà la sua derivata, ovvero RMa = -2bQ + a. = (a – bQ)*Q = aQ – bQ2
Il ricavo marginale (RMa) risulta decrescente (e non costante) e per aumentare la quantità venduta è necessario ridurre il prezzo, con la conseguenza che il ricavo derivante da un’unità aggiuntiva diminuisce. Ciò si contrappone al caso della concorrenza perfetta, in cui il ricavo marginale è costante e coincide con il prezzo.
Graficamente, se la curva di domanda (D) ha pendenza -b, la curva del RMa avrà pendenza doppia (-2b).
Come ogni impresa per massimizzare il profitto, il monopolista sceglie la quantità (Q*) da produrre nel punto in cui RMa = CMa (aumentare oltre la Q* porterebbe ad una perdita marginale).
Il prezzo unitario (P*) viene poi letto proiettando Q* sulla curva di domanda. Il costo medio di produzione di queste Q* unità è uguale a CTMe*, che quindi misura il costo di produzione medio di ciascuna unità di output.
Il ricavo totale del monopolista è uguale al prodotto tra quantità (Q*) e prezzo (P*), ovvero l’area gialla+rosa nella figura. Il costo totale del monopolista è uguale al prodotto tra quantità (Q*) e costo medio unitario (CTMe*), ovvero l’area rosa.
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Appunti Economia della localizzazione e degli investimenti AA. 2025-2026 Giulia Stetco
La differenza tra ricavi totali e costi totali rappresenta il profitto del monopolista; quindi, anche lui sceglie la quantità ottimale da produrre in corrispondenza del punto in cui RMa = CMa.
Se si considerano prezzi come P* o P’, si osserva che non potrebbero rappresentare un equilibrio in concorrenza perfetta. Nel caso di P*, infatti, si avrebbe un eccesso di offerta: ponendo P=CMa*, la quantità offerta risulterebbe superiore alla domanda.
Al contrario, nel caso di P’, si verificherebbe un eccesso di domanda, poiché a P’=CMa la quantità domandata eccederebbe quella offerta. In un mercato competitivo, infatti, il ricavo marginale coincide con il prezzo ed è rappresentato da una retta orizzontale.
L’impresa monopolista, quindi, offrirà sul mercato una quantità di prodotto minore di quella offerta in un mercato competitivo, ad un prezzo unitario maggiore.
Cause e impatto sociale del monopolio
In presenza di un’impresa monopolistica, esistono generalmente delle barriere all’entrata del mercato, ovvero dei costi che ogni nuova impresa che vuole entrare nel mercato deve sostenere, e che non è invece sostenuto dal monopolista. Possono essere:
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