Luzi Rebecca TEOLOGIA I
La fede cristologica e la Sacra Scrittura – Dispensa
1. La fede cristologica e la Sacra Scrittura
Studiando l’essere umano, ci si rende conto che egli è limitato e al tempo stesso
caratterizzato costantemente dal desiderio di infinito e trascendenza. Da questa
condizione nasce la proposta di cercare di comprendere e conoscere Gesù di
Nazareth.
Agostino afferma che “credere non è altro che pensare con consenso/assenso”. Il
credere, quindi, non può essere in contrasto con il ragionare o con la ragione,
perché si crede pensando con assenso: ciò non è fideismo, ossia
quell’estremizzazione della fede per cui si crede a tutto ciò che viene detto. L’uomo,
infatti, pensa e conosce sempre attribuendo assenso a ciò che crede, e per questo
fede e ragione non saranno mai in contrasto.
Il credere non è dunque un’opzione di riserva del rapporto dell’uomo con la realtà,
ma una condizione antropologica fondamentale: fede e ragione sono due
dimensioni antropologiche che appartengono a ogni donna e a ogni uomo e che
gli sono necessarie.
Gli uomini desiderano sempre incontrare buone persone nella vita, e Gesù Cristo
è proprio ciò che l’uomo desidera, cioè la bontà assoluta. Senza conoscerlo,
tuttavia, non si può criticarlo o giudicarlo: bisogna prima comprendere e conoscere
la fonte per poterne parlare.
Al centro della fede cristiana vi è Gesù di Nazareth e la sua storia, nella quale si
rivela il suo rapporto con Dio e la sua piena umanità: è attraverso questa rivelazione
che il credente riconosce la verità su Dio e sull’uomo. I Vangeli rappresentano la
forma principale della testimonianza dei discepoli: raccontano ciò che essi avevano
vissuto con Gesù, e leggerli aiuta a capire come vivere la propria fede, perché
servono a interpretare e comprendere correttamente i testi antichi. Tra i temi
centrali vi sono la Pasqua, il nuovo volto di Dio, il Regno di Dio, la visione dell’uomo
e il rapporto con l’Antico Testamento, dato che Gesù conferma la Legge, i profeti e
il Dio dell’intera Bibbia.
Partendo da Gesù si giunge alla conoscenza del Padre e dello Spirito: si arriva così
al Dio Trinitario, un Dio di amore incondizionato che, per amore, ha creato tutto
ciò che esiste e lavora senza sosta per compiere bene ogni cosa. Dio si prende cura
dell’uomo con passione e lo chiama all’intimità con sé: l’Amore è l’unica forza
di redenzione dal male, una scoperta affascinante che fonda la fede cristiana e che
qualifica l’uomo. Quest’ultimo ha il desiderio di essere amato, ma per esserlo deve
prima amare lui stesso: l’uomo è tale proprio perché ama.
La teologia trinitaria è una questione complementare alla fede e alla verità
cristiana, e ne costituisce il contenuto primo e ultimo, il fondamento stesso
dell’antropologia. Il Dio cristiano è relazione amante, e l’Essere è fondato in essa:
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l’uomo, a immagine di Dio, è ontologicamente chiamato a identificarsi in relazioni
amanti, soprattutto in quella con Dio, ed è chiamato a realizzare la propria
esistenza in tali relazioni. La libertà è quindi la condizione ontologica di questo
cammino.
Rapporto sapere-fede: due ali dello spirito umano
Sapere e fede non sono in contrasto, nonostante questa fosse una concezione
diffusa a metà del Novecento: per conoscere la verità sono necessari entrambi. Ogni
cosa che l’individuo compie è in qualche modo dettata dal “credere che”: non
potendo sapere razionalmente come saranno gli anni futuri, ci si lascia guidare da
una fede, che dà una determinata certezza.
Per conoscere sé stessi bisogna conoscere Dio, ma per conoscere Dio bisogna
conoscere sé stessi: si tratta di un percorso circolare. La fede è considerata
necessaria, ma si riconosce anche il problema dell’assenza di figure testimoniali e
di riferimento: non sempre ci sono persone capaci di trasmetterla. Se la fede venisse
trasmessa per ciò che realmente è, si riconoscerebbe la sua importanza.
L’unico scopo della vita dell’uomo è essere felici, e ogni individuo vive per
raggiungere questa felicità. Nella formazione dell’identità adulta si pensa quindi a
una fede adulta e pensata: se la fede fosse soltanto qualcosa da utilizzare per
“diventare grandi moralmente”, non sarebbe più necessaria una volta raggiunta
l’età adulta.
Bisogna quindi vivere la vita secondo un’altra prospettiva, cercando aspetti nuovi:
se si guarda una persona come un avversario, la vita diventa un inferno; se invece
la si guarda come qualcuno di cui prendersi cura, una volta tolti orgoglio e
pregiudizio, la vita sarà più gioiosa. Più si è giovani nell’adottare una concezione
della vita che ne osserva i lati positivi, meno fatica si farà a mantenerla per tutta la
vita. Una concezione negativa e puramente razionale della vita è spesso dovuta
all’influenza di altri individui.
Esperienza, ragione e prassi sono inestricabilmente presenti nella fede adulta
e pensata. La dimensione intellettuale della fede, tuttavia, va intesa correttamente:
il compito della ragione non è quello di “venire a capo” della fede, perché in tal caso
essa resterebbe solo un sentimento emotivo o un impegno di vita. Occorre invece
comprendere bene la circolarità tra fede vissuta, pensata e praticata: la ricerca
intellettuale insegna a saper fare e a saper vivere.
Se la fede fosse solo vissuta o praticata, diventerebbe un semplice automatismo,
privo di ragionamento da parte dell’individuo. La teoria è invece fondamentale
perché la pratica venga attuata correttamente: se la fede diventasse qualcosa di
automatico, perderebbe il suo significato e diventerebbe inutile. Serve il
coinvolgimento e la partecipazione in ogni cosa che si fa, perché essa abbia un
senso. 2
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La fede si deve vivere, ma bisogna anche studiarla e riflettervi per renderla utile: se
non viene saputa, vissuta e pensata, non è possibile praticarla davvero. Si tratta di
fare e di comprendere ciò che si fa: la fede saputa è insieme un “sàpere” e un
“sapère”, un gustare e un comprendere, un sentire e un intendere. La fede vissuta
è fin dall’inizio una fede saputa: è un sapere che resta a livello di esperienza, e in
base all’esperienza si acquisisce un sapere e si gusta la vita. La fede pensata, a sua
volta, permette di avere un sapere. Per avere una fede “pensata e praticata” bisogna
quindi avere uno studio che permetta di conoscere ed elaborare il proprio sapere,
con lo scopo di renderlo pratica.
Con troppa pratica e poca teoria si ha poca creatività, e sono allora le altre persone
a dire cosa fare. Studiando la teoria, invece, si riesce ad avere inventiva: si è in
grado di fare e di scegliere, e si assume la responsabilità delle proprie azioni e
scelte. Ciò è utile alla crescita personale, ma bisogna pensare bene a ciò che si fa
per non avere rimorsi nella vita.
L’agire umano e cristiano è il luogo in cui si mette in pratica ciò che è già saputo
nel “cielo” della chiarezza delle idee. Occorre superare l’antropologia delle facoltà,
secondo cui prima vi sarebbe l’intelligenza e poi la volontà che esegue o esprime
solo ciò che si è capito: in questo modo l’agire dell’uomo sarebbe soltanto espressivo
di convinzioni, senza avere anche una propria forza conoscitiva. L’agire è anche
luogo di un’esperienza che esprime e costruisce la consapevolezza del proprio
“essere credente”: nella scelta di vita o nella vocazione, se uno pensasse di dover
capire tutto prima di decidere, non comincerebbe mai. Anche il decidersi e il
mettersi in gioco aiutano infatti a capire di più e meglio, a tenere in mano i
sentimenti, a sostenere le motivazioni, a mettere alla prova le emozioni e a costruire
una sapienza evangelicamente consapevole.
Struttura antropologica del sapere che chiama in causa la libertà
Il sapere permette “di stare in piedi” e chiama in causa la libertà: l’automatismo va
superato affinché l’uomo possa scegliere. L’unità fede-ragione fa comprendere che
la fede è presente nell’uomo fin dalla nascita: non si tratta di un atto estrinseco
e accidentale che si presenta a un certo punto della vita. Per questo si potrà
comprendere che la fede, essenziale e specifica, si riconosce in modo particolare in
quella cristiana.
Se non ci si rende conto che esiste già in sé stessi una dimensione di fede,
precedente a quella cristiana, si rischia di vivere quest’ultima in modo generico,
senza realmente conoscerla. Il motivo è il seguente: la ragione è più limitante
rispetto alla fede, perché considera tutto calcolato e segue leggi e regole; se ci si
limitasse a seguire la ragione, non si arriverebbe mai a una decisione. La fede,
invece, permette di comprendere che si è veramente liberi, e guida gli uomini
in ogni cammino. La fede precede la ragione, perché la fiducia esistenziale è la
matrice della vita e la radice della fede cristiana. 3
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Vi sono due passaggi essenziali. Il primo riguarda la fede come struttura
antropologica: essa è fondamento dell’essere umano e qualifica una struttura
antropologica universale, che precede un atto specifico (la fede cristiana) che la
attui e la inveri. Il secondo passaggio riguarda la coscienza credente e la fede
cristiana: ci si chiede perché la fede esistenziale si determini cristianamente e non
in altri modi, ponendo così l’interrogativo sulla credibilità del cristianesimo e sulla
giustificazione razionale della fede.
La fede non è qualcosa che si aggiunge all’uomo e che si decide di avere o di non
avere, ma è un elemento costitutivo: fa stare in piedi, è essenziale, e non c’è vita
senza fede. Cosa significa allora veramente “credere”? Nel termine “credere” si
intrecciano due significati fondamentali: tener per vero e fidarsi di qualcuno.
Questo intreccio si può leggere come un’unione tra una fede in senso debole e una
in senso forte. La fede debole è avere un’opinione non certa e sicura. La fede forte
è fidarsi di qualcuno e accettare, sulla base della sua testimonianza, un certo
contenuto reputato vero: è il caso, ad esempio, della fede cristiana, che si fida di
Gesù e accoglie quanto egli rivela su Dio stesso, oppure della fiducia e del credo
che si ha nei propri genitori. Si parla in questi casi di pura fiducia, perché l’uomo
vive solo per fede, e riconoscendola si può comprendere la vita.
Esiste poi una fede universale, a cui si ha accesso perché costituisce l’originaria
apertura dell’uomo alla realtà: fidandosi degli altri, ci si apre alla realtà. Si tratta
di un’accezione che identifica la forma fondamentale ed elementare, alla base, del
credere: all’inizio non c’è né l’azione né il sapere, ma la fede, che precede tutti i
movimenti espliciti dell’esistenza umana e rende possibili tali movimenti e tutte le
forme concrete della fede.
La fede universale, dunque, mette a disposizione le forme possibili del credere:
questa fede non si identifica immediatamente con una credenza religiosa, ma si
riferisce alla fiducia di base intrinseca all’uomo, costituendo un passaggio
ontologico e fondamentale dell’uomo. Secondo Luhmann, la fiducia è un’esperienza
universale e radicale: se ne fosse privo, l’uomo non potrebbe nemmeno vivere la
giornata, perché senza la possibilità di porre fiducia in qualcuno e in sé stessi non
è possibile la vita tout-court.
La fede è essenziale sia per la stessa nascita dell’io, sia per lo sviluppo di una
personalità sana: se ci si fida delle persone che ci circondano, si diventa a propria
volta degni di fede. Ad esempio, l’identità personale non si forma al di fuori della
fiducia del bambino nei genitori. L’autonomia personale, infatti, può fiorire solo a
partire da una dipendenza originaria: non ci si forma da soli. Se questa fiducia
venisse meno, la personalità si deformerebbe e regredirebbe, e l’uomo finirebbe per
ripiegarsi su sé stesso, in un individualismo che porta a una chiusura
problematica.
Dalla fiducia dipendono le relazioni personali, i legami sociali e le comunità
politiche, che senza di essa non esisterebbero: fiducia, abbandono, fedeltà e amore,
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concetti impliciti nella parola “fede”, sono condizioni indispensabili dell’esistenza
umana, e costituiscono l’esperienza di chiunque osservi con onestà la propria vita.
Dalla fiducia dipendono anche le decisioni ultime della vita: qualsiasi cammino
intrapreso deve partire dalla fiducia, un aspetto che coincide con l’intera propria
vita.
2. Fede e conoscenza: la conoscenza personale
La conoscenza personale è il luogo paradigmatico, esemplare, per evidenziare il
valore conoscitivo della fede, necessaria per accedere alla verità. Se la conoscenza
della persona non vuole fermarsi all’astratta e universale natura umana, ma
intende penetrare nella misteriosa individualità dell’altro, deve necessariamente
percorrere questa via: non esiste accesso alla soggettività singolare dell’altro
senza fede nella sua testimonianza. Per conoscere l’altro, una persona deve
fidarsi di quello che dice e che fa: la fede è un’altra modalità per conoscere ed entra
a far parte del modo di conoscere, senza che vi sia alcun contrasto.
Nello scambio tra persone, la parola pronunciata costituisce una testimonianza,
che nasce come “il dire il vero”, cioè il riferire la verità: di principio si pensa che la
testimonianza sia vera, e quando una persona comunica quello che fa e dice, sta
testimoniando il vero. Non esiste tuttavia un rapporto meccanico e necessario di
corrispondenza tra l’intenzione, cioè ciò che si pensa, e l’affermazione, cioè ciò che
si dice: l’uomo può mentire, e questa corrispondenza è affidata alla libertà. Chi
parla garantisce tale corrispondenza secondo un’identità che non è controllabile
dall’esterno; chi ascolta, invece, può accedere alla verità della parola solo
prestandole fede, perché senza questo elemento non è possibile pensare ad
alcuno scambio di verità tra esseri liberi. Non è quindi in discussione la fede in
sé, ma il contenuto di ciò che è stato detto, perché la fede è una dinamica
antropologica che non è possibile separare dall’individuo.
Nel fenomeno della conoscenza dell’altro è possibile confrontare e distinguere due
diversi ambiti del sapere. Il primo è la conoscenza delle cose materiali, dominata
da un modello di tipo scientifico: il metodo è scientifico, mentre il risultato è
dubitabile, in quanto il termine “scienza” deriva da “conoscenza”. La “cosa” è
l’oggetto di cui l’uomo può in qualche modo impossessarsi attraverso l’esperienza
e la misura, l’esperimento e la matematica, trattandosi del suo aspetto materiale.
La scienza serve affinché gli uomini riescano a vivere al meglio la vita; tuttavia, se
le cose materiali possono essere oggetto di metodi scientifici, le persone rimangono
un mistero che non potrà mai essere risolto in formule o equazioni.
Il secondo ambito è la conoscenza della persona, che procede in modo autentico
solo quando il sapere cresce in parallelo alla consapevolezza dell’altro come
mistero: non si può avere la presunzione di conoscere tutto di una persona e di
possederla, finché non sia quest’ultima a presentare tutta la sua vita dicendo solo
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la verità. L’ideale è conoscere più profondamente l’altro, riconoscendo che egli si
presenta continuamente come un mistero sempre nuovo e sovrabbondante.
La conoscenza personale non può essere confinata rigidamente in uno dei due
ambiti, perché riguarda tutto l’insieme del sapere e dell’esperienza umana: la
conoscenza per testimonianza e per fede deve essere riconosciuta nel suo
valore di legittima e piena modalità di conoscenza, e riguarda molte esperienze
umane fondamentali, oltre che l’autocoscienza personale.
Vi sono due elementi principali. La testimonianza è uno dei modi attraverso cui
l’uomo accede alla verità e la riconosce, ed è da considerare, tra le vie della
conoscenza, come una modalità pienamente razionale. La fede, o fattore fiduciale,
interviene perché non avendo le tecniche per scoprire l’intera verità da solo, l’uomo
ha bisogno di avere fede in quello che dice l’altro: si tratta di un fattore essenziale
per l’accesso al sapere, che avviene attraverso la testimonianza di chi ha preceduto.
Questo fattore ha un importante risvolto sociale ed è indispensabile per la
coscienza di sé e per la decisione riguardo al significato complessivo della realtà: è
un elemento necessario nella fase iniziale della conoscenza, ma anche stabile e
permanente nell’intera vita umana.
La conoscenza interpersonale è un modello per comprendere l’intero sapere: pone
al centro l’incontro tra persone, e il fenomeno della conoscenza viene interpretato
come incontro con l’altro, che
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