Machiavelli
Machiavelli è il primo autore a rendere autonoma la politica dalle altre sfere (religione, morale, economia, diritto) e a studiare la politica come una materia a sé stante con proprie regole. La politica non è più dedotta da altri ambiti ma è data da una continua osservazione della realtà. Determina, così, un pluralismo che si configura come una vera e propria rivoluzione copernicana nel pensiero politico: la modernità è data dal particolarismo statale che Machiavelli contrappone al vecchio universalismo. Potremmo affermare che con Machiavelli termina definitivamente - e quasi sembra non essere mai esistito - il Medioevo. Con questi parliamo per la prima volta di realismo politico. Prima di Machiavelli un buon politico era un uomo fortemente virtuoso da un punto di vista morale. Machiavelli sostiene invece che l’uomo politico per mantenere il potere debba necessariamente adottare comportamenti che spesso si distaccano dalla morale intesa come bene, come comportamento buono. L’uomo nella sua natura è dominato dalla cupidigia, dall’ambizione, e questo lo porta a commettere malvagità (concezione antropologicamente negativa dell’uomo).
La politica si occupa della dialettica ordine/disordine: è portare ordine il fine ultimo dell’azione politica, in quanto l’uomo, proprio per la sua natura malvagia, crea i presupposti per il disordine. La politica è quindi l’arte che deve ristabilire l’ordine, la securitas.
Ma la politica, per Machiavelli, non è l’arte del dover essere, come si configurava nel pensiero platonico, quanto semplicemente quella dell’essere: bisogna scrivere della politica per quello che è, studiare la verità effettuale della cosa. Se la politica è male, violenza, è così che va presentata e accettata senza alcun giudizio morale, perché appunto si distacca da questa sfera. Per avere successo in politica, l’uomo deve entrare nel male: se vuole essere un uomo morale può esercitare la sua virtù nella sfera privata ma non sperare di avere successo in ambito politico. Il principe è al di sopra della morale comune. La politica è quindi fine a sé stessa.
La buona politica è data da buone leggi, buoni ordini e buone armi (e per buone armi Machiavelli intende cittadini armati): la guerra non va intesa come un fallimento della guerra ma come una sua caratteristica intrinseca. Nella storia ciclicamente ordine e disordine si alternano e nessuna di queste due fasi è mai stabile ma solo temporanea. L’ordine è reso oggettivo dallo Stato grazie al potere, al dominio sugli uomini.
Per Machiavelli le uniche due forme di governo sono la repubblica e il principato: così facendo, M. si allontana fortemente dallo schema delle forme di governo elaborato da Aristotele e perpetuato nel tempo. Per Aristotele, infatti, le forme di governo erano tre in base a chi deteneva il potere (uno: monarchia, pochi: aristocrazia, molti: politeia); inoltre, era strettamente connessa alla morale, per cui ad ogni forma ne seguiva una degenerazione in caso di forma cattiva di governo (monarchia/tirannide - aristocrazia/oligarchia - politeia/repubblica). Per Machiavelli, invece, è impossibile parlare di forma buona o cattiva di governo, ne conta solo l’effettività: se una forma di governo esiste e si mantiene è perché funziona e riesce a garantire l’ordine, se una forma di governo non riesce nel suo compito decade.
Il potere monocratico è di due tipi: ereditario o nuovo. La forma ereditaria è la più stabile (anche se temporaneamente perché destinata a decadere e a lasciare il posto alla forma nuova): il popolo obbedisce per riflesso condizionato. La forma di monocrazia nuova è invece data dal punto più alto di conflitto, la guerra civile, e che cerca di creare un ordine dal disordine. L’autore si concentra maggiormente su quest’ultima perché auspica per la situazione italiana proprio un principato nuovo.
Si può governare con le leggi o con la forza. La prima appartiene agli uomini e la seconda agli animali. Spesso, però, le leggi non sono abbastanza ed è necessario ricorrere alla forza. L’uomo politico deve saper usare le leggi quanto la forza, dev’essere una sorta di minotauro (metà uomo metà animale), e nella sua forma animale saper essere sia leone (forza) che volpe (furbizia). Per mantenere il potere, il principe deve evitare tutte le azioni che possano fargli perdere il comando: deve essere parsimonioso, crudele, suscitare timore ma mai odio. Inoltre, Machiavelli ritiene sia impossibile mantenere sempre la parola data: uno dei principi dello ius gentium è proprio quello di basarsi sulla parola data (trattati, accordi). Un buon principe, tuttavia, sa che possono venire meno le cagioni sulla base delle quali sono stati firmati questi accordi e di conseguenza è necessario non fare troppo affidamento su questi ultimi. Per Machiavelli mantenere l’ordine è lo scopo ultimo dell’azione politica, e il conseguimento e il mantenimento di questo scopo giustificano tutti i mezzi che abbiamo usato per ottenerli. Il fine giustifica i mezzi.
Nel corso della storia di un popolo, la fortuna ha un ruolo fondamentale: l’autore la descrive come un fiume in piena che travolge con forza gli uomini. Intesa nel senso latino, quindi con un’accezione neutra, la fortuna comporta un ciclo di avvenimenti sui quali l’uomo non ha il controllo. La fortuna può, tuttavia, essere domata dalla virtù del principe: fortuna e virtù contribuiscono equamente alle sorti di un popolo. Un buon principe riesce ad arginare il fiume della sorte. La virtù politica è l’energia umana che permette di opporsi alla fortuna. Machiavelli si interroga sui motivi per i quali una stessa azione può giovare alle volte e altre invece no. Senza cadere nello scetticismo, l’autore sostiene che il successo di un’azione è il riscontro di qualità dei tempi e natura degli uomini: la virtù risiede proprio nel saper conoscere i tempi e modificare la propria natura sulla base di questi.
Gli scritti di Machiavelli rivelano una doppia natura apparentemente: nel Principe, Machiavelli parla del principato, mentre nei Discorsi della repubblica. Se l’autore potesse, preferirebbe quest’ultima, tuttavia per necessità ritiene valido anche il principato (a differenza di Guicciardini che prediligeva il governo aristocratico). M. ritiene tuttavia che anche nel governo pubblico esista una figura straordinaria che crea la legislazione e la forma repubblicana (Solone e Licurgo nella storia antica).
La grandezza della repubblica romana è data dal conflitto tra patrizi e plebei: l’istituzionalizzazione di questo conflitto, anziché distruggere il sistema politico, l’ha reso grande (esaltazione del conflitto). I Discorsi sono infatti impostati come un paragone implicito tra la Repubblica romana e Firenze: se nella prima il conflitto è stato istituzionalizzato nel tribunato della plebe e la violenza è stata quindi incanalata per scopi politici, Firenze è dilaniata dai conflitti e dalle differenze di “umori”.
Tre sono i grandi nemici nell’azione politica secondo Machiavelli:
- Nobili: non accetta un’aristocrazia come forma di governo.
- Milizie mercenarie: combattono per denaro e non danno sicurezza (la grandezza della Francia è dovuta proprio alle truppe patriote).
- Chiesa e Vaticano: da una parte dà cattivi esempi corrompendo i valori etico-politici dello Stato, dall’altra non permette l’unità territoriale controllando la provincia romana.
Utopisti
Esponenti di questa corrente sono due autori contemporanei a Machiavelli che, vivendo lo stesso contesto storico e politico di quest’ultimo, sono approdati a considerazioni del tutto diverse, potremmo dire opposte, a quelle del politologo fiorentino. Parliamo di Erasmo da Rotterdam e di Thomas More.
Erasmo da Rotterdam
Erasmo da Rotterdam parte dalla verità effettuale della cosa come Machiavelli, ma si allontana totalmente da quest’ultimo per le forti critiche alla società del tempo e alla sua corruzione (specialmente dovuta alla mancanza di virtù e vera spiritualità della Chiesa). Precettore di Carlo V, quest’ultimo abdicherà in favore del figlio e si dirà che questa sua decisione sarà dovuta al forte impatto che l’insegnamento di Erasmo ha avuto su di lui. Erasmo scrive infatti “Educazione del principe cristiano”, rivolto proprio a Carlo V.
Per l’autore, una comunità è cristiana quando il dominio non è mai una proprietà del principe: la sovranità è infatti del popolo. Il principe non deve rispondere solo dell’utilità politica (Machiavelli), ma deve anche rispettare la libertà degli uomini, libertà assicurata anche dalle leggi. Il principe deve puntare al bene comune, di conseguenza il potere politico ha degli obblighi morali. Il rapporto tra sudditi e principe risiede nel consenso del popolo: è alla base della monarchia stessa. Il re tirannico non è un re giusto e non lo saranno neanche i suoi comandi. Machiavelli aveva invece sostenuto l’importanza, per un principe, di farsi temere e di entrare necessariamente nel male per avere successo politico e realizzare lo scopo del suo ruolo. Quest’ultimo aveva poi parlato del principe “minotauro” che doveva essere sia leone che volpe, oltre che uomo. Invece Erasmo sostiene che ogni tiranno è destinato a cadere. Si badi però bene al vero significato delle parole dell’autore: questi non legittima il tirannicidio, ma sostiene che gli uomini debbano essere liberi e che, secondo una verità storica e oggettiva, ogni re malvagio verrà prima o poi deposto.
Il principe cristiano deve essere una persona dotata di tutte le virtù morali (contro l’esclusiva utilità politica di Machiavelli). Il benessere collettivo, che non è il semplice ordine ritenuto unico scopo del principe da Machiavelli ma è il bene comune, dipende proprio dalla perfezione morale del principe: sfera morale e sfera pubblica si intrecciano irrimediabilmente.
Per evitare di sfociare nella tirannia, un buon principe deve innanzitutto essere stato educato da un precettore: il mezzo per fare politica, per avere un principe e un governo giusti, sta quindi nello scegliere principi giusti con i quali ispirare la condotta del sovrano. Questi deve poi tenere lontani gli adulatori, deve vivere in mezzo al popolo per capirne gli umori e i bisogni (parsimonia di Machiavelli), infine dovrà amministrare il principato in maniera trasparente.
Per Machiavelli la politica nella sua essenza è conflitto, mentre per Erasmo la guerra non è un fenomeno della politica quanto invece un flagello che va assolutamente eliminato e si scaglia contro ogni atteggiamento che punta a giustificare il conflitto. Non solo è necessaria una rigenerazione dei costumi, ma è anche importante che i teologi siano contro le guerre: gli uomini di Chiesa devono entrare nella politica internazionale per mantenere la concordia tra Stati.
Una concezione, quella di Erasmo, irenista ma soprattutto ancora legata all’universalismo medievale dei due soli di Dante (res publica cristiana).
Thomas More
Thomas More, cancelliere di Enrico VIII (scisma della Chiesa), divenuto martire in seguito alla sua strenua opposizione allo scisma, scrive nel 1517 “Utopia”. Secondo la terminologia greca, l’utopia è un non luogo, ovvero un luogo che non esiste nella realtà ma che assume le caratteristiche di un luogo in cui si può realizzare ciò che manca nel mondo reale. Per questo, il non luogo è anche un luogo felice.
L’analisi di More parte dalla constatazione di una realtà tragica, quella dell’Inghilterra del XVI secolo, un paese devastato dalle scorribande quotidiane e dalla miseria e povertà. È, quindi, una reazione al mondo che invece Machiavelli aveva eternizzato (la realtà è questa e così va accettata). Il libro è diviso in due parti: la Città reale e la Città perfetta. Nel I libro More descrive lo stato delle cose, criticando specialmente i metodi e gli strumenti usati da Enrico VII, quali le leggi penali, la pena di morte. Secondo Moro è necessaria una nuova e migliore politica sociale ed economica che aiuti le classi meno abbienti che, povere e disperate, sono portate ad atti di malavita. L’alternativa offerta dall’umanista è quella di combattere alla radice il problema della società: la proprietà privata, nonostante poi, alla fine di questo stesso libro, esprimerà delle perplessità sul collettivismo.
Nel II libro More fa parlare un navigatore che descrive la scoperta (immaginaria) di un’isola, l’isola di Utopia, nella quale vi è una realtà politicamente giusta, nella quale le regole sembrano totalmente opposte a quelle vigenti nella società del tempo.
La gerontocrazia è la prima caratteristica, è poi eliminata la proprietà privata (collettivizzazione del lavoro, mense comuni, demografia controllata, eguaglianza, vestiti). In alcuni tratti, questo comunismo è vicino a quello platonico. In un punto, tuttavia, differisce: la famiglia. Se per More questa è un valore fondamentale, al punto che la stessa società e comunità politica si configura come una grande famiglia, Platone riteneva invece necessario evitare ogni distrazione che potesse fungere da ostacolo all’impegno nella vita politica.
Anche se More sostiene che gli utopisti abbiano in odio le guerre e le considera un aspetto deleterio per le comunità, anche in Utopia le guerre esistono e vi sono cause che le provocano. Anche in una società alternativa la guerra è inevitabile, e More elabora anche una teoria su alcune guerre “giuste” (dottrina internazionalista):
- Legittima difesa.
- Difesa degli alleati (Utopia inserita in un contesto pluralistico di Stato).
- Liberare i popoli da forme di governo tiranniche (intervento per filantropia).
- Colonizzazione di nuovi territori (per coltivare e nel caso gli autoctoni si oppongano).
Lutero e la Riforma
Negli stessi anni in cui scrive Machiavelli (ma anche Erasmo e More), si assiste ad un evento decisamente importante: troviamo, infatti, la riforma luterana che, da un punto di vista politico, ha degli effetti estremamente rilevanti.
La riforma comporta uno scisma dovuto alla critica che rivolge Lutero alle indulgenze che la Chiesa medievale aveva imposto per la salvezza dei fedeli. Lutero sostiene alcune posizioni che possiamo ritenere rivoluzionarie: per essere salvati, i cristiani non devono pagare. Inoltre, è respinta l’autorità delle gerarchie ecclesiastiche: ogni fedele può leggere e interpretare i passi del vecchio e del nuovo testamento. Parliamo, in questo caso, di sacerdozio universale, per cui “tutti noi ugualmente sacerdoti”: ognuno deve partecipare in modo paritetico alla vita cristiana. L’opera luterana assume così un volto decisamente progressista.
Papa Leone X chiese a Lutero con una bolla papale di ritrattare la riforma. Lutero non solo non obbedì, ma bruciò anche la bolla. Con la riforma viene meno la differenza tra sacerdozio e laicato e vengono ridotti a due i sacramenti (battesimo ed eucarestia): gli altri sono importanti ma non obbligatori.
Nella storia del pensiero politico moderno, Lutero appare sia un modernizzatore, sia un conservatore. Con Lutero vi è certamente un’apertura da diversi punti di vista: nel non considerare eretico chi critica l’autorità religiosa (in quanto riteneva che ogni cattolico dovesse avere una libera riflessione e coscienza), Lutero dimostra di non essere estraneo ai valori umanistici rinascimentali, gli stessi di More o di Erasmo. Quando Lutero combatte il parassitismo e il mercimonio, l’affarismo del clero, quando denuncia la mania di accaparramento del clero, il dominio di istituzioni religiose che erano degenerate, Lutero diventa un erede dei valori umanistici, del rinascimento, e si inserisce nel processo di modernizzazione del pensiero, divenendo un autore fondamentale per la libertà delle coscienze (alla base della modernità politica). Questo spirito critico, questa volontà di non concentrare i valori della fede in una classe sociale con determinati privilegi non concessi agli altri, lo rendono un autore realmente modernizzatore.
Lutero è però anche altro: anziché essere un autore della modernità ha alcuni aspetti che lo rendono antitetico ai valori umanistici del rinascimento e della modernità. Il suo profondo pessimismo sulla natura umana, per cominciare: per Lutero l’uomo è l’essere del peccato originale (lo stesso essere di Machiavelli), e nessun processo di incivilimento della cultura porterà l’uomo a cambiare. La natura umana è una natura peccaminosa.
Rispetto a San Tommaso (padre della chiesa con Sant’Agostino) e alla sua concezione della conciliazione tra fede e ragione, Lutero ritiene che la salvezza dipenda dalla sola fede, dalla sola volontà di Dio: la salvezza è un fatto provvidenziale che non ammette e non necessita di alcuna spiegazione razionale. L’uomo deve ovviamente disporsi alla grazia divina con le sue azioni, ma deve rinunciare alla presunzione che le sue azioni possano modificare un meccanismo puramente provvidenziale: la penetrazione di Dio nelle singole coscienze dipende dal libero arbitrio di Dio stesso (contro il servo arbitrio umano che attribuiamo a questo punto agli uomini).
Dal punto di vista politico Lutero ritiene che il cristiano abbia il dovere assoluto dell’obbedienza alle autorità politiche secolari; se nell’ordine spirituale è assolutamente libero, nell’ordine temporale deve essere disponibile ai servitori. Per Lutero, come per Agostino, esistono due regni: quello di Dio e quello dell’uomo. La duplice natura del cristiano, infatti, comporta una duplice natura dei due regni, quello celeste, nel quale il
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