Storia dell'arte contemporanea
Introduzione
Gli anni quaranta e cinquanta del 900 sono caratterizzati in arte da quelli che vengono definiti gli espressionismi: movimenti artistici che enfatizzano il lato emotivo e non razionale dell’uomo, abbandonando la forma in favore di un tipo di pittura istintiva e liberatoria. Da un lato l’espressionismo astratto americano, nel quale si distinguono l’action painting e il color field painting; dall’altro l’espressionismo informale europeo, una ribellione alla forma che si contraddistingue però per la maggiore drammaticità delle opere legata all’esperienza della guerra. Gran parte degli artisti inizia a lavorare sul monocromo, ovvero l’utilizzo di un unico colore come forma espressiva, spesso sviluppato come campitura di colore unico oppure come combinazione di più materiali vari e pittura. L’utilizzo del monocromo si svilupperà molto il questo periodo storico e si affermerà anche grazie a personalità come Burri, Fontana, Klein e Manzoni: artisti al di fuori di precisi movimenti artistici, posizionabili a cavallo tra l’espressionismo europeo e la svolta oltre l’arte informale.
Alberto Burri
Laureato in medicina, Burri si affaccia alla pittura in età già avanzata, in particolare durante la detenzione in un campo di prigionia in Texas nel 1942. I suoi primi lavori sono caratterizzati dalla combinazione di pittura e materiali grezzi, riconducibili alla sue esperienza di medico di guerra, che mantengono però un impatto prettamente monocromo. In particolare, nella serie “Sacchi” che studia a partire dal 1952, la tela non viene più considerata come un supporto per la pittura ma una sua parte integrante: brandelli di juta sono uniti ad essa con grandi punti di sutura; la stoffa diventa una sorta di pelle da cui emergono aree di pittura nera o rossa, quasi a segnare ferite e bruciature. Egli continua con questi effetti espressivi ottenuti dalla combinazione di materiali artificiali e naturali, animata da fenomeni di degradazione nelle serie delle Combustioni, dei Ferri, dei Legni e dei Cellotex.
All’inizio degli anni 60 egli sperimenta una nuova tecnica che consiste nella combustione e liquefazione di materiali plastici, applicati poi su tela e arricchiti di colore artificiale. In particolare nella serie “Plastiche”, l’artista rappresenta una rottura con il sistema di rappresentazione tradizionale. Dal caos distruttivo emerge una dimensione interna che si spinge oltre all’opera in sé.
Intorno agli anni 70 invece, Burri lavora sulla serie dei Cretti utilizzando una tecnica totalmente diversa; essa consiste nell’utilizzo di terra umida che viene lasciata asciugare al sole tanto da creparsi creando rotture. Successivamente la terra crepata viene dipinta lasciando visivamente dei solchi nella superficie monocroma. L’opera più impressionante di questa serie è sicuramente il grande Cretto di Gibellina, unico lavoro di land art fatto dall’artista. In quest’opera, le macerie di una cittadina siciliana distrutta da un terremoto, sono state coperte dall’artista con una colata di cemento come se fosse il sudario bianco con cui si copre un cadavere. L’artista ha successivamente ricostruito sul cemento la pianta della cittadina, ricreando dei solchi in concomitanza delle strade del paese creando una sorta di labirinto. Tuttavia sarebbe scorretto considerare Burri come un artista di Land art in quanto quest’opera è l’unica realizzata in questo ambito.
Lucio Fontana
Già a partire dagli anni trenta, Fontana si afferma come uno dei maggiori artisti italiani che riuscì a svincolarsi dal concetto di rappresentazione tradizionale in ambito artistico. Ebbe una formazione classica accanto al padre scultore funerario grazie al quale esercitò la sua eccezionale capacità manuale che gli diede l’opportunità di proseguire su binari creativi differenti: produzioni di terrecotte, sculture e disegni decorativi, nonché collaborazioni con architetti italiani per la decorazione di edifici.
Dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale tornò in Argentina, suo paese natale, in cui redasse il Manifesto Bianco, con il quale si riallacciava alla vocazione futurista all’apertura verso nuovi mezzi tecnici al passo con le scoperte scientifiche: questo testo costituì la base per la fondazione, una volta rientrato in Italia, del movimento dello spazialismo. La pittura di Fontana, partendo da un concetto scultoreo, tende ad andare oltre al bidimensionalismo della tela: il punto cardine del nuovo movimento è proprio quello di esplorare il concetto di spazio al di là della tela. Egli utilizza buchi, squarci e tagli per superare l’opera riflettendo sulla spazialità, in particolare sulla contrapposizione tra finito e infinito. Le sue opere che meglio esprimono quest’idea sono la serie dei Buchi e la serie dei Tagli.
Nella serie dei buchi, l’artista riempie le tele di crateri irregolari; questo gesto sfregia la tela senza intenti provocatori, ma con l’obbiettivo di portare lo sguardo dell’osservatore dentro e persino oltre la sua opera. Spesso il fondo delle tele era dipinto con colori monocromi ma anche pietre, lustrini o sfumature che danno l’impressione di un paesaggio astratto. Se i buchi quindi interpretano un’estetica e una sensibilità più aderente all’arte informale, la serie dei Tagli si avvicina ad un’essenzialità minimalista. L’artista non lavora d’istinto ma depura la forma tagliando la tela in un atto di estrema concentrazione. Il fondo delle tele era bianco o colorato, puro e interrotto solamente dai tagli: in questo modo, la semplicità del colore disturbata dai netti tagli enfatizza la violenza implicita nell’atto di lacerare il supporto.
L’attenzione dell’artista si focalizza inoltre sul modo in cui lo spazio si possa continuamente trasformare a seconda delle luci; ciò lo porta a lavorare, oltre che su supporti di tela, in veri e propri ambienti, attraverso la creazione di installazioni luminose: egli crea ambienti labirintici di luce, spesso fosforescente, mettendo in crisi il sistema percettivo di chi li percorreva con lo sguardo, cambiando il senso dello spazio in cui venivano applicati. Un esempio di questi lavori è quello per lo scalone d’onore della Triennale di Milano nel quale disegno, con tubi di luce al neon, un arabesco che ricordasse i movimenti dei corpi nello spazio. L’interesse per la spazialità, portano l’attenzione di Fontana sul crescente sviluppo della televisione: egli vedeva nel prodotto televisivo grandi possibilità di espressione per l’arte. Ciò che più lo affascinava era la velocità con cui un’immagine percorre figuratamente un grandissimo spazio in pochi millesimi di secondo per poi essere trasmessa in diversi luoghi contemporaneamente.
Yves Klein
Yves Klein è stato un artista francese attivo nella metà del Novecento. Artista dell’immateriale, è conosciuto soprattutto per aver dato vita all’International Klein Blue, una tonalità di blu oltremare che utilizzò per diverse opere nell’arco di tutta la sua carriera. Tutta la sua carriera artistica si sviluppa intorno al monocromo blu: per tutte le sue opere l’artista utilizza una particolare punta di blu da lui brevettata come unico colore. Klein crede che questo tipo di colore sia l’unico capace di riflettere al meglio un tipo di spiritualità laica, verità, saggezza e contemplazione.
La sua arte si avvicina al nouveau realism francese, affacciandosi sulla body art: essa si basava sostanzialmente sulla pressione di corpi dipinti di blu su grandi tele bianche (antropoetrie).
Così come Fontana, anche Klein è attratto dal concetto di spazialità; oltre al fatto che lega il blu, colore predominante nelle sue opere, all’idea di spazio e infinito, egli realizzerà una delle sue maggiori opere riflettendo sul tema del vuoto: una stanza ridipinta di bianco da Klein dove lui stesso o gli spettatori camminano e sostano: nulla da vedere, né quadri né alcun punto di riferimento percettivo se non l’ombra di un corpo, un luogo-vuoto che però diventa figura reale, capace di produrre ugualmente intensi effetti percettivi, emotivi e cognitivi nello spettatore, “un luogo che concretizza e incorpora l’arte in quanto totale, l’Arte con la maiuscola.” Lo scopo dell’artista era quello di mostrare la forza dell’artisticità a prescindere da ciò che viene presentato.
Piero Manzoni
A differenza di Fontana, Klein e Burri, Manzoni non pone l’attenzione sul lavoro monocromo tradizionale ma sull’achrome, ovvero alla cromaticità legata alla materia nel suo essere naturale. Achrome significa letteralmente “senza colore”: le sue opere infatti erano quadri realizzati con stoffe, stracci, pietre e persino pezzi di pane, imbiancati con il caolino, una sostanza chimica capace di far assumere una colorazione diversa alla materia a cui viene applicato.
Manzoni però viene ricordato principalmente per le opere di natura provocatoria sulla figura dell’artista: egli allo stesso tempo esaltò e derise la figura del genio individuale, presentando opere come la “Merda d’artista” o “Fiato d’artista”. Queste opere risaltano un conflitto fondamentale: l’atto artistico viene ridotto ai suoi minimi termini come per mettere in discussione un modo di fare arte ormai antico, ma al contempo affermare l’inevitabile necessità dell’arte per l’uomo di ogni tempo.
La provocazione sulla figura dell’artista è evidente anche nell’opera “Socle du monde”, un grande parallelepipedo collocato nella località di Herning; una sorta di piedistallo che reca un’iscrizione capovolta, pronto a reggere il globo terrestre, elevato ad arte: tutto il mondo è opera sua. L’ironia sulla figura dell’artista raggiunge i massimi livelli con il parallelismo autore-creatore.
Oltre l'informale
Verso la fine degli anni iniziano a nascere nuovi movimenti artistici guidati da artisti emergenti che ritengono ormai superata la stagione irrazionalmente emotiva dell’espressionismo: pur diverse per poetica e risultati, tutte queste correnti erano tese a recuperare le diverse eredità delle avanguardie storiche, portandone ad uno stadio più analitico e radicale le tecniche, le intuizioni e le premesse. Dal futurismo, astrattismo geometrico russo, De Stijl e Bauhaus, derivò il tronco dell’arte concreta, cinetica, programmata e optical; dal dadaismo e dal surrealismo si svilupparono la pop art, l’iperrealismo e il new dada. Dalle esperienze delle serate futuriste e dadaiste si sviluppò l’happening e la performance.
Happening e Fluxus
Il termine happening viene coniato da Allan Kaprow nel 1958 e con esso si intende una forma d’arte del tutto nuova che non si basa sulla produzione di oggetti artistici ma sull’azione improvvisata di più soggetti in ambienti non convenzionali. Alcuni degli elementi cardine di questo tipo di arte sono il coinvolgimento del pubblico, capace di interagire aumentando l’aspetto imprevedibile dell’esibizione; la transitorietà dell’evento, la fusione tra diversi ambiti espressivi (pittura, musica, danza e teatro) e il più rivoluzionario: la ridefinizione dell’idea dell’opera che da un’esperienza visiva, emotiva o mentale diventa un’esperienza totale, in grado di coinvolgere integralmente i partecipanti. Le principali ispirazioni del movimento dell’happening sono le serate futuriste, ma anche l’interesse dadaista per la casualità, oltre che la visione di arte come azione e processo fondata dall’action painting. Questo movimento inizia a prendere forma grazie alle ricerche di John Cage, Allan Kaprow e del gruppo Fluxus.
L’happening prende piede ufficialmente nel Black Mountain College, scuola di discipline artistiche progressista fondata sul pensiero di John Dewey, filosofo e pedagogista statunitense che guardava ad un metodo di insegnamento innovativo sostenendo che democrazia e educazione fossero profondamente collegate. Pertanto, il college non prevedeva voti, tasse, esami o gerarchie, garantiva piena libertà nella scelta del percorso educativo e richiedeva un comune impegno per il sostentamento della scuola stessa.
L’arte era quindi vissuta come esperienza e incontro, avvicinandosi in parte al concetto iniziale del Bauhaus, andando contro l’impianto razionale del tempo. Nella scuola non c’era una tendenza verso la produzione (differenza con alcuni aspetti del Bauhaus) di oggetti d’arte ma era orientata verso un’arte totale da vivere a pieno grazie al concetto di “collaborazione” tra artisti.
Fluxus
Il cuore del movimento irrazionale e anticonformista degli anni 50 e 60 fu Fluxus, un collettivo di artisti da tutto il mondo che si uniscono per aggregazione in particolari festival in cui collaborando gli uni con gli altri fanno arte. Tra i maggiori esponenti si ricordano John Cage, Brecht, Raushenberg, Tudor, Yoko Ono.
Fluxus nasce nel febbraio 1963, su ispirazione di Maciunas e Brecht, attraverso il manifesto, tipico strumento dell’arte d’avanguardia, in cui veniva esemplificato, attraverso le molteplici definizioni contenute in un semplice dizionario, il termine “Fluxus”. Fondamentalmente Fluxus si presenta nell’idea di chi l’ha creato, e ne ha fatto parte, come un atteggiamento artistico, più che un movimento vero e proprio, i cui denominatori comuni sono rappresentati dall’impossibilità di essere definibile, circoscrivibile o esplicabile. Fluxus era piuttosto un atteggiamento amorfo, fluido, che mirava ad incorporare l’intera esistenza nell’arte e renderla partecipe della vita di ognuno di noi.
Era uno spirito ribelle nei confronti della commercializzazione imperante del mercato dell’arte e dell’ideale borghese di opera d’arte. L’intento era quello di integrare l’espressione artistica nella vita di ogni singolo. Le sue radici risiedevano nel dada, nel futurismo e nel surrealismo, dove erano state gettate le basi per un certo atteggiamento irriverente nei confronti dell’ordine precostituito, unito a quello spirito giovanile della controcultura che andava diffondendosi soprattutto negli USA negli anni ’60.
Sebbene la sede iniziatica fu di base a New York, Fluxus invase l’Europa e il Giappone e vide coinvolti artisti, designer, poeti e soprattutto musicisti, per l’influenza già citata che ebbe su questo “movimento” la figura di John Cage, per il quale tutto era musica o poteva diventarlo. Il collettivo di artisti si legava all’idea del fluire, dello scorrere e alla trasformazione naturale delle cose: la loro idea sfociava in un’arte del tutto diversa, lontana da invenzioni formali ma da vere e proprie azioni artistiche (performance).
4'33'' – John Cage
Una delle performance diventate più famose è sicuramente 4'33'', qui l’artista sta in silenzio davanti ad un pianoforte per 4 minuti e 33 secondi. All’inizio della performance Cage pronuncia “la materia della musica è suono e silenzio, non ho niente da dire e lo dico”. Per l’artista la musica non si può dividere in silenzio, rumore, o note studiate; la composizione per lui è un unico corpo sonoro, un gesto artistico che non deriva unicamente dall’affiancamento di note ma dall’insieme di elementi sonori basici come il respiro e il vociare del pubblico, il silenzio e il rumore. Questo insieme di elementi sonori diventa la composizione vera e propria dell’artista.
Pop Art
Il fenomeno della pop art nasce nel periodo del boom economico, tra gli anni 50 e 60: una fase di grande crescita economica a cui seguirono un diffuso incremento del benessere e un aumento di compra-vendita e consumo di prodotti e servizi. Parallelamente, in questo periodo di tempo si assiste ad una democratizzazione dell’accesso alla cultura data dai nuovi media quali televisione, radio, pubblicità, riviste e fumetti. Il nuovo stile di vita di questi anni trovò voce nella pop art, un fenomeno artistico intrinsecamente popolare sia nelle forme che nelle tecniche che nei contenuti.
Gli artisti di questa nuova corrente, pur utilizzando tecniche e materiali diversi, si rifanno al tempo dei loro giorni, dei consumi e dei mass media. A differenza di molti movimenti artistici in cui lo scopo principale è quello di criticare e giudicare le ingiustizie del periodo in cui stanno vivendo, la pop art, benché alcune opere abbiano un accento di critica, non tendono a giudicare quanto a testimoniare il proprio tempo. Benchè sia ricordata come un fenomeno prettamente americano, essa non solo ebbe un grandissimo sviluppo in tutta Europa ma nacque ufficialmente in Gran Bretagna.
Con la mostra del 1956 tenutasi a Londra, venne presentata una riflessione sul tempo corrente attraverso dodici sezioni dedicate a temi e oggetti della cultura popolare; la mostra sorse grazie all’attività dell’Indipendent Group, che si affermò in seguito come uno dei maggiori gruppi di pop art. La pop art inglese riflettè lo spirito della “Swinging London”, ovvero la vita mondana londinese degli anni 50 e 60, dando ufficialmente il via alla corrente della pop art. L’opera manifesto della mostra era firmata da Richard Hamilton ed un collage intitolato “Just what is it that makes today’s home so different, so appealing?”.
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