Il ’700, e le sue propaggini nel ’600
Il ’700, e le sue propaggini nel ’600 e nell’ ’800, rimane un’epoca largamente sottostimata nello
sviluppo dei linguaggi moderni nel tempo della modernità, non solo in Italia ma anche in Europa. Per
questo rappresenta ancora oggi un problema storiografico aperto:
“Un’autorevole storia dell’architettura italiana del XVIII secolo non può ancora essere scritta. Molti
monumenti non sono ancora per niente o solo sufficientemente pubblicati; la datazione di molti
edifici è controversa o vaga; le costruzioni senza architetti ed i nomi di architetti senza costruzioni
abbondano (…) e solo recentemente un certo numero di architetti importanti fu oggetto di studi
individuali.” – R. Wittkower.
Gli architetti del ’900, Furio Fasolo, Paolo Portoghesi e Sandro Benedetti, si occupano di fare luce su
questo periodo, per il quale scrivono saggi fondamentali che permettono di orientarsi all’interno di
esso:
o Monografia su “L’opera di Hieronimo e Carlo Rainaldi” di F. Fasolo
o Corpus su “Roma Barocca”, 1966, di P. Portoghesi
o “Fuori dal Classicismo”, di S. Benedetti, in cui affronta l’architettura del ’500 romano
collocandosi al di fuori degli stereotipi del classicismo. Individua in Antonio da Sangallo il
Giovane una retorica sintetista, distante da quella fondata sugli ordini architettonici, che
ritroveremo successivamente nell’Arcadia.
o “L’architettura dell’Arcadia nel ’700 romano”, in cui si parla dell’Accademia dell’Arcadia che,
fondata il 5 ottobre 1690 sotto la guida del canonico Giovan Mario Crescimbeni (1663-1728)
e sotto la protezione di Cristina di Svezia, si ispira alla regione mitica della Grecia come
simbolo di un’esistenza idilliaca e pastorale. L’Accademia aveva come obiettivo quello di
combattere il concettismo metaforico della poesia barocca e di opporsi al “cattivo gusto”
rappresentato da Giovan Battista Marino (1569-1625) e dal Marinismo. L’Arcadia era una
terra mitica abitata da pastori, simbolo di una natura selvaggia e incontaminata (ogni
membro doveva scegliere per sé un nome pastorale, ispirato ai pastori dell’antica Arcadia).
Tra i precetti da rispettare vi era: “non si esca dal costume e dalla semplicità pastorale, anche
largamente pigliata si nel trattare o conversare come nel cantare e ragionare”.
“I fondatori, grandi uomini, della benemerita e celebre accademia dell’Arcadia ebbero per principal
scopo nel prendere i nomi e gli usi de’ greci pastori e persino il loro calendario, di romper guerra alle
gonfiezze del secolo, e ritornare la poesia italiana per mezzo della pastorale alle pure e belle sue
forme. Fingendosi pastori, immaginandosi di vivere nelle campagne, bandito ogni fasto, tolto fra loro
ogni titolo di preminenza, studiando ne’ classici greci, latini e italiani, vennero naturalmente da sé
stesse a cadere quelle ampollose metafore, que’ stravolti concetti, che formavano la delizia non de’
poeti soltanto, ma eziando de’ più applauditi oratori sacri, e su cui stoltamente si riponeva la sede
del sublime e del bello”.
L’Arcadia rappresenta la prima linea di pensiero individuata da S. Benedetti che trasforma e raffredda
il tono del complesso ricercare barocco, pur senza rinnegare completamente, come farà invece il
Neoclassicismo, alcune sue valenze. Si tratta di un’architettura che segna un ritorno a un classicismo
più pudico, capace di unire un dettaglio decorativo prezioso e minuto a un’eleganza estrema.
Predilige articolazioni spaziali chiare e leggibili, caratterizzate da forme figurative e volumi
semplificati. Questo approccio riesce a recuperare la natura sintetica e rigorosa tipica del
Cinquecento romano. Rappresenta il razionalismo architettonico della fine del ’600 e dell’inizio del
’700, in quanto, ispirandosi all’architettura classica greca, incarna perfettamente le caratteristiche
della tendenza: semplicità costruttiva, assoluta identità tra forma e struttura, estraneità a tutto ciò
che costituisce una sovrastruttura decorativa priva di corrispondenza con l’essenza purista della
forma architettonica. TENDENZE AL TEMPO DELL’ARCADIA
Nell’ultimo quarto del ’600 si assiste allo sviluppo di un nuovo senso di sobrietà, misura e semplicità
in architettura, caratterizzato da un progressivo depotenziamento delle decorazioni e di tutte le
articolazioni formali. Oltrepassando il classicismo, si sviluppano temi michelangioleschi, poiché
Michelangelo, più di ogni altro, aveva disintegrato i codici classici della pittura, della scultura e
dell’architettura.
Si delineano due strade principali:
o Una tendenza riprende il classico con un approccio più “vitruviano”, cioè più attento al
rispetto del canone dell’architettura classica e alla sobrietà formale, ma anche alla razionalità
progettuale e agli schemi funzionali e tipologici. È questo il momento in cui i tipi edilizi si
moltiplicano.
o L’altra guarda invece al mondo decorativo, all’ibridazione delle tre arti, attraverso ricercate
formulazioni stilistiche, caratterizzate da grazia ed eleganza formale.
Tra l’ultimo quarto del ’600 (morte di Bernini nel 1680, evento che chiude un ciclo e ne apre un altro)
e l’inizio del ’700 (1732, concorso per la facciata di San Giovanni in Laterano, che segna un momento
cruciale) si assiste dunque a un cambiamento di gusto di portata epocale.
“Negli ultimi anni del ‘600 e nei primi del ‘700 l’enfasi propria del Barocco, la ricerca del grandioso e
dell’eroico vengono attenuandosi; le forme gradatamente si ingentiliscono, il movimento si calma; si
cerca (…) di rendere la grazia e la gentilezza; le figure prendono contorni flessuosi, visi delicati e
femminei; il colorito si fa tenue e chiaro, con dolci trapassi di toni, il modellato diventa morbido (…)
nelle composizioni domina un ritmo di linee disposte in molli curve (…) L’architettura cerca di
attenuare il peso delle masse e la forza dei volumi, smussando e arrotondando gli angoli, gonfiando
o incavando le superfici, ornando le varie membrature con decorazioni eleganti e minute”.
Vincenzo Golzio (1896-1980) fornisce una delle descrizioni più efficaci del lento passaggio tra ’600 e
’700, sottolineando come l’architettura da lui descritta sia sorella di quella dei grandi maestri del
Seicento. Ciò è conseguenza del fatto che gli architetti avevano a disposizione le grandi opere dei
maestri romani del XVII secolo, che costituivano un’enorme riserva di idee e concetti. A questo si
aggiungeva la tradizione più antica del ’500 e quella dell’antichità classica. Dalla fine del ’600 in
avanti, quindi, il repertorio a cui un architetto poteva attingere risultava praticamente illimitato.
DISCORSO SUL MODERNO
Giorgio Vasari scrive “Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue
(individuato come linea di demarcazione tra la pittura medievale di indirizzo bizantino e la pittura
occidentale, per lo stile della sua opera) insino ai tempi nostri” (raggiunge gradualmente al punto
più alto che secondo lui si raggiunge con Michelangelo, ancora vivente ai suoi tempi) nel 1550. In
quest’opera formula una critica all’architettura italiana del ’400 e del ’500 attraverso la seguente
affermazione:
“Di grandissimo giovamento all’architettura fu veramente il moderno operare di Filippo Brunelleschi,
avendo egli contraffatto e dopo molte età rimesse in luce l’opere egregie de’ più dotti e meravigliosi
antichi. Ma non fu manco utile al secolo nostro Bramante, acciò seguitando le vestigia di Filippo,
facesse agli altri dopo di lui strada sicura nella professione dell’architettura.”
Le invasioni barbariche di quel periodo avevano causato la distruzione di molte fabbriche e la
scomparsa degli artigiani. Con “invasioni barbariche” si intendono quelle di Goti, Unni e Vandali, da
cui derivava la convinzione che l’architettura gotica fosse così chiamata perché considerata
architettura dei barbari. Questo costituiva un problema per Vasari, che la riteneva responsabile del
degrado di Roma. Nella distanza tra l’immagine di Roma prima della rovina e lo sforzo di
immaginazione necessario per ricostruirla, risiede la modernità del classicismo di Brunelleschi, il
quale non copia gli antichi, ma li interpreta; la sua architettura è originaria di un ceppo antico, che
poi, però, si evolve. Per Vasari, dunque, il moderno coincide con il recupero del codice linguistico e
costruttivo dell’antico e delle sue manifestazioni diversificate.
Rotonda degli Angeli di Brunelleschi: arriva ad un’architettura di spazio e non di pareti, riconosciamo
così comportamenti di sequela di violazione dei codici classici.
Spedale degli Innocenti: Brunelleschi segue solo la fase iniziale del cantiere, per poi lasciarlo a
Francesco della Luna, il quale utilizza una tipologia di architrave scanalato che Brunelleschi aveva
compreso appartenere a un lessico scorretto, ma che viene giustificata richiamandosi al Battistero
di San Giovanni a San Miniato al Monte (XI-XII secolo), che all’epoca era considerato un’opera degli
antichi romani.
Durante i restauri del Pantheon in epoca fascista emergono dei danni che permettono di
comprendere come Brunelleschi, per studiare la cupola prima della realizzazione di Santa Maria del
Fiore, avesse fatto rimuovere l’intonaco per osservare la struttura della concrezione muraria,
scoprendo che i Romani avevano inserito armature in muratura di mattoni all’interno del getto di
calcestruzzo. Da qui derivano le “cignature e incatenature” (l’organismo strutturale della cupola di
Santa Maria del Fiore) di cui parla Vasari. Per Brunelleschi era molto importante la sicurezza della
maestranze
“Sul danno e sull’utilità della storia per la vita” Friedrich Nietzsche: gli uomini hanno un passato che
influenza le scelte del presente e del futuro di questi.
Il moderno, dunque, è tale perché guarda al recupero dell’antico, individuando nel gotico il proprio
nemico.
Vasari aggiunge una sorta di vertice nel parlare del rapporto tra contemporaneità e passato: questo
dialogo incessante tra modernità e passato risulta essere una costante. E riconosce i greci come
inventori dell’architettura, i romani come imitatori dei greci e Bramante come imitatore di entrambi
“con invenzione nuova”
“Perché se pure i greci furono inventori dell’architettura et i romani imitatori, Bramante non solo
imitandogli con invenzion nuova ci insegnò, ma ancora bellezza e difficultà accrebbe grandissima
all’arte, la quale per lui imbellita oggi veggiamo”
MAESTRI DEL ‘600 E FRANCESCO MILIZIA(1725-1798)
Gian Lorenzo Bernini (1598-1680)
Nato a Napoli da padre fiorentino, Bernini si trasferisce presto a Roma. La sua carriera decolla sotto
la protezione di Scipione Borghese e culmina durante il papato di Urbano VIII, che lo nomina
architetto di San Pietro. La sua formazione è profondamente legata alla scultura e all’influenza di
Michelangelo, mediata dallo studio del Cinquecento romano.
Il colonnato di San Pietro (1656-1667)
Caratteristiche: è formato da due bracci con una sequenza di colonne tuscaniche snelle, architrave,
fregio continuo e un piano attico con statue. Bernini recupera una grecità romana (tempio distilo in
antis), evitando timpani spezzati o linee eccessivamente concave. Il contesto: l’opera nasce dopo il
fallimento dei campanili della facciata di San Pietro, demoliti a causa di gravi problemi statici legati
al terreno.
La critica di Milizia: Milizia è estremamente severo. Critica la scelta dell’ordine architettonico,
sostenendo che il Dorico (ordine maschio) non sia adatto a sorreggere statue leggere, preferendo un
ordine più gentile come lo Ionico o il Corinzio. Inoltre, denuncia le fessurazioni delle volte, accusando
Bernini di aver ignorato la fragilità del suolo, già nota dopo il disastro dei campanili.
Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale (1658-1670)
Caratteristiche: pianta ellittica con asse trasversale lungo (l’ingresso è sul lato corto). Presenta un
protilo convesso con ordine ionico, mentre la facciata principale utilizza un ordine gigante corinzio.
L’interno è definibile come scheletrico, dominato dai vuoti delle cappelle che seguono la curvatura
ellittica. Paragoni: la composizione binaria (ordine gigante + ordine nano) richiama chiaramente il
Palazzo dei Conservatori di Michelangelo.
La critica di Milizia: definisce gli archi interni che seguono la curva un “cattivo effetto nei piani
curvilinei”. Critica inoltre il protilo, definendolo un padiglione che sembra “traboccare innanzi” senza
una relazione logica con il resto della facciata, muovendo una critica basata sul razionalismo
progettuale. Chiesa di San Tommaso da Villanova (1658-1661)
Caratteristiche: pianta a croce greca. In quest’opera Bernini appare più interessato alla definizione
dei volumi che all’apparato decorativo. L’esterno presenta un classicismo sobrio con due ordini
sovrapposti, mentre l’interno è basato su una doppia matrice: essenzialismo nella parte inferiore e
decorativismo plastico-scultoreo nella cupola. Paragoni: i modelli di riferimento sono Alberti (San
Sebastiano) e Giuliano da Sangallo (Santa Maria delle Carceri).
La critica di Milizia: pur apprezzando la sobrietà dell’opera, definita dotata di “maggiore sobrietà
classica”, Milizia la utilizza per attaccare il Bernini barocco, lodando il recupero della tradizione
romana cinquecentesca (Giulio Romano) a scapito delle consuete “bizzarrie” berniniane.
Santa Maria di Galloro, Ariccia
Caratteristiche: in quest’opera Bernini sembra guardare a Palladio, sebbene non vi siano prove di un
suo viaggio a Venezia. La facciata integra gli ordini in modo complesso: un ordine gigante nella parte
centrale e un ordine nano nelle ali laterali.
La critica di Milizia: Milizia lancia un’invettiva generale contro l’architettura di Bernini, accusandolo
di aver “infrascata” l’architettura con nuovi abusi invece di purificarla. Lo accusa di aver “sciancato”
e “sbiecato” i frontoni, interrompendo le linee con risalti inutili e sostituendo una “elegante
bizzarria” alla “bella semplicità”. Francesco Borromini (1599-1667)
Rappresenta l’apice della sperimentazione barocca. La sua architettura non rifiuta il classicismo, ma
lo supera attraverso una libertà di matrice michelangiolesca. Le sue opere sono caratterizzate da:
o Movimento plastico: uso di superfici concave e convesse che rompono la regolarità dei piani.
o Architetture dentro architetture: inserimento di micro-edifici (edicole, tempietti) all’interno
delle strutture principali.
o Geometria complessa: piante basate sull’incrocio di figure geometriche (come il triangolo
equilatero) piuttosto che su forme tradizionali.
San Carlino alle Quattro Fontane (1634-1641)
È l’opera che esprime al meglio la “massa organica” borrominiana, quasi fosse una cellula viva in
continua trasformazione, che sfida la percezione statica dello spettatore. L’opera rappresenta il
trionfo della facciata non piana: Borromini scardina la regolarità del classicismo attraverso un flusso
continuo di energia che attraversa le pareti, alternando superfici concave e convesse. Questo
movimento plastico e tridimensionale è così spinto che la facciata sembra quasi scomporsi in
strutture autonome, in un’operazione che viene paragonata alle scomposizioni neoplastiche
olandesi del primo Novecento per la capacità di rompere l’unità del piano. All’interno e all’esterno,
Borromini rielabora l’ordine architettonico corinzio in modo rivoluzionario: mentre nel classicismo
la colonna appare imperturbabile, qui diventa espressiva della forza di gravità. Le colonne sembrano
deformarsi e “spanciarsi” sotto il peso della struttura, con capitelli che assecondano questo
schiacciamento. È un’architettura che comunica tensione e libertà, ispirata apertamente a
Michelangelo, che Borromini considerava il suo “principe” e guida nel rivendicare il diritto dell’artista
di non essere schiavo delle regole. Un altro elemento fondamentale è l’intreccio di “architetture
dentro architetture”: sulle pareti curve sono inserite microarchitetture come edicole e tempietti, in
cui il frontespizio classico scompare, sostituito da medaglioni sorretti da angeli o da ali d’angelo
intrecciate. Questa libertà estrema scatena la furia critica di Francesco Milizia. Il critico neoclassico
definisce l’opera un vero e proprio “delirio”, un ammasso di rette e curve che “fanno pietà”. Per
Milizia, Borromini è il capostipite di una “delirante setta” che ha abbandonato la strada della verità,
ossia la semplicità classica, per inseguire il “falso brillante”. La sua critica colpisce il cuore della
poetica borrominiana: se la bellezza architettonica si fonda su firmitas, utilitas e venustas, Milizia
condanna Borromini su tutti e tre i fronti. Sostiene che, avendo “mancato di senno” nella ricerca
della bellezza, Borromini fallisca anche nella solidità e nella comodità, pur ammettendo, a denti
stretti, che fosse tecnicamente un “eccellente costruttore”.
Oratorio dei Filippini (1637-1650)
Borromini simula la facciata di una chiesa attraverso un andamento concavo, utilizzando il mattone
con grande sapienza plastica. Caratteristiche: il frontespizio è “accartocciato” e centinato; i
gocciolatoi e le modanature assumono forme insolite e bizzarre
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