CAPITOLO 1
Nel secondo dopoguerra, l’Europa del Nord e il Regno Unito furono protagonisti della nascita del welfare
state, un nuovo modello basato sull’intervento pubblico per garantire sicurezza, dignità e uguaglianza a tutti i
cittadini. Diversamente dal precedente sistema bismarckiano, fondato su assicurazioni per categorie
professionali, il welfare adottò un approccio universalistico, offrendo sanità, istruzione e protezione sociale
per l’intera popolazione. La crisi del 1929, mostrando i limiti del mercato libero, e la volontà di prendere le
distanze dai totalitarismi affermando nuovi diritti sociali, favorirono questo modello, sostenuto da
un’economia in crescita e dal sistema internazionale stabilizzato. Per molti socialisti, il welfare non era il
punto d’arrivo ma una “terza via” tra capitalismo e comunismo, mentre per i liberali costituiva un mezzo per
mantenere stabilità sociale e politica. Come sottolineò lo storico Tony Judt, gli Stati assistenziali erano
“Stati preventivi”, pensati per evitare nuove crisi e disuguaglianze.
Il Regno Unito guidò il cambiamento con il Rapporto Beveridge (1942), che propose una riforma completa
del sistema di protezione sociale, e il governo laburista di Attlee, che istituì il National Health Service, un
sistema sanitario gratuito, e un sistema assicurativo esteso a tutti gli adulti.
Parallelamente, nei paesi scandinavi si sviluppò un welfare ancora più universalista, fondato sull’idea di
cittadinanza sociale e su politiche comunitarie come la Folkhempolitik svedese, che mirava a garantire a
tutti un alto livello di benessere, indipendentemente dalla condizione lavorativa. rese forma l’idea di
P
cittadinanza sociale, secondo cui la democrazia è completa solo se ai diritti civili e politici si affiancano
quelli sociali. Nacque così il modello “Keynes + Beveridge”. Qui, negli anni ’50, la pressione sindacale portò
all’introduzione nel 1959 delle pensioni pubbliche integrative per garantire prestazioni adeguate anche ai
lavoratori a reddito medio-basso.
Negli anni Cinquanta e Sessanta quasi tutti i paesi europei consolidarono sistemi basati sul finanziamento a
ripartizione, preferito alla capitalizzazione. Nel Regno Unito si discusse a lungo su pensioni integrative
obbligatorie, senza però raggiungere un sistema pienamente universalistico.
Diversamente, in Germania, Francia e Italia prevalsero modelli occupazionali e frammentati. La Germania
Ovest introdusse nel 1957 il sistema a ripartizione mantenendo distinzioni professionali ed inoltre inserì il
principio dello stato sociale nella costituzione; la Francia ampliò la Sécurité Sociale ma senza superare la
molteplicità delle casse; l’Italia nel 1950 l’assicurazione pensionistica obbligatoria fu estesa a tutti i
lavoratori dipendenti, e si adottò il sistema a ripartizione. Nel 1953 venne creato un Fondo di
adeguamento pensioni, anch’esso a ripartizione, accanto al fondo principale ancora basato sulla
capitalizzazione. In questo contesto si sviluppò la mutualità fra categorie. Dunque furono estese le
coperture ma restò segnata da corporativismo, scarsa unificazione e riforme parziali e spesso clientelari.
Negli anni Sessanta, il welfare continuò ad ampliarsi ma apparvero i primi segnali di squilibrio finanziario.
Solo in alcuni paesi si tentarono riforme organiche: in Italia, dopo pressioni sociali e sindacali, la legge
Brodolini del 1969 introdusse una pensione sociale, una pensione di vecchiaia mista e una pensione
integrativa proporzionale ai contributi, segnando l’avvio di un vero “patto previdenziale”. In Francia la legge
Boulin del 1971 aumentò gli importi pensionistici, li collegò ai salari e introdusse nuove tutele per
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autonomi, artigiani e commercianti, riducendo gradualmente la frammentazione del sistema Mentre
Germania Ovest venne estesa l’assicurazione obbligatoria a tutti i cittadini e introdotta la possibilità di
pensionamento anticipato, mentre nel Regno Unito le difficoltà economiche limitarono l’ambizione
redistributiva.
CAPITOLO 2
Nel secondo dopoguerra, il modello del welfare state si affermò progressivamente in Europa, ispirato al
progetto di William Beveridge. Oltre alla riforma previdenziale, un ruolo centrale fu assunto dalla sanità
pubblica: nel 1946 il Regno Unito creò il National Health Service, finanziato dalla fiscalità generale e
accessibile gratuitamente a tutti, articolato in medicina di base, ospedali e servizi territoriali La scelta
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britannica influenzò soprattutto i paesi scandinavi, che negli anni Cinquanta e Settanta costruirono sistemi
sanitari universalistici gestiti localmente e finanziati tramite le tasse, mentre nei Paesi Bassi e in Francia il
passaggio verso un sistema più inclusivo fu graduale e spesso basato sul rafforzamento delle infrastrutture e
della regolazione statale. Diversamente, Germania Ovest e Stati Uniti conservarono sistemi più legati alla
logica assicurativa: negli USA solo nel 1965 vennero introdotti Medicare e Medicaid, senza modificare la
natura prevalentemente privata del sistema sanitario.
In Italia, il percorso fu più tortuoso: dopo anni di ampliamenti mutualistici frammentati, le prime riforme
universalistiche arrivarono negli anni Sessanta con la trasformazione degli ospedali in enti pubblici,
preparando il terreno al Servizio Sanitario Nazionale del 1978.
Parallelamente, la crescita economica del “trentennio glorioso”, il boom demografico e il prolungarsi della vita
richiesero interventi più ampi nel lavoro, nella casa e nell’is