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SCIENZA DELLE FINANZE
La Scienza delle finanze, o Economia pubblica, è la disciplina economica che studia il ruolo dello Stato nelle
economie di mercato, con particolare riguardo alle entrate e alle spese pubbliche rappresentate nel bilancio
dello Stato. ’
“il
Secondo Marta Cartabia, rapporto di dipendenza reciproca tra il mondo dell economia e il mondo del diritto
è già presente nel testo costituzionale”. Questo significa che la Costituzione italiana, fin dalla sua redazione,
contiene una visione in cui le dinamiche economiche e quelle giuridiche non sono separate ma intrecciate:
l’una influenza sempre l’altra. Per comprendere pienamente il ruolo dello Stato nelle economie di mercato,
bisogna considerare come il diritto e l’economia interagiscano costantemente tra loro.
La caduta del muro di Berlino, avvenuta nel 1989, rappresenta un punto di svolta politico ed economico.
Prima di quel momento il mondo era diviso in due blocchi contrapposti:
- da un lato l’Occidente, in cui l’iniziativa economica era prevalentemente privata e lo Stato aveva un ruolo
di regolazione;
- dall’altro il blocco orientale, in cui lo Stato pianificava direttamente la vita economica, decidendo cosa
produrre, in che quantità e come distribuire le risorse.
Dopo il 1989 si afferma progressivamente un modello unico, nel quale l’iniziativa economica privata è
riconosciuta e garantita, ma resta la possibilità per lo Stato di intervenire per regolare, controllare e bilanciare
il mercato.
Il diritto, pur essendo formalmente gratuito, ha sempre un costo economico, poiché deve essere garantito
attraverso strumenti e risorse che lo Stato deve impiegare. Per questo motivo, economia e diritto hanno un
rapporto di dipendenza reciproca: per rendere effettivi i diritti sanciti dalla Costituzione, è necessario che vi
siano risorse economiche sufficienti a sostenerli.
“Costituzione
La cosiddetta economica” si esprime in diversi articoli, dal 35 al 47, che disciplinano la tutela
del lavoro, la proprietà privata, la cooperazione, la cogestione e la tutela del risparmio.
- L’articolo 81 si occupa del bilancio dello Stato, mentre l’articolo 119 stabilisce l’autonomia finanziaria delle
regioni e degli enti locali.
- Anche gli articoli che definiscono diritti e doveri fondamentali hanno una dimensione economica, poiché la
tutela di ogni diritto implica la disponibilità di risorse per garantirlo concretamente.
Quando le risorse scarseggiano, il diritto può entrare in conflitto con le esigenze di bilancio, che dev’essere
“in “in
mantenuto in equilibrio. È importante distinguere tra bilancio equilibrio” e bilancio pareggio”:
1) l’equilibrio di bilancio implica che le spese siano sostenibili rispetto alle entrate previste
2) il pareggio richiede che entrate e spese coincidano perfettamente.
Ogni scelta istituzionale, come la forma di governo o la legge elettorale, produce conseguenze economiche,
incidendo sulla distribuzione e sull’ammontare complessivo della spesa pubblica.
“che
Per rispondere alla domanda cosa fa lo Stato in economia?”, si può far riferimento a Richard
Musgrave, che nel 1959, con la sua opera The Theory of Public Finance, identificò tre principali funzioni
economiche dello Stato: la funzione allocativa(1), la funzione redistributiva(2) e la funzione di
stabilizzazione(3).
1) La funzione allocativa consiste nell’utilizzo delle risorse raccolte tramite, per esempio, il prelievo fiscale
per produrre e fornire beni e servizi pubblici, come la difesa, l’ordine pubblico, la sanità o l’istruzione. In
questa sfera rientra anche l’attività di regolamentazione del mercato, ossia l’insieme delle norme e dei
controlli con cui lo Stato orienta e vigila sull’attività dei privati, assicurandosi che rispettino diritti, requisiti
e standard di qualità. 2
2) La funzione redistributiva mira invece a correggere la distribuzione delle risorse economiche e
della ricchezza tra individui e territori, prelevando dai soggetti più abbienti per destinare ai meno favoriti.
Questo avviene sia attraverso le imposte (cioè dal lato delle entrate), sia tramite i trasferimenti e i servizi
pubblici (dal lato delle uscite). Un esempio classico è il sistema pensionistico: lo Stato preleva risorse
da chi produce reddito e le ridistribuisce a chi non ne produce, come i pensionati. Analogamente, offrendo
servizi pubblici gratuiti o quasi gratuiti — come l’istruzione — lo Stato effettua un’operazione
redistributiva, finanziata attraverso le imposte pagate dai cittadini. Le imposte sul reddito, come l’IRPEF,
sono progressive: ciò significa che, all’aumentare del reddito, l’imposta cresce in misura più che
proporzionale, riducendo le distanze economiche tra individui, pur senza annullarle.
3) La funzione di stabilizzazione, consiste nell’intervento dello Stato per attenuare le fluttuazioni del
reddito e della produzione nazionale, garantendo livelli elevati di occupazione e il controllo
dell’inflazione. Questo tipo di intervento, di ispirazione keynesiana, si definisce anticiclico:
• nei periodi di crisi lo Stato aumenta la spesa pubblica o riduce la pressione fiscale per sostenere la
domanda e favorire la ripresa economica
• nei periodi di crescita eccessiva, invece, interviene per evitare il surriscaldamento dell’economia.
Trent’anni dopo Musgrave, nel 1989, Joseph Stiglitz — con The Economic Role of the State — propose una
visione meno ottimistica dell’efficacia dell’intervento pubblico, distinguendo tra interventi diretti e indiretti.
1) L’intervento diretto si verifica quando lo Stato produce beni o servizi di consumo, come infrastrutture,
scuole, ospedali o investimenti pubblici.
2) L’intervento indiretto, invece, si manifesta quando lo Stato influenza l’attività economica privata
mediante regolamentazioni, sussidi o servizi pubblici di supporto.
Anche nel campo dei consumi, lo Stato può intervenire sia direttamente, attraverso la spesa per la
redistribuzione, sia indirettamente, mediante l’acquisto di beni e servizi.
L’intervento pubblico in economia trova giustificazione teorica nei cosiddetti teoremi fondamentali
dell’economia del benessere, che rispondono alla domanda sul perché e in quali condizioni lo Stato debba
intervenire. Secondo l’approccio classico della welfare economics, lo Stato opera per due finalità principali:
l’efficienza, cioè il corretto funzionamento del mercato, e l’equità, cioè la giustizia nella distribuzione delle
risorse. A queste due motivazioni si aggiunge, spesso, l’obiettivo della crescita economica.
A seconda della forma e dell’intensità dell’intervento, si distinguono diversi modelli di Stato.
a) Lo Stato minimo si limita a garantire la difesa, la tutela dei diritti di proprietà, la legge e l’ordine, oltre a
fornire servizi essenziali come la sanità e l’istruzione primaria, e un minimo di redistribuzione per
proteggere i cittadini in caso di calamità.
b) Lo Stato di mezzo aggiunge alla funzione allocativa anche la protezione ambientale, i servizi di pubblica
utilità e un’attenzione più marcata alle politiche sociali, con reti di protezione minima per le famiglie
povere.
c) Lo Stato interventista, infine, partecipa attivamente allo sviluppo economico, promuovendo la
produzione diretta di beni e servizi e gestendo sistemi estesi di assistenza sociale e pensionistica.
“pesa”
Per comprendere quanto economicamente lo Stato, si utilizza come principale indicatore il rapporto
tra la spesa pubblica e il Prodotto Interno Lordo (PIL). La spesa pubblica rappresenta l’insieme delle
risorse che lo Stato e gli altri enti pubblici erogano per produrre beni e servizi destinati ai cittadini. Il PIL,
invece, misura la somma dei beni e dei servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un determinato periodo.
In Italia, la spesa pubblica corrisponde a circa il 50% del PIL, che ammonta a circa duemila miliardi di euro:
ciò significa che la spesa pubblica vale intorno ai mille miliardi. Poiché le entrate sono leggermente inferiori,
lo Stato deve indebitarsi, e il debito pubblico cresce di anno in anno.
La differenza tra entrate e spese costituisce il saldo di bilancio: se le entrate superano le spese, il saldo è
positivo; se invece le spese eccedono le entrate, si parla di disavanzo o deficit, che alimenta il debito pubblico.
3
Su questo debito lo Stato paga interessi passivi, che in Italia corrispondono al 3-4% del PIL, cioè tra i 60 e
gli 80 miliardi di euro annui. Esistono anche gli interessi attivi, che rappresentano invece gli introiti derivanti
da prestiti concessi dallo Stato.
La spesa primaria è la spesa totale al netto della spesa per interessi: serve a valutare l’effettiva capacità
dello Stato di gestire le proprie risorse, senza considerare il peso del debito passato. Un governo credibile si
indebita meno, e dunque sostiene minori interessi sul proprio debito. Dalla metà degli anni Novanta, il saldo
primario dell’Italia è stato quasi sempre positivo, con alcune eccezioni dovute alle crisi economiche, come
quella del 2009 e quella del 2020.
Negli anni Novanta l’Italia, per soddisfare i criteri necessari all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea, ha
dovuto dimostrare solidità finanziaria, migliorando la propria reputazione internazionale e riducendo il deficit.
Il saldo di bilancio, storicamente negativo, è migliorato grazie a interventi straordinari, come l’eurotassa
introdotta nel 1997, che consentì al Paese di rientrare nei parametri europei.
⇒ Gli indicatori principali dell’intervento pubblico in Italia mostrano una spesa pubblica pari al 50% del
PIL, un debito pubblico intorno al 140% del PIL, una spesa per pensioni pari al 15% del PIL (circa
300 miliardi di euro, ossia il 30% della spesa pubblica complessiva) e una spesa per interessi tra il
3,5 e il 4% del PIL, cioè 70-80 miliardi di euro.
Le entrate dello Stato derivano in gran parte da imposte dirette, come l’IRPEF, che frutta circa 200 miliardi
di euro l’anno, e da imposte indirette, come l’IVA, che ne frutta circa 150. A queste si aggiungono i
contributi sociali, come l’IRAP, che incidono sulle attività produttive. La pressione fiscale complessiva
italiana, sommando tributi e contributi, si aggira intorno al 43% del PIL, mentre la sola pressione tributaria si
colloca attorno al 30%.
• Il rapporto debito pubblico/PIL, che negli anni Sessanta era inferiore al 40%, è cresciuto costantemente
nel tempo: negli anni Settanta superò il 60%, negli anni Ottanta e Novanta raddoppiò fino al 120%. Dopo
l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea il rapporto è sceso, ma è tornato a salire a causa delle crisi
economiche, raggiungendo il 120% nel 2020 e circa il 140% oggi.
• Durante la crisi energetica degli anni Settanta, l’aumento dei prezzi del petrolio portò a una forte inflazione
e a un calo del potere d’acquisto, con conseguente chiusura di numerose imprese. Nel 1996, l’ingresso
dell’Italia nell’Unione Monetaria contribuì a ridurre la spesa per interessi passivi, grazie all’aumento della
fiducia dei mercati. Tuttavia, la disciplina fiscale imposta dall’Unione prevedeva limiti precisi: il rapporto
deficit/PIL non poteva superare il 3% e il rapporto debito/PIL doveva essere inferiore al 60%, obiettivi che
l’Italia ha raggiunto formalmente ma faticato a mantenere nel lungo periodo.
• Infine, la variazione del gettito IVA riflette l’andamento dell’economia: durante il periodo del Covid-19
(2020), con la riduzione delle attività produttive, l’IVA incassata dallo Stato è scesa a circa 120 miliardi,
mentre nel 2022 è risalita a 170 miliardi per effetto dell’inflazione e dell’aumento generale dei prezzi. 4
1.0 L’economia del benessere
Il fatto che lo Stato intervenga o abbia un ruolo in economia è un dato di fatto mentre, che lo Stato intervenga
troppo o troppo poco è una posizione individuale e politica. Una domanda che si sono posti gli economisti,
in particolare Arthur Cecil Pigou, che era un keynesiano, è se ci siano ragioni teoriche che giustifichino
l’intervento dello Stato in economia oppure no. L’analisi scientifica si distingue in analisi positiva e
“cosa
normativa: la prima descrive lo stato del mondo, mentre la seconda risponde alla domanda dovrebbe
succedere, cosa dovrebbe essere giusto che succedesse?”. La differenza principale è che l’analisi positiva
si concentra su ciò che effettivamente succede.
L’economia del benessere, sviluppata da Pigou sulla base dei lavori di Vilfredo Pareto, risponde alla
domanda se sia giusto che lo Stato debba intervenire in economia. Anche quando lo Stato interviene, dal
punto di vista normativo delle scienze economiche possiamo capire se il suo intervento è corretto. La risposta
è illustrata attraverso i due teoremi dell’economia del benessere. Bisogna prima considerare due criteri
guida della scienza economica: l’efficienza, che è considerata il chiodo fisso degli economisti, e l’equità.
L’efficienza è definita in maniera precisa dal criterio paretiano, ma in generale indica l’assenza di sprechi
in economia.
- esempio: Immaginiamo il prodotto interno lordo come una torta: se utilizziamo correttamente tutti gli
ingredienti, otteniamo la torta più grande possibile. Qualsiasi spreco, come la farina che cade o il latte che
si versa, riduce la dimensione della torta, cosa che l’economista vuole evitare.
L’obiettivo dell’economia del benessere è capire come usare al meglio le risorse disponibili per ottenere il
massimo benessere complessivo.
Una volta prodotta la “torta”, subentra il concetto di equità, cioè capire come suddividerla tra gli individui della
società. I criteri di equità sono soggettivi e dipendono dal contesto: si può distribuire secondo necessità,
merito o responsabilità. Per esempio, nella famiglia, i genitori producono reddito e i figli, che non
contribuiscono, ricevono comunque una fetta perché ne hanno bisogno. Allo stesso modo, un governo può
applicare imposte progressive per redistribuire il reddito, oppure può decidere di mantenere le risorse così
come sono. Non esiste un criterio di equità oggettivo e universale.
Per individuare le condizioni che garantiscono l’efficienza nella produzione, nello scambio e in generale
nell’economia, sono necessari tre concetti principali: l’efficienza paretiana, la scatola di Edgeworth e la
curva dei contratti.
1) Efficienza paretiana: secondo Pareto, la produzione avviene in maniera efficiente quando non è
possibile riallocare i fattori di produzione per aumentare la produzione di un bene senza diminuire quella
dell’altro. Ad esempio, consideriamo due individui, A e B, due beni, X e Y, e due fattori di produzione,
capitale (K) e lavoro (L). La produzione è efficiente quando non si può spostare lavoro o capitale da un
bene all’altro senza ridurre la produzione complessiva di uno dei due. Quando non posso scambiare
capitale e lavoro da un’azienda all’altra, perchè usati in maniera totale, allora viviamo nel migliore dei
mondi possibili, in un economia panglossiana
2) La scatola di Edgeworth: è uno strumento grafico che permette di rappresentare un sistema economico
con due fattori e due beni. Gli isoquanti produttivi mostrano tutte le combinazioni di fattori che
permettono di produrre la stessa quantità di un bene.
1) Per il bene X, spostandosi verso sinistra l’isoquanto diminuisce la produzione, mentre verso destra
aumenta; per il bene Y, la relazione è ribaltata.
2) La scatola unisce i grafici dei due beni: nel punto 0X si produce 0 di X e il massimo di Y, mentre nel
punto 0Y si produce il massimo di X e 0 di Y. La base della scatola rappresenta la quantità totale di
lavoro disponibile, l’altezza la quantità totale di capitale, e si vede come questi fattori vengono allocati
tra i due beni.
3) Quando gli isoquanti si intersecano, nel punto 1 non si ha efficienza paretiana perché riallocando i
fattori si può aumentare la produzione di X senza ridurre Y o viceversa. Nei punti 2 e 3, invece, non
è possibile aumentare un bene senza ridurre l’altro: gli isoquanti sono tangenti, cioè la loro pendenza
è uguale. 5
3) La curva dei contratti raccoglie tutti i punti in cui si raggiunge l’efficienza paretiana: è il luogo geometrico
delle allocazioni efficienti, dove ogni combinazione di capitale e lavoro permette di produrre i beni senza
sprechi. La curva può essere vista anche come la frontiera delle possibilità produttive, che mostra,
dati i fattori disponibili, il massimo producibile di X e Y. Qualsiasi punto all’interno della frontiera indica
sprechi o inefficienza, mentre punti esterni non sono raggiungibili perché non ci sono abbastanza risorse.
Il saggio marginale di sostituzione tecnica, indicato anche con la sigla MRTS (marginal rate of technical
substitution), rappresenta la pendenza di un isoquanto produttivo. In termini economici, esso misura la
quantità di un fattore di produzione che è necessario aumentare per compensare la riduzione di un’unità
dell’altro fattore, mantenendo costante il livello complessivo di produzione. In altre parole, l’MRTS indica il
rapporto con cui un’impresa può sostituire un fattore produttivo con un altro senza modificare la quantità di
beni prodotta.
Quando si dice che MRTSx = MRTSy (condizione denominata PE1), si intende che la produttività marginale
dei due fattori è uguale, e ciò avviene non solo in due punti specifici – ad esempio i punti 2 e 3 – ma lungo
tutto il tratto compreso tra essi. In questa zona, dunque, l’impresa
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Scienza delle finanze - primo parziale
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Scienza delle finanze
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Appunti - Scienza delle finanze (primo parziale)
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Appunti per il primo parziale di Scienza delle finanze