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Scienza delle finanze

Introduzione

Prof. Stefano Toso (Unibo)
Libro: Corso di scienza delle finanze Bosi
1° parziale

Cos'è la scienza delle finanze?

È la disciplina economica che studia il ruolo dello Stato in un’economia di mercato, l’intervento pubblico nell’economia, con particolare riguardo alle entrate e alle spese pubbliche rappresentate nel bilancio dello Stato.

Domande chiave

In qualunque paese avanzato l’economia è pervasa dalla presenza dello stato, che produce beni e servizi. Si tratta di capire tre cose:

  • Perché lo stato interviene nell’economia? (perché esiste la PA, lo stato, le regioni, i comuni e perché intervengono nella sfera economica producendo beni e servizi?)
  • Come interviene?
  • Quali sono gli effetti economici del suo intervento? Gli effetti economici si manifestano attraverso l’uso di due leve del bilancio pubblico: la leva della tassazione e la leva della spesa pubblica. Quindi gli strumenti che utilizza lo stato per intervenire nell’economia sono lo strumento del prelievo fiscale, della tassazione e lo strumento della spesa pubblica.

Teoria economica di base

È noto dalla microeconomia che date certe ipotesi (ipotesi forti come mercati di concorrenza perfetta, assenza di asimmetrie informative, assenza di beni pubblici, assenza di esternalità), i mercati concorrenziali assicurano un’allocazione efficiente delle risorse, cioè i mercati di concorrenza perfetta assicurano l’efficienza. In un contesto di equilibrio parziale, l’allocazione efficiente delle risorse è caratterizzata dall’uguaglianza: il beneficio marginale ottenuto dal consumo di un bene = costo marginale di produzione sopportato dall’impresa = prezzo di mercato.

Quindi sul piano teorico se valessero certe ipotesi, non ci sarebbe spazio per l’intervento pubblico nell’economia. La scienza delle finanze non servirebbe.

La mano invisibile di Adam Smith

Per poter iniziare la spiegazione dobbiamo partire dall’Idea della mano invisibile di Adam Smith: l’idea che un’economia di mercato, ossia un meccanismo istituzionale fondato su decisioni decentrate di consumo e produzione, poteva assicurare l’efficienza nell’allocazione delle risorse. Dice che se ciascuno di noi fosse egoista, questo comunque potrebbe assicurare la massima felicità collettiva, il massimo benessere sociale. Non c’è spazio per il socialismo, per l’idea del bene comune. L’individuo non intende perseguire l’interesse pubblico.

Perché lo stato interviene nell'economia?

Anche se è efficiente? Perché i mercati non sono spesso di concorrenza perfetta, ma interviene anche per altre due motivi:

  • Fallimenti del mercato (efficienza): il mercato a volte si inceppa, potrebbe non funzionare bene. Questo è un motivo di pura efficienza, perché lo stato potrebbe fare meglio del mercato per quanto riguarda l’allocazione delle risorse. Un mercato è inefficiente quando non è possibile far star meglio qualcuno senza far star peggio qualche altro. Es. disoccupazione è uno dei fallimenti maggiori del mercato nel mercato del lavoro non sempre c’è un matching esatto tra domanda e offerta di lavoro. Se l’offerta è maggiore della domanda c’è un dismatching, ovvero un certo numero di persone vorrebbero lavorare ma non trovano lavoro.
  • Redistribuzione (equità): lo stato interviene nell’economia perché ha a che fare con l’idea dell’equità. Ognuno ha un’idea diversa di equità e ciò porta problemi. La redistribuzione, cioè togliere a qualcuno per dare ad altri, succede spesso.

Presenza dello stato nell'economia

Lo stato è molto presente nella vita di ciascuno di noi. L’intervento pubblico in economia di mercato è pervasivo. Per esempio, in una giornata: usiamo servizi pubblici (fare caffè, doccia) normalmente serviti da imprese pubbliche o a partecipazione pubblica. Stessa cosa quando usciamo, percorriamo le strade, autostrade. Normalmente questi beni sono passati, cioè il loro prezzo dipende da forme di tassazione caricate sul loro prezzo stesso; e questo denota la presenza dello stato nell’economia.

Tutte queste forme di spesa e di entrata sono riassunte in un documento contabile: il bilancio dello Stato. Il peso complessivo del settore pubblico è elevato: in Italia le entrate e le uscite delle PA sono circa il 45-50% del Pil.

Il bilancio dello Stato

A. Schumpeter individuava il bilancio dello Stato come lo specchio di tutti i problemi politici e sociali di una nazione, uno specchio attraverso cui guardare la società. Secondo lui il bilancio pubblico è una chiave importante attraverso cui analizzare la società.

Cosa fa lo stato?

Il padre della scienza delle finanze è Richard Musgrave. Nel 1959 scrisse un manuale “Teoria della finanza pubblica”, che ha aspirato tutti gli altri libri sulla scienza delle finanze. Egli ha schematizzato le tre funzioni fondamentali dello Stato, distinguendo tra:

  • Allocazione collegata al tema dell’efficienza
  • Redistribuzione collegata al tema dell’equità
  • Stabilizzazione macroeconomica collegato al controllo del ciclo economico

Funzione allocativa

Obiettivo: assicurare l’allocazione efficiente delle risorse, in presenza dei cosiddetti fallimenti del mercato. Se un’economia di mercato non è in grado di allocare le risorse in maniera efficiente (per esempio perché non c’è concorrenza perfetta), lo stato interviene.

Come può intervenire lo stato per superare i fallimenti del mercato

  • Attraverso la produzione pubblica, cioè producendo in proprio attività e servizi
  • Regolamentazione di attività private
  • Tassazione: tassando qualcuno o qualcosa

Fallimenti del mercato

I fallimenti del mercato (situazioni in cui lo stato interviene a scopo allocativo) sono collegati a:

  • Beni pubblici: beni/servizi (difesa, giustizia…) la cui natura è tale che i consumatori non hanno incentivo a manifestare la quantità desiderata ed il prezzo che sarebbero disposti a pagare. Le imprese private non hanno incentivo a produrre questi beni perché il segnale che proviene dal mercato è falsato. Beni caratterizzati da non escludibilità e non rivalità (es. istruzione) questa caratteristica porta inevitabilmente all’incentivo per ciascuno di noi a fare il free-rider, ossia a non rivelare correttamente le proprie preferenze. È un problema per il mercato perché quel bene non viene prodotto. È un bene/servizio che produce un’indivisibilità nei vantaggi. Lo stato interviene quindi per produrre beni che il mercato da sé non produrrebbe, dato che non ha incentivo a farlo.
  • Teoria dei beni pubblici: studio dei meccanismi efficienti di produzione di tali beni e del ruolo che può svolgere lo Stato.
  • Esternalità: si verifica quando c’è una divergenza tra la valutazione del bene da un privato e la valutazione dello stesso bene da una società, che rende la quantità prodotta/consumata sovra/sottodimensionata rispetto a quella ottimale. E questo si verifica quando c’è un’interazione di mercato tra due soggetti senza prezzi, che non ha valore. Siamo di fronte ad una situazione di missing market (mercato mancante).
  • Teoria delle esternalità: studio del ruolo dello Stato a correzione delle esternalità, in particolare nel campo dell’economia ambientale. Occuparsi di esternalità significa occuparsi di economia dell’ambiente.
  • Monopolio naturale: è una forma di mercato particolare in cui la tecnologia fa emergere il monopolista. La struttura dei costi di produzione è tale per cui è naturale che sul mercato ci sia un unico produttore. Però sappiamo che con il monopolio il mercato non è tanto efficiente come lo sarebbe se ci fosse la concorrenza perfetta. Lo stato a questo punto interviene producendo in proprio quel bene, come un monopolista. Situazioni in cui il costo di fornire un dato output da parte di una sola impresa è inferiore alla somma dei costi che potrebbero sopportare imprese di dimensioni minori: in questo caso la presenza del monopolio è fatale e promuovere l’entrata di altri offerenti sul mercato non ha senso.
  • Forme di intervento pubblico: produzione pubblica (nazionalizzazioni), regolamentazione e controllo della produzione privata.
  • Asimmetrie informative.

Fallimenti dello stato

L’esistenza di questi e altri fallimenti del mercato non è di per sé condizione sufficiente per giustificare l’interferenza dello Stato nell’economia poiché anche l’intervento pubblico può essere causa di inefficienza e distorsioni. Studio dei fallimenti dello Stato:

  1. Nei processi di decisione collettiva nelle democrazie rappresentative (teoria delle votazioni: il teorema dell’impossibilità di Arrow)
  2. Nel concreto funzionamento dell’apparato burocratico (teoria della burocrazia)

Anche quando lo stato interviene nell’economia potrebbe avere degli effetti negativi sull’equità e sull’efficienza, perché il policy maker, il politico, il burocrate potrebbe avere una propria funzione obiettivo diversa da quella dell’elettore. Questo ha portato a filoni di ricerca che hanno a che fare con la teoria delle votazioni e con la teoria della burocrazia.

Visioni dello stato

  • Visione weberiana di Musgrave:
    • Stato benevolente
    • Interesse comune
    • Democrazia rappresentativa
  • Le visioni sociologiche e la Public Choice:
    • Il policy maker ha una funzione obiettivo diversa da quella del cittadino (consumatore/produttore)
    • Ruolo della burocrazia
    • Motivazioni politiche

Conclusioni sulle teorie del fallimento dello stato

Nonostante le teorie del fallimento dello Stato, originate dalla Scuola della Public Choice, abbiano fornito una serie di contro esempi plausibili del ruolo benevolente dello Stato, esse non costituiscono un corpo teorico così solido e tale da sostituirsi all’impianto teorico, la cosiddetta «Economia del benessere», che studia l’intervento pubblico nell’economia a scopo di equità ed efficienza.

La nostra visione dell’intervento pubblico nell’economia sarà sempre una visione alla Musgrave, cioè una visione per cui il policy maker è una sorta di dittatore benevolente, capace di interiorizzare le preferenze della collettività. Lo stato deve rappresentare i cittadini. Questa duplice visione in contrapposizione dovrebbe sempre essere presente negli economisti.

Funzione redistributiva

Ha a che fare con l’obiettivo di equità: realizzare un’equa redistribuzione del reddito e della ricchezza. Anche lo stato dovrebbe esprimere la preferenza della maggioranza che ha votato, in senso di equità. Lo Stato corregge la distribuzione delle risorse realizzata dal mercato attraverso le leve:

  • Leva delle imposte
  • Leva della tassazione
  • Leva della spesa pubblica

Negli ultimi decenni la redistribuzione avviene soprattutto dal lato della spesa, dato che lo stato ha ridotto la tassazione, con trasferimenti in cash o in moneta (pensioni, spesa per assistenza, ammortizzatori sociali). I contributi sociali che versiamo quando lavoriamo ci serviranno per ricevere una pensione di vecchiaia, è una forma di redistribuzione. Ci sono inoltre trasferimenti in natura (istruzione, sanità), che hanno un peso molto forte.

Perché lo stato interviene nell'economia a scopo redistributivo?

Come va ripartito il carico tributario? Il governo Conte II vuole ridisegnare nell’arco di 1-2 anni l’IRPEF, imposta sul reddito delle persone fisiche. È l’imposta principale del nostro sistema tributario, pari al 10% del Pil. Riformare questa imposta vuol dire chiedersi come andrebbe ripartito il carico tributario tra ricchi, ceto medio e poveri.

Ci occuperemo inoltre di progressività e incidenza dell’imposta sul reddito: l’imposta sul reddito progressiva è un’imposta che aumenta più che proporzionalmente all’aumentare del reddito (cioè i ricchi pagano di più). Cioè il debito di imposta, che deve pagare il contribuente allo stato, aumenta in termini proporzionali e non solo assoluti.

Ci occuperemo inoltre di spesa pubblica, perché è un forte elemento redistributivo. Riguarda sia la distribuzione in natura (sanità, istruzione) sia la spesa pubblica in moneta (previdenza, spesa pensionistica).

Gli effetti di equità possono essere valutati su due piani diversi:

  • Piano interpersonale: sul modello Robin Hood, cioè la redistribuzione che ha in mente l’uomo della strada, dal ricco al povero.
  • Piano intrapersonale: cioè per la stessa persona in diverse fasi del ciclo di vita. Es. spesa pensionistica (da quando sei giovane a quando sei vecchio), nei sistemi previdenziali. Quest’ultima è meno evidente ma molto realizzata in tutte le economie di mercato.

Funzione stabilizzante

Funzione di controllo del ciclo economico. L’obiettivo del settore pubblico è quello di assicurare il pieno impiego delle risorse, la corretta occupazione delle risorse.

Lo Stato interviene attraverso: la manovra delle spese e delle imposte, misure che incentivano l’attività produttiva (sussidi alla produzione, ecc.).

Musgrave scrive negli anni ’50, quando domina la lezione di Keynes: grande fiducia nella capacità della spesa pubblica e delle imposte di influenzare il livello di attività economica. Riguarda gli effetti della spesa pubblica e della tassazione che si possono avere sul ciclo economico e dell’occupazione.

Problemi collegati al debito pubblico

  • Problema dell’onere del debito: tema che risale al contributo dei grandi economisti classici, soprattutto David Riccardo. Il debito pubblico è quella modalità di finanziamento della spesa pubblica in deficit, in disavanzo. Se lo stato non ha imposte per finanziare la spesa, va in prestito alle famiglie, alle imprese, alle banche e si forma il debito pubblico. Se la spesa pubblica oggi è finanziata con debito e non con imposte, prima o poi esso deve essere ripagato. Può essere rimborsato attraverso la tassazione, lo stato dovrà aumentare le tasse in futuro.
  • Problema dei limiti del debito: c’è un ammontare monetario oltre il quale succede un casino dal punto di vista economico-finanziario, cioè lo stato non riesce più a pagare gli interessi. Esiste un limite oltre il quale questo succede.

L'economia come scienza morale

Per capire l’economia non basta adottare i metodi e i ragionamenti della fisica perché, come scriveva J.M. Keynes in una lettera a R. Harrod il 10 luglio 1938: “l’economia è una scienza morale […] essa ha a che vedere con motivazioni, aspettative, incertezze psicologiche.”

L’economista è quindi uno studioso un po’ particolare, porta in superficie la duplice natura della scienza economica: analisi positiva (capire come funziona il mondo; perché c’è disoccupazione?) e un piano di analisi normativo (come fare per esempio a ridurre la disoccupazione, il debito pubblico). Sono due analisi distinte.

Struttura del corso

  1. Giustificazioni teoriche dell’intervento pubblico nell’economia: dai teoremi fondamentali dell’economia del benessere ai fallimenti del mercato
  2. Teoria della tassazione: criteri di riparto del carico tributario, equità ed effetti distorsivi delle imposte
  3. Breve introduzione al sistema tributario italiano: l’Irpef
  4. Modelli di redistribuzione tax-benefit
  5. Il debito pubblico
  6. Un quadro della finanza pubblica italiana: l’evoluzione dei conti pubblici negli ultimi
  7. Dibattiti tra gli studenti, divisi in gruppi, su di un tema: un gruppo argomenta a favore, l’altro contro e il resto dell’aula contribuisce al dibattito. I temi sono:
    • La Flat-tax: l’idea è rimettere soldi nelle tasche degli italiani per far ripartire l’economia.
    • Il reddito di cittadinanza, che ha permesso ai 5 stelle di vincere. Si pensava che il governo avesse abolito la povertà.

Richiami di analisi di equilibrio economico generale (EEG)

L’idea che si possa studiare il funzionamento di un’economia di mercato anche quando c’è più di un mercato. Normalmente si è sempre portati a ragionare con un equilibrio economico parziale, cioè domanda e offerta di un solo mercato; è la classica analisi di Marshall.

Tratteremo l’economia del benessere, cioè quella linea di ricerca che si occupa di dare anche delle indicazioni normative al policy maker, in tema di equità ed efficienza. Dobbiamo avere gli strumenti necessari che ci consentano di studiare l’intera economia di mercato e per fare questo abbiamo bisogno della scatola di Edgeworth.

Andiamo oltre l’analisi di equilibrio parziale (ossia di un singolo mercato). Perché? Vari motivi, ad esempio:

  1. Variazioni del prezzo di un bene determinano variazioni nella domanda di beni complementari/sostituti
  2. L’impiego di input nella produzione di un determinato output riduce l’impiego di quelli stessi input per produrre altri output.
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/03 Scienza delle finanze

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher papaveri3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienza delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Toso Stefano.
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