Lingua italiana e cinema
CAPITOLO 1. Lingue e linguaggi del film
COME SI ESPRIME IL CINEMA ITALIANO. Questo paragrafo fondativo definisce lo
statuto speciale del cinema all'interno dei sistemi di comunicazione e traccia le
coordinate della complessa evoluzione della lingua italiana sullo schermo. Fabio
Rossi chiarisce immediatamente che il testo filmico è un oggetto
plurisemiotico e multimodale: significa che il cinema non veicola significati
soltanto attraverso la parola parlata (il codice verbale), ma lo fa grazie alla
cooperazione simultanea di canali visivi, sonori, iconici e corporei. La lingua del
cinema, quindi, non esiste mai allo stato puro, ma è costantemente immersa e
condizionata dagli altri linguaggi del film.
Il paradosso storico della lingua italiana parlata
Per comprendere come si esprime il cinema italiano, Rossi compie una
fondamentale premessa di storia della lingua. L'Italia ha vissuto per secoli una
situazione di profonda frattura: da un lato esisteva una lingua nazionale scritta,
colta e letteraria (ereditata da Pietro Bembo e dai grandi trecentisti); dall'altro
esisteva una realtà quotidiana frammentata in cui la stragrande maggioranza
della popolazione parlava esclusivamente i rispettivi dialetti locali.
Quando nasce il cinema sonoro (1930), la settima arte si trova davanti a un
ostacolo gigantesco, unico rispetto a tradizioni come quella francese o inglese:
dover inventare da zero un italiano parlato che fosse
contemporaneamente realistico e comprensibile su scala nazionale. I
registi e gli sceneggiatori non potevano limitarsi a registrare la realtà, perché la
realtà parlava in dialetto; non potevano nemmeno far parlare i personaggi
come nei libri, perché sarebbero risultati ridicoli e artificiali. La lingua del
cinema italiano nasce quindi come un faticoso e raffinato compromesso di
laboratorio.
I due poli costanti: Verosimiglianza e Comprensibilità
Rossi evidenzia che l'intera storia linguistica del nostro cinema è mossa da una
tensione costante tra due esigenze opposte:
1. L'esigenza di verosimiglianza (Mimesi): Il bisogno di far parlare i
personaggi in modo coerente con la loro estrazione sociale, la loro
psicologia e la loro provenienza geografica. Questa spinta trascina il
cinema verso il basso, verso l'uso dei dialetti, dei gerghi, delle
imperfezioni e delle asprezze del parlato reale (una tendenza che
toccherà il culmine con il neorealismo).
2. L'esigenza di comprensibilità (Comunicazione): La necessità
commerciale e culturale che il film venga capito da Nord a Sud, da un
pubblico vasto ed eterogeneo. Questa spinta costringe gli autori a ripulire
le parlate, a creare forme di mediazione (le koinè) e a ricondurre
l'espressività locale entro i binari della lingua nazionale comune.
Il filtro della sceneggiatura e il "parlato recitato"
Un concetto chiave analizzato nel paragrafo è la natura artificiale del dialogo
cinematografico. Rossi ammonisce lo studente a non confondere mai la lingua
del cinema con il parlato spontaneo reale. Al cinema, la lingua è sempre un
parlato simulato, recitato o scritto per essere pronunciato.
Questo parlato subisce il filtro preventivo della sceneggiatura:
Viene privato di tutte le scorie della conversazione vera (esitazioni
infinite, sovrapposizioni caotiche di voci, anacoluti estremi che
renderebbero il film faticoso).
Obbedisce a una rigida economia narrativa: ogni parola pronunciata sullo
schermo deve possedere una funzione (far avanzare la trama, svelare un
segreto, caratterizzare un personaggio).
È un'illusione di spontaneità costruita a tavolino, in cui la fluidità e la
naturalezza sono il risultato di un calcolo stilistico rigoroso da parte degli
sceneggiatori, i quali operano come veri e propri ingegneri della lingua.
SEMIOTICA. Il secondo paragrafo del primo capitolo affronta il film da una
prospettiva teorica rigorosa, definendolo come un complesso sistema di segni
interconnessi. Fabio Rossi applica gli strumenti della semiotica per spiegare che
il significato profondo di un’opera cinematografica non risiede mai
esclusivamente nelle parole pronunciate dagli attori (il codice verbale). Al
contrario, il cinema funziona come un macro-codice in cui la lingua dialoga, si
integra e talvolta si scontra con una moltitudine di codici non verbali che
agiscono simultaneamente sulla percezione dello spettatore.
L’autore scompone questa fitta rete semiotica in tre grandi macro-categorie di
codici:
1. I codici visivi e iconici
Il canale visivo è la base costitutiva del testo filmico e possiede una propria
grammatica specifica che condiziona il valore delle parole:
La scala dei piani e delle inquadrature: Un primo piano o un
primissimo piano caricano la battuta di un personaggio di un’intensità
emotiva o psicologica drammatica, mentre un campo lungo può
relativizzarne l'importanza, disperdendo la parola nello spazio.
I movimenti di macchina e il montaggio: Il modo in cui la cinepresa
si muove (panoramiche, carrellate) e il ritmo del montaggio determinano
il tempo della comunicazione, creando attesa, tensione o ironia intorno a
ciò che sta per essere detto.
La scenografia e l’illuminazione: Gli elementi visivi ambientali
funzionano come un commento silenzioso. Una luce espressionista (forti
contrasti di ombre e luci) può proiettare un’ombra di ambiguità o
minaccia su una frase apparentemente innocua.
2. I codici sonori non verbali
La colonna sonora di un film è un impasto acustico stratificato in cui la voce
umana è solo una delle componenti. Rossi evidenzia l'importanza degli altri
elementi uditivi: diegetica,
La musica di commento: La colonna musicale (sia essa cioè
extradiegetica,
interna alla storia, o come il commento sonoro esterno)
ha il potere di orientare la ricezione dello spettatore. Può enfatizzare il
senso delle parole o, al contrario, creare un effetto di contrasto ironico o
tragico se la musica esprime un sentimento opposto a quello del dialogo.
I rumori e gli effetti ambientali: Il silenzio improvviso, il rimbombo di
un passo, il rumore del traffico o della pioggia non sono semplici sfondi,
ma segni precisi che isolano i personaggi o ne amplificano lo stato di
isolamento e alienazione.
3. I codici cinesici e prossemici
Questa categoria riguarda la fisicità degli attori e la gestione dello spazio
corporeo sul set:
La cinesica (gestualità e mimica): I movimenti delle mani, la postura
del corpo e l'espressività del volto (uno sguardo sfuggente, un sorriso
amaro, un tic) costituiscono un linguaggio parallelo a quello verbale.
La prossemica (distanza spaziale): La vicinanza o la lontananza fisica
tra i corpi dei personaggi sullo schermo definisce immediatamente la
natura dei loro rapporti (intimità, sottomissione, minaccia, distacco)
prima ancora che intervenga la parola.
La sinergia semiotica e la risignificazione della parola
Il nucleo centrale del paragrafo risiede nel concetto di interazione codica.
Rossi spiega che i codici non verbali non si limitano ad accompagnare la lingua,
ma hanno la capacità di rafforzarla, contraddirla o risignificarla
completamente:
Un personaggio può pronunciare una frase formale di sottomissione, ma
la sua postura fiera o un primo piano sul suo sguardo di sfida comunicano
allo spettatore l'esatto contrario (menzogna o ribellione latente).
Per questa ragione, la semiotica del cinema dimostra che è
scientificamente scorretto studiare la lingua dei film isolando il testo
scritto della sceneggiatura dal suo contesto audiovisivo. La lingua del
cinema esiste solo nella sua totalità plurisemiotica, dove il senso
definitivo scaturisce unicamente dalla combinazione simultanea di ciò
che si vede e di ciò che si ascolta.
TESTUALITÀ. Il terzo paragrafo del primo capitolo analizza le proprietà
strutturali che rendono il film un'unità comunicativa coerente e coesa,
applicando i principi della linguistica del testo all'opera audiovisiva. Fabio Rossi
si concentra qui sulla natura specifica del dialogo cinematografico, definendolo
formalmente come un "parlato recitato" (o "parlato simulato") ed
esaminando le regole ferree che lo governano per garantirne l'efficacia
narrativa.
L'autore scompone i meccanismi della testualità filmica attraverso tre concetti
cardine:
La distinzione tra parlato spontaneo e parlato filmico
Il nucleo teorico di questo paragrafo risiede nella dimostrazione di una distanza
incolmabile: la lingua dei film non è – e non deve mai essere – la trascrizione
fedele di una conversazione reale. Rossi evidenzia che il parlato spontaneo
quotidiano è strutturalmente caotico, frammentario e ridondante. Se
registrassimo una vera conversazione tra amici e la inserissimo in un film, lo
spettatore la troverebbe incomprensibile, noiosa e priva di ritmo a causa di:
(ehm, uhm),
Scorie comunicative: Continue esitazioni false partenze,
frasi lasciate a metà (anacoluti) e ripetizioni vuote.
Sovrapposizioni: Persone che parlano contemporaneamente,
spezzando il filo logico del discorso.
Il cinema elimina sistematicamente queste scorie. Attraverso il filtro della
sceneggiatura, produce un'illusione di spontaneità altamente controllata,
che mantiene la vivacità dell'oralità ma ne cancella il caos strutturale.
I requisiti del testo filmico: Coerenza ed Economia
Per funzionare dal punto di vista testuale, i dialoghi del cinema devono
obbedire a regole rigide che Rossi riassume in due principi:
1. Massima coerenza narrativa: A differenza della realtà, dove spesso si
parla del nulla o si cambia argomento senza motivo, al cinema ogni
singola battuta deve avere uno scopo preciso. Deve far avanzare l'azione
(funzione propulsiva) o svelare la psicologia e le relazioni tra i personaggi
(funzione caratterizzante).
2. Principio di economia comunicativa: Al cinema si dice solo lo stretto
necessario. La testualità filmica si basa massicciamente sull'implicito,
sulla presupposizione e sul sottotesto. Poiché il film dispone anche delle
immagini, la parola scritta non deve descrivere ciò che lo spettatore può
già vedere, ma deve integrarsi con l'azione visiva, lasciando molto spazio
all'interpretazione dello spettatore.
Il legame tra il dialogo e il ritmo del montaggio
Infine, Rossi evidenzia come la testualità del parlato cinematografico sia
indissolubilmente legata al ritmo della messinscena e del montaggio.
La lunghezza di una battuta, la velocità dell'eloquio e la frequenza dei
turni di parola (il passaggio della parola da un personaggio all'altro) non
dipendono solo dalla volontà dell'attore, ma sono dettate dai tempi del
taglio dell'inquadratura.
Un montaggio serrato (campi e controcampi rapidi) richiederà battute
fulminee, troncate o sincopate (tipiche del cinema d'azione o della
commedia brillante); un montaggio disteso (inquadrature lunghe o piani
sequenza) permetterà la distensione della parola in blocchi testuali più
complessi e vicini alla prosa letteraria o teatrale. La testualità filmica è
dunque il risultato di un perfetto equilibrio geometrico tra la parola
scritta, la voce pronunciata e il tempo visivo della macchina da presa.
TRATTI LINGUISTICI. Il quarto paragrafo del primo capitolo scende nel dettaglio
analitico delle strutture grammaticali, morfologiche e sintattiche che
caratterizzano la lingua del cinema italiano. Fabio Rossi evidenzia come lo
schermo cinematografico sia stato, nel corso del Novecento, non solo uno
specchio dei mutamenti linguistici del Paese, ma un potente acceleratore e
veicolo di diffusione del cosiddetto italiano dell'uso medio (o neo-standard).
Il cinema ha sdoganato e normalizzato nell'oralità nazionale una serie di
costrutti che la grammatica tradizionale scritta considerava errori o costrutti
marginali.
L'autore scompone i tratti linguistici fondamentali del parlato cinematografico
in tre macro-aree:
1. La sintassi marcata (o l'ordine dei costituenti)
Nel parlato cinematografico, la struttura lineare della frase italiana scritta
(Soggetto-Verbo-Oggetto) viene costantemente scardinata per ragioni di enfasi,
espressività o focalizzazione emotiva. Rossi elenca i costrutti più frequenti nelle
sceneggiature:
Le dislocazioni a sinistra: Consistono nello spostare a inizio frase
l'oggetto o un complemento per metterlo in rilievo, riprendendolo subito
"Il portafoglio, lo prendo io").
dopo con un pronome (es. È il tratto tipico
per dare immediatezza e naturalezza alla battuta.
Le dislocazioni a destra: Il processo inverso, dove l'elemento chiave
viene isolato alla fine della frase e anticipato da un pronome clitico (es.
"Lo prendo io, il portafoglio"), creando un effetto di confidenzialità o di
ripensamento tipico del parlato reale.
Le frasi scisse: Strutture che spezzano la frase in due blocchi per
"È lui che ha preso
isolare e dare massima importanza a un elemento (es.
i soldi", "Lui ha preso i soldi").
invece di Il cinema ne fa un uso massiccio
per aumentare la tensione drammatica o l'enfasi nei dialoghi.
ci
Il c'è presentativo o attualizzante: L'uso della particella unita al
verbo essere per introdurre un nuovo elemento o un'azione imminente
"C'è mio padre che ti vuole parlare"),
(es. un costrutto che snellisce la
sintassi logica a favore del ritmo orale.
2. La semplificazione e la riorganizzazione del sistema verbale
Il cinema adotta la spiccata tendenza del parlato a ridurre il numero di tempi e
modi verbali utilizzati, sovraccaricando di significati i tempi più semplici e
comuni:
L'espansione del presente indicativo: Usato correntemente non solo
per le azioni contemporanee, ma per sostituire il futuro anteriore o il
"Domani vado a Roma e
futuro semplice nelle azioni immediate (es.
risolvo la questione").
L'ipertrofia dell'imperfetto indicativo: L'imperfetto esce dai binari
del passato per assumere funzioni modali complessa. Rossi ne segnala
l'uso nell'ipotetica dell'irrealtà al posto del congiuntivo e del condizionale
"Se lo sapevo, venivo"), ("Volevo
(es. l'imperfetto di cortesia
un’informazione") ("Facciamo che io ero il
o l'imperfetto ludico e onirico
ladro e tu la guardia").
Il declino del passato remoto: Sostituito quasi sistematicamente dal
passato prossimo in gran parte della produzione cinematografica (salvo
nei film a forte caratterizzazione regionale meridionale), per accorciare la
distanza psicologica tra l'evento raccontato e lo spettatore.
3. La ristrutturazione del sistema pronominale
Il cinema ha decretato il definitivo pensionamento dei pronomi della tradizione
letteraria scritta a favore delle forme vive dell'oralità:
Lui, lei, loro come soggetti: Sostituiscono in modo totale e definitivo i
egli, ella, esso, essi, esse,
pronomi arcaici uniformando la lingua dei film
a quella della conversazione civile quotidiana.
L'estensione del pronome "gli": Il cinema registra e normalizza l'uso
gli ("a
del dativo polivalente, impiegato non solo per il maschile singolare
lui"), ("a lei",
ma esteso correntemente al femminile singolare al posto di
le) ("a loro", loro).
e al plurale al posto del pesante e postposto
La ridondanza pronominale: L'uso ravvicinato e pleonastico di
pronomi per rafforzare il senso di appartenenza o l'affettività dell'azione
"Mi sono bevuto un caffè", "A me mi piace"),
(es. che i dialoghisti
cinematografici inseriscono deliberatamente per abbassare il registro e
dare un sapore pop e veritiero alla messinscena.
ALTRI TRATTI SOCIOSEMIOTICI. Il quinto paragrafo del primo capitolo analizza la
lingua del cinema attraverso le lenti della sociolinguistica e della
sociosemiotica. Fabio Rossi spiega che la lingua parlata dai personaggi sullo
schermo non è mai un blocco unico e omogeneo, ma varia continuamente in
base a fattori legati alla classe sociale, al contesto e al mezzo. Per mappare
queste oscillazioni, l'autore introduce e applica al testo filmico le quattro
varianti fondamentali del cambiamento linguistico:
1. Diastratia (La variabile sociale)
La diastratia riguarda il modo in cui la lingua cambia in base al grado di
istruzione, alla classe sociale e al background culturale dei personaggi.
Il cinema utilizza questa variabile per definire l'identità sociale dei
protagonisti senza bisogno di lunghe spiegazioni narrative.
Sullo schermo si assiste così alla contrapposizione tra un italiano colto,
formale e accurato (parlato da medici, avvocati, professori o esponenti
dell'alta borghesia) e un italiano popolare o marginale (parlato da
operai, contadini o criminali di periferia), caratterizzato da errori di
grammatica, semplificazioni sintattiche e forti interferenze dialettali.
2. Diafasia (La variabile di registro e di situazione)
La diafasia si riferisce alla capacità della lingua di adattarsi alla situazione
comunicativa e al rapporto che lega i parlanti.
I dialoghi dei film mostrano come un personaggio modifichi il proprio
modo di parlare a seconda del contesto: userà un registro formale,
controllato e solenne quando si interfaccia con l'autorità o in un luogo
pubblico (es. un'aula di tribunale, un ufficio pubblico), mentre scivolerà
verso un registro informale, colloquiale, intimo o gergale quando si trova
in famiglia o tra amici.
L'effetto comico o drammatico nasce spesso proprio dal cortocircuito
diafasico, ovvero quando un personaggio usa un
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