La parola e l'immagine agli albori del Neorealismo.
Le questioni linguistiche nei periodici di spettacolo in Italia
(1936-1945)
Introduzione
Nel panorama degli studi di storia della lingua italiana e di storia del cinema,
l'introduzione di Fabio Rossi fissa un punto metodologico fondamentale: la
rivoluzione linguistica ed estetica del Neorealismo non è una
generazione spontanea nata dalle macerie del 1945, ma il risultato di un
lunghissimo, tormentato e approfondito dibattito teorico svoltosi nel decennio
Cinema,
precedente sulle pagine dei periodici di spettacolo. Riviste come
Bianco e Nero, Si gira Film
o non erano semplici rotocalchi di evasione, bensì
autentici laboratori di militanza critica in cui si scontravano e dialogavano
le menti più lucide della cultura italiana: registi in erba (Antonioni, Comencini),
critici letterari (Debenedetti, Milano, Pannunzio) e linguisti di professione
(Migliorini, Menarini).
Per comprendere la portata di questo dibattito, Rossi ci invita a calarci nella
realtà sociolinguistica dell'Italia degli anni Trenta e Quaranta. Il Paese
viveva una profonda schizofrenia: da un lato, il regime fascista portava avanti
una politica di autarchia linguistica esasperata, caratterizzata dalla lotta ai
forestierismi, dall'italianizzazione forzata dei cognomi e delle minoranze, e da
una violenta ostilità verso i dialetti, visti come elementi di frammentazione
anti-nazionale. Dall'altro lato, la realtà dei fatti descriveva un'Italia ancora
massicciamente dialettofona, in cui l'italiano parlato e comune era quasi
inesistente o limitato alle classi borghesi e colte. In questo contesto, il cinema
sonoro – nato alla fine degli anni Venti e consolidatosi negli anni Trenta – si
ritrova investito di un compito titanico e pedagogico: insegnare la lingua agli
italiani.
Tuttavia, il cinema dell'era fascista (in particolare la corrente dei cosiddetti
"telefoni bianchi") fallisce in questa missione realistica, scivolando in quella che
i critici del tempo definiranno una vera e propria falsità espressiva. Non
esistendo una lingua parlata media su scala nazionale, gli sceneggiatori e i
registi dell'epoca finiscono per applicare ai film le strutture della lingua scritta,
della tradizione letteraria aulica o, peggio, della declamazione teatrale
ottocentesca. Il risultato è il cosiddetto "parlato-scritto": una lingua
ingessata, geometrica, artificiale, in cui i personaggi (spesso alto-borghesi o
aristocratici) si esprimono con formule sintattiche rigidissime che nessuno
avrebbe mai usato nella vita reale quotidiana. I personaggi, denunceranno i
critici, non parlano: "recitano un libro stampato".
L'introduzione di Rossi dimostra come le riviste di spettacolo diventino il luogo
in cui questa falsità viene sistematicamente smascherata e attaccata. La critica
a questa lingua artificiale si articola principalmente su due fronti, che
anticipano le soluzioni neorealiste:
1. La ricerca della "verità" e della quotidianità: Intellettuali come Leo
Longanesi iniziano a teorizzare la necessità di far uscire le telecamere dai
teatri di posa di Cinecittà per portarle nelle strade, a contatto con la vita
vera, il fango, la povertà e, di conseguenza, con una lingua che accolga
le imperfezioni, le esitazioni e le sfumature regionali del parlato reale.
2. Il trauma e la sfida del doppiaggio: Diventato obbligatorio per legge
nel 1933 (il regime vietò la circolazione di film stranieri in lingua originale
per proteggere l'idioma nazionale e controllare la censura), il doppiaggio
diventa il terreno ideale su cui misurare lo statuto della lingua
"doppiaggese",
cinematografica. Da una parte, esso genera il un italiano
artificiale e standardizzato, infarcito di calchi della sintassi inglese;
dall'altra, costringe la critica a riflettere sul rapporto inscindibile tra
l'immagine (il movimento delle labbra, la mimica del corpo) e la parola (il
suono, il timbro), ponendo i primi interrogativi di natura semiotica sul
cinema come linguaggio totale.
In definitiva, Rossi nell'introduzione delinea la tesi portante dell'intero volume: i
periodici di spettacolo della fine del ventennio fascista sono stati una palestra
filologica in cui è stata decostruita la lingua ufficiale del regime e del cinema
commerciale, ponendo le basi teoriche (la necessità del dialetto, la
semplificazione sintattica, la naturalezza recitativa) che permetteranno a
registi come Rossellini, De Sica e Visconti di far parlare il cinema italiano,
finalmente, con la voce della realtà.
CAPITOLO I - IL DOPPIAGGIO: UN BANCO DI PROVA PER
LA RIFLESSIONE LINGUISTICA
1.1. Raffaello Patuelli: il "Dipartimento dell'educazione";
ovvero il gergo dei film tradotti
Raffaello Patuelli firma un intervento pionieristico e di fondamentale
importanza, focalizzandosi sugli effetti distorsivi del doppiaggio sulla
lingua italiana parlata. Il titolo stesso del suo saggio contiene una forte
"Dipartimento dell'educazione"
carica ironica e polemica: l'espressione non fa
riferimento a un'istituzione scolastica, ma è la traduzione letterale, pigra e
sradicata dall'uso comune, di un tipico ufficio burocratico anglosassone (il
Department of Education, che in italiano corretto si sarebbe dovuto tradurre
Ministero della Pubblica Istruzione).
come
Attraverso questo esempio fulminante, Patuelli denuncia la nascita e la
diffusione del cosiddetto "doppiaggese" (anche se il termine specifico
nascerà ufficialmente più tardi nella storia della linguistica). Si tratta di un vero
e proprio gergo artificiale, una lingua di laboratorio che non appartiene a
nessuna regione italiana e a nessuna classe sociale, ma che viene creata a
tavolino dai traduttori e dai dialoghisti dei primi stabilimenti di doppiaggio.
La critica filologica e culturale di Patuelli
L'argomentazione di Patuelli si sviluppa su due binari strettamente connessi:
quello linguistico-formale e quello sociologico.
Il meccanismo dei calchi linguistici: Patuelli dimostra come i
traduttori dell'epoca, schiacciati dalla fretta esecutiva e dalla necessità
tecnica di rispettare il sincronismo labiale (il movimento delle labbra degli
attori americani), rinunciassero a cercare un equivalente effettivo e
naturale nella lingua italiana. Di conseguenza, i film iniziavano a pullulare
di calchi sintattici e semantici dall'inglese. Strutture frasali straniere,
esclamazioni e metafore aliene alla tradizione italiana venivano
proiettate sugli schermi cinematografici, costringendo gli spettatori ad
assimilare modi di dire assurdi o completamente distorti rispetto all'uso
comune.
Il cinema come "mal d'educazione": Il pericolo maggiore individuato
da Patuelli risiede nel potere persuasivo e pedagogico del mezzo
cinematografico. In un'Italia in cui le masse andavano al cinema a milioni
e in cui l'italiano parlato era ancora un oggetto misterioso per gran parte
della popolazione dialettofona, lo schermo non fungeva da veicolo di
unificazione linguistica corretta, bensì da agente di corruzione
linguistica. Il pubblico, affascinato dai divi di Hollywood, tendeva a
replicare nella vita quotidiana i tic verbali, le frasi fatte e le bizzarrie
sintattiche sentite nei film doppiati. Il cinema si trasformava così in un
paradossale e diseducativo "Dipartimento dell'educazione" di massa.
Valutazione critica
La posizione di Patuelli si inserisce perfettamente nel clima della fine degli anni
Trenta. Sebbene il suo intervento possa sembrare in linea con l'ansia
autarchico-puristica del regime fascista (che vedeva come fumo negli occhi
l'infiltrazione di costumi e parole angloamericane), la sua critica va ben oltre la
semplice difesa della purezza della lingua contro lo "straniero". Patuelli solleva
un problema prettamente estetico e comunicativo: la lingua dei film tradotti è
una lingua morta, priva di carne e di verità. Denunciando l'inutilizzabilità
di questo gergo da laboratorio, Patuelli contribuisce a scardinare l'illusione che
il doppiaggio così come concepito all'epoca potesse risolvere la complessa
equazione del realismo cinematografico.
1.2. Gherardo Gherardi, Voci e figure di personaggi
impossibili
Con l'intervento di Gherardo Gherardi (noto commediografo, sceneggiatore e
regista dell'epoca), il dibattito sul doppiaggio compie un salto di qualità,
spostandosi dal piano prettamente linguistico-lessicale a quello estetico,
psicologico e percettivo.
Se Patuelli si concentrava sulla corruzione della lingua parlata (il
"doppiaggese"), Gherardi mette a nudo la profonda artificiosità e
l'incongruità artistica che il doppiaggio genera inevitabilmente nello
spettatore. Il titolo stesso del saggio evoca la creazione di "personaggi
impossibili", ovvero di figure cinematografiche prive di una reale unità
organica, nate da un innesto forzato e innaturale.
Lo sdoppiamento tra corpo e voce
Il nucleo centrale della tesi di Gherardi risiede nella denuncia della rottura
dell'unità espressiva dell'attore. Nella recitazione naturale, la voce non è
un elemento autonomo o un semplice "accessorio" sonoro; essa è il
prolungamento del corpo, è strettamente legata alla mimica facciale, alla
gestualità, alla fisicità, alla struttura ossea e alla psicologia del personaggio.
Quando si applica il doppiaggio, questo legame biologico e artistico viene
spezzato:
L'effetto Frankenstein: Il doppiaggio associa la fisicità, i lineamenti e la
recitazione visiva di un attore straniero (spesso un divo hollywoodiano)
alla fonetica, al timbro e all'impostazione vocale di un attore italiano (il
doppiatore). Questo meccanismo crea un "ibrido", un personaggio
artificiale che non esiste nella realtà.
L'incongruenza dei codici culturali: Gherardi fa notare come i
movimenti del corpo, i gesti delle mani e le espressioni del volto degli
attori americani o francesi rispondano a codici culturali e a ritmi
psicologici precisi, intimamente legati alla loro lingua madre. Incollare su
quei movimenti una parlata italiana — con le sue pause, le sue
intonazioni e la sua diversa velocità sillabica — produce un cortocircuito.
Lo spettatore avverte, anche solo a livello inconscio, una costante e
fastidiosa sensazione di falsità.
La standardizzazione delle voci e la perdita dell'identità
Un altro punto cruciale sollevato da Gherardi riguarda la nascita di una vera e
propria oligarchia di doppiatori in Italia. Poiché le società di doppiaggio
dell'epoca utilizzavano sempre lo stesso ristretto nucleo di attori vocali, si
verificava un fenomeno paradossale: la stessa identica voce italiana veniva
prestata a cinque o sei divi americani diversi.
Questo portava a due gravi conseguenze estetiche:
1. L'annullamento delle differenze: Attori stranieri con stili di
recitazione, fisionomie e personalità totalmente opposte finivano per
suonare tutti uguali sullo schermo, azzerando le sfumature e le intuizioni
artistiche degli interpreti originali.
2. Il disorientamento dello spettatore: Sentire la voce del proprio divo
preferito uscire dalla bocca di un altro attore in un film diverso rompeva
la "sospensione dell'incredulità", svelando bruscamente il trucco tecnico
e distruggendo la magia del realismo cinematografico.
Valutazione critica
Gherardi coglie il problema della falsità del cinema sonoro dell'epoca da
una prospettiva strutturale. Per lui, il cinema non può ambire alla verità se
si fonda su un compromesso tecnico che divide la carne dallo spirito, il corpo
dalla voce. La sua critica ai "personaggi impossibili" generati dal doppiaggio si
salda perfettamente con il nascente bisogno di un cinema autentico: un cinema
dove l'attore torni a essere un'entità totale e indivisibile. Questa riflessione
spiana la strada all'esigenza neorealista di una recitazione non ricostruita in
laboratorio, che culminerà nell'uso degli attori presi dalla strada, la cui voce, il
cui corpo e il cui dialetto appartengono indissolubilmente allo stesso pezzo di
realtà.
1.3. Luigi Chiarini, Intraducibilità del film
Con Luigi Chiarini — figura di primissimo piano della cultura cinematografica
italiana, fondatore del Centro Sperimentale di Cinematografia e direttore della
Bianco e Nero
prestigiosa rivista — il dibattito sul doppiaggio abbandona le pur
giuste considerazioni pratiche o psicologiche per elevarsi a una radicale
condanna di natura filosofica ed estetica.
Intraducibilità del film,
Il titolo del suo saggio, dichiara immediatamente il
nucleo della sua tesi: il cinema è un'arte e, in quanto tale, condivide con la
poesia, la pittura e la musica la caratteristica dell'assoluta irripetibilità e
unicità. Non si può tradurre o manipolare un film senza distruggerlo.
L'influenza dell'estetica crociana
Per comprendere a fondo il pensiero di Chiarini è indispensabile citare la sua
matrice filosofica: l'estetica idealista di Benedetto Croce. Secondo
l'impostazione crociana, l'opera d'arte è un'intuizione lirica unitaria in cui il
contenuto (il significato) e la forma (l'espressione) sono fusi in modo
indissolubile.
Applicando questo dogma filosofico al cinema, Chiarini sostiene che:
Il film come totalità organica: In un'opera cinematografica degna di
questo nome, l'immagine visiva, il ritmo del montaggio, l'espressività dei
volti, i rumori ambientali e le voci originali degli attori non sono elementi
separati montati insieme per comodità, ma costituiscono un organismo
vivente e unitario.
Il doppiaggio come violazione estetica: Nel momento in cui un
tecnico taglia la traccia sonora originale e vi sovrappone la voce di un
doppiatore, non sta compiendo una semplice operazione di traduzione
linguistica; sta letteralmente smembrando l'opera d'arte. Sostituire la
colonna sonora originale significa alterare il ritmo interno del film,
spezzare la fusione tra la mimica dell'attore e l'emissione del suono, e
dunque distruggere l'essenza stessa del film concepito dal regista.
La critica al cinema come "industria" commerciale
Chiarini individua la radice del doppiaggio nella natura industriale e mercantile
del cinema. Il doppiaggio è un compromesso commerciale, un espediente
economico inventato dalle case di produzione per far circolare i film all'estero e
massimizzare i profitti, strizzando l'occhio a un pubblico pigro che non vuole
leggere i sottotitoli.
Tuttavia, per Chiarini, sacrificare l'integrità dell'opera sull'altare del mercato
significa degradare il cinema da "arte autonoma" a mero "prodotto di
consumo". Se il cinema vuole essere riconosciuto come un'arte al pari della
letteratura o delle arti figurative, deve rifiutare queste manipolazioni industriali.
La traduzione di un film è un assurdo logico: così come non si può ridipingere
un quadro cambiando i colori per adattarli al gusto di un altro paese, non si può
ridoppiare un film.
Valutazione critica
È fondamentale evidenziare il valore storico e il limite della posizione di
Chiarini:
1. Il valore: Chiarini ha il grande merito di difendere la dignità artistica del
cinema in un'epoca in cui molti intellettuali accademici lo consideravano
ancora un baraccone da fiera. La sua severità teorica serve a dare uno
statuto nobile alla critica cinematografica.
2. Il legame con il Neorealismo: Pur partendo da presupposti
rigidamente idealisti e apparentemente distanti dalla "strada", la sua
totale intransigenza contro l'artificio del doppiaggio si sposa con
l'ossessione neorealista per l'autenticità. Chiarini esige che il cinema sia
vero, non manipolato in laboratorio. Se il corpo e la voce dell'attore
devono coincidere necessariamente, la soluzione futura non potrà che
essere un cinema che filma la realtà così com'è, rifiutando le finzioni
tecnologiche della sala di incisione.
1.4. Maria Cortini Viviani, I segreti del doppiaggio
Dopo le riflessioni teoriche ed estetiche di Gherardi e Chiarini, il saggio di Fabio
Rossi introduce il punto di vista di Maria Cortini Viviani. Questo intervento è di
fondamentale importanza perché sposta l'asse del discorso dalla filosofia
dell'arte alla dimensione empirica, tecnica e artigianale del doppiaggio.
Mentre i critici maschi dell'epoca tendono a liquidare il doppiaggio come un
"mostro" teorico o un'eresia estetica, Cortini Viviani decide di entrare
letteralmente nei laboratori e nelle cabine di incisione per svelarne i "segreti"
produttivi. La sua non è una condanna a priori, ma una disamina ravvicinata
dello straordinario, e spesso invisibile, sforzo di riscrittura e manipolazione
che si cela dietro un film tradotto.
Il doppiaggio come artigianato della mistificazione
L'autrice descrive il doppiaggio come un ingranaggio tecnico di precisione
millimetrica. Per far sì che lo spettatore italiano non si accorga del trucco, è
(lip-sync)
necessario un lavoro di sincronizzazione labiale che si articola in fasi
ben precise, le quali condizionano inevitabilmente il testo finale:
La scomposizione del testo: Il film originale viene spezzato in brevi
segmenti (i cosiddetti "anelli"). Su questi frammenti lavorano i dialoghisti,
i quali non devono compiere una traduzione letterale, bensì un vero e
proprio adattamento plastico.
La tirannia del labiale: Il vero vincolo del doppiatore e del traduttore
non è la fedeltà al significato del testo originale, m
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