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Norberto Bobbio: il problema della guerra e le vie della pace

Capitolo 1: Il problema della guerra e le vie della pace

Nel corso della storia si è sempre avuta l'illusione che la guerra che si stava combattendo sarebbe stata l'ultima, ma tale speranza veniva costantemente disattesa in breve tempo. Il progresso tecnico, difatti, ha reso gli strumenti di morte sempre più potenti e sempre più facilmente reperibili, tanto che costruire una pace duratura diviene ogni giorno più improbabile.

Oltretutto, le voci dei movimenti pacifisti vengono sporadicamente prese in considerazione, non di certo per la mancanza di nobiltà d'intenti. Si può, difatti, affermare che le manifestazioni di pacifismo e la drammaticità delle azioni di guerra vadano di pari passo, agendo contemporaneamente e parallelamente, senza interferire l'uno con l'altro. Ciò dimostra, dunque, che i fautori di guerra hanno avuto da sempre maggior seguito rispetto ai costruttori di pace.

Per far sì che il pacifismo abbia effetti concreti, occorre non dimenticare l'etica della responsabilità, per fare in modo che le azioni non siano soltanto buone, ma abbiano delle conseguenze tangibili. Di questo tipo di pacifismo, etichettabile come “responsabile”, esistono almeno due versioni, che possono essere definite istituzionali, poiché non ricorrono esclusivamente alla parola e a gesti simbolici, ma promuovono azioni regolate preventivamente.

La prima di tali versioni prevede la possibilità di una difesa non armata, che faccia ricorso ad azioni come la resistenza passiva, la non collaborazione con i pubblici poteri, la disobbedienza civile ed il boicottaggio. La seconda è senza dubbio più realistica, ed opera una distinzione fra la violenza diffusa, quindi incontrollabile, e la violenza concentrata, e pertanto controllata, che faccia capo ad un’istituzione che abbia il predominio per l’utilizzo dei mezzi di violenza. I conflitti hanno, tuttavia, dimostrato l’insufficienza anche del pacifismo istituzionale, e la pace continua ad essere soltanto una tregua tra due guerre.

Nel diritto internazionale proprio dell’età moderna, nato dal sistema di rapporti fra gli Stati europei (ius publicum europaeum), la guerra era considerata come un diritto peculiare degli Stati, diritto che subiva delle limitazioni esclusivamente negli obblighi da rispettare nella condotta della guerra. In seguito alla Seconda guerra mondiale, gli Stati si erano ritrovati a seguire due differenti sistemi di rapporti internazionali: il sistema precedente, fondato sull’equilibrio tra nazioni, con la sola novità che le potenze erano ormai soltanto due e non più di due, come nei secoli anteriori, e il sistema odierno, nato con le Nazioni Unite, il quale può essere definito anche come sistema del “potere comune”.

La pace, dunque, è stata la conseguenza del prodursi di uno squilibrio tanto vasto da rendere superfluo l’uso della forza minacciata. Una pace ottenuta per la fine di un equilibrio non può condurre ad una pace “concordata”, o consensuale, bensì ad un genere di pace, prevalso nel corso della storia, ossia la “pace d’impero”, mantenuta da una potenza egemone. Il nuovo sistema di pace concordata, previsto dallo Statuto dell’ONU, è stato conteso per quarant’anni dalla pace di equilibrio. Ciononostante, la pace in grande è avvenuta all’interno del vecchio sistema di equilibrio, e contemporaneamente si sono avvicendate molte guerre minori, nonostante l’esistenza delle Nazioni Unite.

Nonostante i numerosi istituti di ricerca sulla pace esistenti nel mondo, non sappiamo nulla o quasi sulle cause delle guerre, e come si può porre rimedio ad un male di cui non si conosce la causa?

La guerra ha rappresentato da sempre uno dei temi centrali della filosofia della storia, per i caratteri della terribilità e della fatalità. La filosofia della storia nacque con la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche (Hegel e Comte), rinascendo con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione russa (Spengler e Toynbee). Probabilmente, con la minaccia della guerra nucleare, vista come “soluzione finale”, si svilupperà una terza ondata. Fino ad ora il compito principale della filosofia della storia è stato quello di giustificare la guerra, ma se oggi, da esseri ragionevoli, ci fossimo resi conto che la guerra, giunta alle dimensioni della guerra atomica, rappresenta esclusivamente una via bloccata?

Per via bloccata si intende una via senza sbocco e che, non portando alla meta prefissata, deve essere abbandonata. Lo storicismo sostiene che, nel corso della storia, quando vie bloccate sono state abbandonate, la nuova strada è cominciata proprio laddove la vecchia era terminata. Le vie della storia rappresentano delle vie bloccate. Ma l’abbandono di una via bloccata è necessario, in quanto proseguire è impossibile, o è un compito dell’uomo, poiché moralmente condannevole? Proseguire è, dunque, impossibile o indesiderabile?

Quando ci si trova dinanzi ad una via bloccata è possibile assumere due differenti atteggiamenti, in quanto l’indebolimento di un’istituzione può essere prodotto di una constatazione di fatto o di un vero e proprio progetto. Affermare che la storia proceda per vie bloccate significa assodare due ipotesi sostanziali: il corso della storia è un processo, e che tale processo sia irreversibile.

Le filosofie storicistiche hanno da sempre affermato che la storia fosse un processo. A tali filosofie si sono contrapposte tutte quelle filosofie che hanno ritenuto il regno dell’uomo come regno della contingenza, in cui tutto ciò che avviene, essendo prodotto dall’azione dell’uomo, avrebbe potuto anche non accadere. Tali filosofie negano la possibilità dell’esistenza di vie bloccate. Affinché si possa parlare di vie bloccate non è sufficiente considerare la storia come un processo, bensì occorre che tale processo venga considerato irreversibile.

Gianbattista Vico, nel Medioevo, aveva dato vita alla teoria dei corsi e dei ricorsi storici: in un’idea ciclica della storia, nessuna istituzione può davvero scomparire, poiché vi è l’idea di irreversibilità. L’irreversibilità è connessa alla teoria illuministica del progresso, sebbene sia stata accolta dalla maggioranza delle filosofie della storia successive.

Che la guerra sia una via bloccata può significare essenzialmente che:

  • La guerra è un’istituzione antiquata, sul punto di esaurirsi
  • La guerra è un’istituzione sconveniente ed empia, che deve essere eliminata

Qualunque sia l’idea di guerra, è chiaro che la sua fine è ormai scontata; l’unico dato incognito è se il termine della guerra sarà dettato dall’ineluttabilità o da un progetto umano. Queste differenti ipotesi hanno dato vita a due diverse forme di pacifismo, una attiva, e l’altra passiva. Per il pacifismo attivo la guerra è divenuta talmente catastrofica per la risoluzione delle controversie internazionali, da essersi resa inutilizzabile e, pertanto, destinata a scomparire. Per il pacifismo passivo la guerra odierna, che ha assunto le caratteristiche della guerra termonucleare, ha conseguenze così terrificanti da essere condannabile, rendendo necessaria la ricerca di qualsiasi mezzo per la sua eliminazione.

Il primo atteggiamento genera fiducia nell’equilibrio del terrore, per cui la pace non sarebbe affidata all’instabile equilibrio di potenza, ma ad una nuova, e più stabile, forma di equilibrio: l’equilibrio dell’impotenza (terrore paralizzante). Il secondo atteggiamento viene avvalso da tutti quei movimenti che conducono al formarsi di una coscienza atomica. Mentre per il primo atteggiamento l’istituzione della guerra è divenuta impossibile, per il secondo è ingiustificabile o illegittima, pur essendo possibile. Accettare uno dei due atteggiamenti significa assumere consapevolezza del trovarsi davanti ad una svolta storica.

È davvero possibile paragonare la guerra atomica alle guerre del passato? Vi sono tre ragioni fondamentali per poter affermare che la guerra termonucleare non è in alcun modo equiparabile alle guerre del passato:

  • La prima ragione di carattere filosofico, se non addirittura metafisico, è che nessuna guerra del passato, per quanto lunga e crudele, ha minacciato l’intera umanità; “lo spettro della guerra termonucleare mette senso in crisi ogni tentativo fatto sinora di dare un alla storia attraverso telos l'immaginazione di un cui l’umanità tende o dovrebbe tendere”.
  • La seconda ragione, ancora di carattere filosofico, è che la maggior parte delle teorie elaborate nel passato per giustificare la guerra non riesce più a sostenere la prova della guerra termonucleare. Di certo, per la guerra termonucleare si può dare origine a nuove giustificazioni, ma proprio la novità delle giustificazioni determina la novità dell’evento.
  • La terza ragione, di carattere utilitario, è che la guerra termonucleare non è utile allo scopo. Lo scopo principale di qualsiasi guerra è, infatti, la vittoria. Aumentando la potenza delle armi, sarà sempre più difficile distinguere il vincitore dal vinto, perché il vero vincitore potrà essere soltanto il non belligerante, il neutrale, o semplicemente chi scamperà casualmente alla strage.

Realisti, fanatici e fatalisti

Vi sono tre diversi atteggiamenti atti a contrastare l’idea che il corso storico dell’umanità...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher acr.f di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Piccioni Lidia.
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