Norberto Bobbio – Elementi di politica
Il problema della politica
Capitolo 1: Politica e potere
Si usa il termine "politica" per designare la sfera delle azioni che hanno un qualche riferimento diretto o indiretto alla conquista e all'esercizio del potere ultimo in una comunità di individui su un territorio. Nella determinazione di ciò che è compreso nell'ambito della politica non si può prescindere dall’individuazione dei rapporti di potere che in ogni società si stabiliscono fra individui e fra gruppi, inteso il potere come la capacità di influenzare, condizionare, determinare il comportamento di un altro soggetto.
La tipologia classica tramandata per secoli è quella che si può leggere nella Politica di Aristotele che distingue tre forme tipiche di potere:
- Il potere del padre sui figli.
- Il potere del padrone sugli schiavi.
- Il potere del governatore sui governati, definito potere politico.
Questa tripartizione delle forme di potere ha avuto una grande importanza storica che ha permesso di distinguere il buongoverno dal malgoverno. In particolare possiamo identificare come malgoverno i primi due rapporti di potere descritti: il governo paterno (tratta i sudditi come figli, eterni minorenni) e quello dispotico (tratta i suoi sudditi come schiavi).
Criteri di distinzione
Il rapporto di potere politico è una delle infinite forme di potere ed è possibile caratterizzarlo ricorrendo a tre criteri diversi:
- La funzione svolta. Per descriverne la funzione è illuminante la metafora biomorfica ereditata dall’antichità, secondo cui la comunità che costituisce la polis viene concepita come un organismo al pari del corpo umano, composto di membra di cui ognuna ha una sua propria funzione. Al governo viene di solito assegnato il ruolo della mente per mostrare che esso svolge una funzione superiore, consistente nel guidare, nel dirigere e nell'intervenire per sanare i conflitti e per prevenirli. Sono tutte funzioni che per essere esercitate hanno bisogno di ottenere obbedienza. Le funzioni di governo vengono abitualmente divise in legislativa, esecutiva, giudiziaria. Svolgendo la funzione legislativa, il potere politico indirizza positivamente (comandando) o negativamente (proibendo) i comportamenti dei membri della comunità verso fini prestabiliti. Mediante la funzione esecutiva ottiene che questi fini siano raggiunti, ed esplicando la funzione giudiziaria risolve i conflitti che nascono nella società.
- Il fine perseguito. Risale all'antichità, l'affermazione che il fine della politica è il bene comune, inteso come bene della comunità distinto dal bene dei singoli individui. Tale distinzione servì ad Aristotele per distinguere le forme di governo buone da quelle corrotte, e al singolo individuo per giudicare l’azione dell’uomo politico tramite la contrapposizione tra interesse pubblico e interesse privato. Tuttavia il concetto di bene comune è tutt'altro che chiaro. Esso va incontro ad almeno due gravi difficoltà: l'indeterminatezza o varietà di significati storicamente accertabili e la difficoltà di trovare le procedure adatte per accertarlo di volta in volta.
- Mezzi utilizzati. Il criterio più adeguato per distinguere il potere politico dalle altre forme di potere è quello che si fonda sui mezzi dei quali le diverse forme di potere si servono per ottenere gli effetti voluti. A differenza del potere economico e del potere ideologico, il mezzo di cui si serve il potere politico, seppure in ultima istanza, è la forza. Il potere politico derivato dall'uso della forza è il potere sommo o sovrano, il cui possesso contraddistingue in ogni società organizzata la classe dominante. Nei rapporti interindividuali, solo l'impiego della forza fisica serve a impedire l’insubordinazione e a domare ogni forma di disobbedienza. Allo stesso modo nei rapporti fra gruppi politici indipendenti lo strumento decisivo che un gruppo ha per imporre la propria volontà ad un altro gruppo è l'uso della forza, cioè la guerra.
Politica e società
La distinzione tra potere politico, potere economico e potere ideologico corrisponde a quella tra la sfera dei rapporti e dei gruppi politici con quelli economici e ideologici. Si tratta di una delimitazione nel campo delle attività umane che avviene attraverso una lenta trasformazione storica.
Il primo processo, la delimitazione della sfera politica rispetto alla sfera ideologica, passa dalla distinzione tra sfera sociale e sfera individuale dei greci, a quella tra sfera religiosa e politica nata con il cristianesimo, in cui le “societates perfectae” sono due: lo Stato e la Chiesa, a differenza dell’Antica Grecia dove vi era solo la polis. Tale processo ci fa giungere poi alla formazione storica del ceto degli intellettuali, che sostituiscono a poco a poco i sacerdoti delle religioni tradizionali nell'esercizio del potere ideologico, cioè del potere di persuadere o dissuadere.
Il secondo processo, l’emancipazione del potere economico da quello politico, è un fenomeno tipico del passaggio dalla società feudale a quella moderna. Nella società feudale i due poteri sono indissolubili l'uno dall'altro: il detentore del potere politico, il re e i suoi feudatari, è anche il proprietario dei beni su cui si fonda il suo potere. Con la formazione della classe borghese, la società civile pretende di staccarsi dall’abbraccio mortale dello stato, rivendicando la propria autonomia.
Come l’emancipazione della sfera religiosa da quella politica dà origine alla tesi del primato della prima sulla seconda, così l'emancipazione della sfera economica rispetto a quella politica ha per conseguenza l'affermazione della subordinazione del potere politico a quello economico. Tale affermazione è diventata patrimonio comune del pensiero politico dell'800 attraverso la nota tesi marxiana, secondo cui le istituzioni politiche e giuridiche sono una sovrastruttura rispetto alla base dei rapporti economici. Ma la sua origine deve essere ricercata in tutto il pensiero liberale secondo cui il sistema politico ha la funzione esclusiva di permettere lo sviluppo naturale del sistema economico, e ne è quindi rigidamente condizionato.
Politica e morale
Con la formazione dello stato moderno, si pone il problema del rapporto tra politica e morale. Tale problema si pone a livello deontologico, ovvero sul come deve comportarsi colui che agisce politicamente, se vi siano delle regole di comportamento che deve seguire. In questo contesto, si chiama autonomia della politica il riconoscere che il criterio in base al quale si considera buona o cattiva un'azione rientrante nella categoria della politica, è diverso dal criterio in base al quale si giudica buona o cattiva un'azione morale.
Un'azione che è considerata obbligatoria in morale è anche obbligatoria in politica? E viceversa?
Questo problema fu posto per la prima volta e con la massima chiarezza da Machiavelli. Nel capitolo 18 del Principe, Machiavelli si pone il problema se l'uomo di stato sia obbligato a stare ai patti (principio fondamentale della morale), osservando inoltre che i principi che hanno fatto "gran cose", di quel principio hanno tenuto poco conto. Qual è l'ufficio a cui sono chiamati i principi? Mantenere i patti o "fare gran cose?" E se per mantenere i patti non riescono a fare grandi cose possono essere considerati buoni principi?
Nello stesso capitolo Machiavelli espone chiaramente il suo pensiero là dove afferma che per giudicare della bontà o cattiveria di un'azione politica occorre guardare al fine (interesse dello Stato). Per conseguire questo fine egli deve adoperare tutti i mezzi adeguati, il non stare ai patti diventa per lui una condotta non solo lecita ma doverosa. La massima “il fine giustifica i mezzi” rappresenta il nucleo principale della cosiddetta dottrina della Ragion di Stato, insieme di principi e di massime in base alle quali azioni che non sarebbero giustificate se compiute da un individuo singolo, sono non solo giustificate ma addirittura in alcuni casi esaltate e glorificate se compiute dal principe nel totale interesse dello Stato. La morale del politico non è la morale del singolo. Nasce così uno dei temi più dibattuti della filosofia politica, la spiegazione e la giustificazione di questo contrasto.
Soluzioni tecniche al dilemma
Bobbio presenta due soluzioni tecniche a questo dilemma:
- Teoria della deroga: Spiega e giustifica il contrasto sulla base della differenza tra regole ed eccezione. Le regole morali sono universali ma non sono assolute, nel senso che non valgono in tutti i casi ma ammettono eccezioni e pertanto in certi casi possono ammettere una deroga. Le azioni dei politici, contrariamente alla morale comune, sarebbero da giustificarsi come deroghe dovute a situazioni eccezionali o stato di necessità. Quest’ultimo vale come giustificazione di un'azione altrimenti colpevole e punibile tanto per l'individuo privato quanto per l'uomo pubblico. La stessa massima "il fine giustifica i mezzi" può essere fatta rientrare nel principio della deroga per ragioni di necessità.
- La teoria delle due etiche: Il divario tra morale e politica non dipende dal rapporto regola-eccezione ma dall’esistenza di due vere e proprie morali, con diversi criteri di valutazione: etica della convinzione ed etica della responsabilità. Colui che agisce in base alla prima ritiene che il suo dovere consista nel rispettare alcuni principi di condotta posti come assolutamente validi indipendentemente dalle conseguenze che ne possono derivare. Colui che agisce in base alla seconda ritiene di aver fatto il proprio dovere se riesce a ottenere il risultato che si propone. Siccome i due criteri sono diversi, un'azione buona secondo il primo criterio può essere cattiva in base al secondo e viceversa.
Capitolo 2: Etica e politica
Il problema del rapporto con la morale si pone nell'attività politica come in tutte le altre attività dell'uomo. Il problema dei rapporti tra etica e politica è radicalmente diverso: in questo caso non ci si domanda quali siano le azioni moralmente lecite o illecite ma se le azioni politiche siano sottoponibili al giudizio della morale. In altri termini, la politica mantiene un rapporto con la morale, oppure obbedisce a un codice di regole diverso da quello della morale?
Il tema della giustificazione
La maggior parte degli autori che si sono occupati della questione hanno preso atto del divario fra morale comune e condotta politica, e hanno rivolto la loro attenzione a cercare di capire e di giustificare questa divergenza. La condotta che ha bisogno di essere giustificata è quella non conforme alle regole. Non si giustifica l'osservanza della norma, cioè la condotta morale. L'esigenza della giustificazione nasce quando l'atto viola o sembra violare le regole sociali.
Mappa delle teorie del rapporto tra etica e politica
Data la vastità del tema, Bobbio presenta una mappa dei rapporti tra etica e politica. Bobbio distingue le teorie prescrittive, che non pretendono di dare una spiegazione del contrasto ma tendono a dare ad esso una soluzione pratica, e descrittive, le quali tendono a indicare qual è la ragione per cui il contrasto esiste. A loro volta le diverse teorie che hanno affrontato il problema dei rapporti tra la morale e la politica possono essere suddivise in teorie monistiche o dualistiche.
Teorie monistiche
- Monismo rigido. Tale sistema normativo racchiude tutti gli autori per cui non esiste contrasto tra morale e politica perché vi è un solo sistema normativo: o quello morale o quello politico. Esempi di monismo rigido sono il primato della morale sulla politica, sostenuto da Erasmo e Kant, e il primato della politica sulla morale, sostenuto da Hobbes.
- Monismo flessibile. Esiste un solo codice normativo, quello morale, il quale in alcune circostanze consente delle eccezioni rispetto alla regola. Bobbio torna sulla teoria della deroga e presenta una nuova teoria: la teoria dell'etica speciale. In questo caso l'eccezione rispetto alla regola non è giustificata con l'insorgere di situazioni eccezionali, ma in base al particolare status del soggetto e al carattere speciale dell'attività da lui svolta.
Teorie dualistiche
- Dualismo apparente. La politica e la morale, pur essendo due sistemi normativi distinti, non possono considerarsi completamente indipendenti l'uno dall'altro. Una versione della teoria della superiorità della morale sulla politica si può trovare in Croce, al contrario Hegel rappresenta la teoria della superiorità della politica sulla morale.
- Dualismo reale. Due codici normativi sono antitetici l'uno all'altro. Si fondono sulla distinzione tra azioni finali e azioni strumentali, giudicate in base alla loro minore o maggiore idoneità al raggiungimento dello scopo. Di questa teoria Bobbio ci dà due esempi: la soluzione machiavellica dell'amoralità della politica, che si riassume nella famosa massima: "il fine giustifica i mezzi", e la teoria delle due etiche, l'etica della convinzione e l'etica della responsabilità di Max Weber.
Dopo l'esame delle varie teorie, Bobbio pone in evidenza le diverse relazioni esistenti tra loro e ne esamina i loro diversi motivi di giustificazione. Dal confronto tra le teorie emerge una considerazione della politica come la sfera degli imperativi ipotetici e una considerazione della morale come la sfera degli imperativi categorici. Bobbio ha un'idea precisa sul tema del rapporto etica-politica: per lui le varie giustificazioni non valgono a giustificare l’eliminazione del giudizio morale sull'azione politica, quanto piuttosto a delimitare i confini della politica rispetto alla morale. Secondo Bobbio, la politica può e deve essere giudicata non solo dal punto di vista dell’efficienza, ma anche dal punto di vista della bontà del fine.
Capitolo 3: La democrazia
Si può definire la democrazia in base a diversi criteri. Un primo criterio è quello della titolarità del potere. In questo senso, il significato letterale del termine "democrazia" è rimasto invariato dall'antichità, ovvero è il potere del popolo, distinto dalla monarchia (uno) e dall'aristocrazia (pochi). Un secondo criterio è su come viene esercitato il potere. Da questo punto di vista, la "democrazia dei moderni" si differenzia dalla “democrazia degli antichi" per il modo in cui il popolo esercita il potere, direttamente oppure attraverso i propri rappresentanti. Mentre la democrazia rappresentativa si è affermata nei grandi stati moderni, la democrazia diretta è rimasta un "ideale limite". Nel passaggio tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni muta radicalmente il concetto stesso di "popolo". Si può dire che mentre la prima è una democrazia di "decisori", la seconda è una democrazia di "elettorali": più che la sovranità del popolo, alla base della democrazia moderna sta la sovranità dei cittadini.
Un terzo criterio di distinzione è quello in base al principio di legittimazione del potere: la democrazia si oppone all'autocrazia perché quest’ultima non è caratterizzata dalla forma del potere ascendente, ma da quello discendente. Le forme di governo sono state distinte nel corso dei secoli anche in base ai principi etici sui quali si sono ispirate. La democrazia sin dall’antichità è contrapposta alle altre forme di governo, in base al principio dell’uguaglianza. L'eguaglianza è sempre stata considerata il principio ispiratore della democrazia. Nella realtà, gli stati democratici contrapposti agli stati autocratici si sono affermati da un lato come una continuazione degli stati liberi, dall'altro hanno dato vita a forme di democrazia sociale.
Concezione procedurale della democrazia
Più che alla concezione etica della democrazia, Bobbio aderisce alla concezione procedurale della democrazia, secondo la quale la democrazia è un insieme di regole del gioco per prendere le decisioni collettive. Così intesa, la democrazia è quella forma di governo in cui vigono norme generali, le cosiddette leggi fondamentali, che permettono ai membri di una società, per quanto numerosi essi siano, di risolvere i conflitti che inevitabilmente nascono fra gruppi che hanno valori e interessi contrastanti, senza bisogno di ricorrere alla violenza reciproca. (cit. Popper).
Il rilievo dato agli aspetti procedurali si affianca a quello riconosciuto ai valori: oltre ai valori della uguaglianza e della libertà, quello della non-violenza. In base ai criteri procedurali e ai principi ispiratori si possono distinguere rispettivamente varie forme e diversi gradi di democrazia. Quanto alle forme della democrazia, le distinzioni fondamentali sono quelle tra democrazia presidenziale e democrazia parlamentare, e quella tra democrazia maggioritaria e democrazia consensuale. Il diverso grado di democrazia di un paese dipende da varie ragioni storiche, sociali, economiche e politiche, ma si misura in base alla maggiore o minore distanza dalle tendenze ideali della democrazia che sono l'eliminazione della violenza nella politica, la protezione dei diritti di libertà e lo sviluppo sempre più ampio dei diritti sociali.
Capitolo 4: Il futuro della democrazia
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