Estratto del documento

Storia moderna: temi e fonti

Cristoforo Colombo e il paradiso terrestre (1498)

Tra i brani del diario del terzo viaggio di Colombo (1498-1500) dobbiamo citarne uno in particolare: l'ammiraglio, giunto al largo della gigantesca foce del fiume Orinoco (quando raggiunse, dunque, per la prima volta l'America meridionale), racconta le sue sensazioni alla vista dell'anomala quantità di acqua dolce. Sebbene avesse sempre letto (nei passi di Tolomeo e altri) che il mondo fosse sferico, ora pensava che esso avesse invece la forma di una pera molto rotonda, dotata di un picciolo, o di una palla, sul cui vertice era posto un capezzolo di donna. Riteneva poi che il picciolo o il capezzolo fossero la parte più alta e la più vicina al cielo e che sulla cima di questo o quello si trovasse il Paradiso Terrestre, un Paradiso, dunque, diverso dall'aspra montagna tramandata dalle scritture. Secondo lui nessuno avrebbe mai potuto raggiungerne la vetta. Dal momento che non aveva mai letto di un'acqua tanto dolce e di un fiume tanto grande e tanto profondo, pensava che esso potesse scaturire proprio dal Paradiso.

I fondamenti giuridici della conquista: la bolla Inter coeteras di Alessandro VI (1493)

Nel 1493 papa Alessandro VI (Borgia) con una bolla concede ai sovrani di Spagna Ferdinando e Isabella la metà occidentale del globo terrestre. In essa egli sottolinea i meriti dei due sovrani: con ogni sforzo, essi si erano adoperati a realizzare la diffusione della fede cattolica ai popoli barbari. Ciò lo dimostra la riconquista del regno di Granada dalla tirannide saracena. Dopo l'invio di Cristoforo Colombo con navi e uomini preparati in modo adeguato e la relativa scoperta di alcune isole e terre ferme in cui vivono pacificamente alcuni popoli, Ferdinando e Isabella si sono proposti di sottometterli a loro al fine di condurli alla fede cattolica. Per questo la bolla papale: assegna loro e agli eredi tutte le isole e le terre scoperte e da scoprire dalla parte occidentale e meridionale; ordina di inviare ivi uomini al fine di istruire gli abitanti nella fede cattolica e di insegnare loro i costumi buoni; proibisce a qualsiasi persona di recarsi lì senza un permesso speciale dei sovrani spagnoli o dei loro eredi e successori.

Cortés in Messico: la prima battaglia contro gli indiani (1519)

Nel 1568 Díaz terminò di scrivere la Historia verdadera de la conquista de la Nueva España (“La vera storia della conquista della Nuova Spagna”). Egli era stato un testimone oculare degli eventi narrati, avendo partecipato personalmente alla spedizione di Hernán Cortés. L'episodio qui selezionato narra della prima guerra che Díaz e altri uomini combatterono con Cortés nella Nuova Spagna; essa si svolse nel 1519, quando Cortés, proveniente da Cuba, era appena sbarcato nella pianura di Tabasco, nel Messico meridionale. Mentre erano impegnati nei combattimenti, arrivarono a distanza i cavalieri di Cortés; gli indiani non li videro subito e, quando li ebbero addosso, furono costretti a fuggire; non avevano mai visto un cavallo e credevano che cavallo e cavaliere formassero un solo animale. Dopo il combattimento, Díaz e gli altri uomini di Cortés ringraziarono Dio della vittoria e, dato che era il giorno della Madonna di marzo, chiamarono quel luogo Santa Maria della Vittoria. In tutto gli indiani morti furono circa ottocento. È significativo il fatto che gli uomini di Cortés misero sulle ferite dei propri cavalli grasso ben caldo degli indiani morti.

Bartolomé de Las Casas e la protesta contro le atrocità degli spagnoli nelle Americhe (1540)

Nel documento in questione Bartolomé de Las Casas descrive le genti che vivevano nelle Americhe: semplici; fedeli ai loro signori naturali e a quelli cristiani; umili; pazienti; pacifiche; deboli di costituzione fisica; poverissime; per nulla superbe, dal momento che non possedevano e non volevano possedere nulla; il loro mangiare era povero; non avevano vestiti; dormivano in cosiddette Hamacas; capaci ad apprendere la santa fede cattolica e i costumi virtuosi; le più beate del mondo se solamente avessero conosciuto Dio. Fra queste «mansuete pecorelle» entrarono gli spagnoli come leoni affamati; essi non fecero altro che ammazzarle e tormentarle.

I portoghesi visti dall'India (fine XV – inizi XVI sec.)

Questa testimonianza proviene dai mercanti musulmani (concorrenti diretti dei portoghesi nel tentativo di accaparrarsi la benevolenza dei sovrani locali) che operavano sulla costa del Malabar (costa occidentale dell'India meridionale). Essi descrivono così i portoghesi, chiamati Frinijs (Franchi): una razza di diavoli, nemici di Dio e di Maometto; hanno gli occhi blu; sviano dalla loro religione gli uomini puri; esperti in viaggi per mare, in tumulti e imbrogli; arrivati con l'inganno e l'imbroglio, travestiti da mercanti, volevano pepe e zenzero e agli altri non volevano lasciare altro che noci di cocco.

I gesuiti in Estremo Oriente: una lettera di Francesco Saverio dal Giappone (1549)

Il gesuita Francesco Saverio sbarcò a Goa (nell'India portoghese) nel 1542 al fine di diffondere il cristianesimo in tutto l'oriente asiatico. Giunse poi in Giappone (fu uno dei primi a mettervi piede) nel 1549 e vi rimase due anni. Egli indirizzò la lettera qui esaminata ai confratelli del collegio gesuita di Coimbra (in Portogallo); descrive la gente del posto come la migliore scoperta fino ad allora: di buona conversazione, buona, non maliziosa; essa stima l'onore più di qualsiasi altra cosa; alcuni adorano il sole, altri la luna; nessuno adora idoli o figure di animali; queste persone sono molto più obbedienti alla ragione rispetto ai loro padri spirituali, che chiamano bonzi; questi ultimi sono molto inclini all'omosessualità e lo sono pubblicamente, senza vergognarsene.

Volney: contro il mito del “buon selvaggio” (1798)

Si prenda in esame la parte conclusiva delle Observations générales sur les Indiens ou Sauvages de l'Amérique-nord (“Osservazioni generali sugli indiani o sui selvaggi del nord America”) di Volney. Dal 1795 al 1798 viaggiò lungo tutta la fascia orientale degli Stati Uniti. Al suo ritorno in Francia, cominciò a scrivere un'opera generale sul suolo e sul clima americani, pubblicata poi nel 1803, di cui le Observations costituivano un'appendice separata. Egli descrive il selvaggio americano come cacciatore e “macellaio”: ha un quotidiano bisogno di sgozzare e di uccidere; ha un carattere vagabondo, feroce; si è riunito in gruppi ma non in corpi sociali organici; non ha dunque acquisito né lo spirito di proprietà né quello di famiglia; è indomabile, ostile verso tutti; essendo sempre in pericolo è inquieto; ha un'esistenza tutta limitata al presente. Questi costumi individuali, che formano i costumi pubblici di queste popolazioni, le hanno rese avide, dissipatrici, sempre bisognose di estendere i loro territori di caccia, le frontiere delle zone abitate e di invadere quelle di popolazioni estranee. Vivono in stato costante di guerra e di crudeltà. La mancanza di ogni legame sociale ha generato una democrazia “terrorista” che si può definire una vera e propria anarchia. Le virtù di questi selvaggi sono: intrepido coraggio, fermezza nei tormenti, pazienza in ogni difficoltà; tutte qualità di natura egoistica. Volney vede nel selvaggio uno schiavo dei suoi bisogni e dei capricci di una natura avara.

Lutero: la giustizia di Dio (1511-13 ca.)

La prefazione di Lutero al primo volume dell'edizione completa dei suoi scritti latini, da cui il brano qui esaminato è tratto, ripercorreva le tappe del suo complesso itinerario religioso. Si ritiene che tale brano si riferisca agli anni 1511-13. Lutero racconta del suo desiderio di conoscere quello che diceva san Paolo nella Lettera ai Romani, che viene però ostacolato da una frase presente nel capitolo I: “Nel Vangelo si rivela la giustizia di Dio”. Sentendosi un peccatore di fronte a Dio, Lutero sostiene di odiare la figura di Dio giusto che punisce i peccatori; ritiene ingiusto che, essendo i peccatori già destinati alla dannazione eterna dal peccato originale, colpiti pure da ogni genere di disgrazia, Dio aggiunga dolore al dolore volgendo contro di loro la sua giustizia e la sua ira anche attraverso il Vangelo. Ma dal momento che quella frase continua così: “Così come sta scritto: il giusto vivrà per la fede”, Lutero comincia poi a intendere la “giustizia di Dio” come la giustizia per la quale il giusto vive per dono di Dio, cioè che deriva dalla fede, e che attraverso questa giustizia passiva Dio misericordioso ci giustifica per fede. A questo punto egli si sente rinascere e comprende meglio le Sacre Scritture cogliendo la stessa analogia in altre espressioni: “opera di Dio”, cioè che Dio opera in noi; “potenza di Dio”, attraverso la quale ci rende forti; ecc. Così, sostiene che quel luogo di san Paolo rappresentava per lui le porte del paradiso.

Lutero: contro la concezione cattolica dei sacramenti (1520)

Il De captivitate babylonica ecclesiae praeludium, da cui si riportano qui alcuni brani, fu stampato nel 1520, pochi mesi dopo l'emanazione della bolla pontificia che minacciava Lutero di scomunica. A differenza di altri scritti luterani, questo fu composto e pubblicato direttamente in latino: con quest'opera, egli intendeva comunicare col mondo dei teologi e dei dotti d'Europa.

Il sacramento della penitenza

Il sacramento della penitenza, secondo la tradizione cattolica, è suddiviso in tre fasi: contrizione (dolore per i peccati commessi), confessione e soddisfazione (osservanza delle penitenze assegnate dal sacerdote). Lutero sostiene che i teologi del papa stimano la contrizione più importante della fede nella promessa di Dio. Bisogna dunque stare attenti a non fare del tutto affidamento sul pentimento e a non attribuire la remissione dei peccati al proprio dolore, perché Dio non rivolge il suo sguardo su di noi per questo, ma per la fede con cui crediamo alla sua promessa, fede da cui deriva il pentimento.

L'ordine

Lutero dice che la Chiesa di Dio ignora il sacramento della penitenza e che esso è stato inventato dalla Chiesa del papa; infatti né contiene alcuna promessa di grazia né se ne fa cenno nel Nuovo Testamento. Secondo lui si è voluto seminare la discordia tra sacerdoti e i laici per offendere la grazia del battesimo ed introdurre il disordine nella comunità evangelica; così sarebbe cominciata la tirannide degli ecclesiastici sui laici e sarebbe andata in rovina la fraternità cristiana. Egli sostiene che i fedeli, ricevendo il battesimo, sono sacerdoti e che col proprio consenso hanno affidato agli ecclesiastici un ministero. Ma se questi ultimi ammettessero ciò, dovrebbero riconoscere che non hanno alcun potere sui fedeli se non quello che questi spontaneamente hanno loro riconosciuto. In questo senso, tutti sono sacerdoti, se cristiani, e quelli che vengono chiamati sacerdoti sono ministri eletti dai fedeli, per agire a loro nome, e il sacerdozio non è altro che un ministero. È parso opportuno chiamare sacramenti le promesse unite ai simboli. Secondo l'opinione luterana esistono solo due sacramenti.

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 13
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Favarò Valentina, libro consigliato Storia moderna. I temi e le fonti, Guido Dall'Olio Pag. 1 Riassunto esame Storia moderna, Prof. Favarò Valentina, libro consigliato Storia moderna. I temi e le fonti, Guido Dall'Olio Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 13.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Favarò Valentina, libro consigliato Storia moderna. I temi e le fonti, Guido Dall'Olio Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 13.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia moderna, Prof. Favarò Valentina, libro consigliato Storia moderna. I temi e le fonti, Guido Dall'Olio Pag. 11
1 su 13
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofiam13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Favarò Valentina.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community