Storia moderna
Alessandro Arcangeli a.a. 2022/2023
Libri:
- Manuale obbligatorio: Storia moderna: i temi e le fonti; Guido Dall’Olio (2017)
- Testo a scelta: Storia sociale della conoscenza: da Gutenberg a Diderot; Peter Burke (2002) il Mulino
Esame scritto
- 1 domanda richiesta di commento a un documento del testo di Dall’Olio, contestualizzare.
- 3 domande più brevi sulla parte generale, sempre dal manuale Dall’Olio.
- Domanda sul libro a scelta: titolo di un capitolo, oppure domanda di giudizio.
Non bisogna sapere tutti i nomi e le date, ma i temi generali.
Esame orale
Colloquio di 5 minuti per correggere e confermare le conoscenze.
I temi e le fonti - Guido Dall’Olio
Capitolo 1: Storia moderna, “lungo Medioevo”, storia del mondo. Interpretazioni di un’epoca.
La Storia Moderna va dal 1492 (scoperta dell’America) al 1815 (età napoleonica), ma si è messo in discussione la periodizzazione tradizionale. La storia è definita “scienza degli uomini nel tempo” e lo studio di come i nostri predecessori hanno ricostruito il loro/nostro passato. I brani proposti riflettono sul modo in cui alcuni pensatori dal ‘700 ad oggi hanno considerato la “storia moderna”.
La modernità di Voltaire (1742)
Un filosofo illuminista osannato ma anche perseguitato per le sue posizioni anticonformiste. Ebbe un interesse non convenzionale per la storia, anche per questo molte sue opere vennero sequestrate. Voltaire affermò che il periodo storico da studiare deve essere interessante per gli uomini del presente, infatti rifiutava la tradizione antiquaria ed erudita. Voltaire rifiutava la tradizione antiquaria dominante fino al primo Settecento che rischiava di rendere la storia “scienza del passato”. Per lui la “storia interessante” inizia nella prima età moderna con l’avvento del Rinascimento italiano; periodo che comprende l’invenzione della stampa, i Turchi che penetrano in Europa, una nuova religione che stacca metà dell’Europa dall’obbedienza papale, un nuovo sistema politico, il periplo in Africa, i commerci con la Cina.
Karl Marx e Friedrich Engels: Il sorgere della borghesia (1848)
Marx venne espulso dalla Francia, andò quindi a Bruxelles dove entrò nel 1845 con Engels nella Lega dei Comunisti e nel 1848 scrissero il “Manifesto”. Tornò poi in Germania spostandosi anche a Londra, Francia, Austria. Scrisse numerose opere di filosofia, storia ed economia, ad esempio “Il Capitale” (1867) insieme all’amico Engels. Marx è visto come il fondatore del comunismo, per lui l’età moderna è l’epoca in cui sorse e si sviluppò la borghesia. Riuscì ad individuare la maschera che nascondeva il dominio della borghesia sul proletariato. Legge la storia in termini di lotta di classe. Nelle epoche passate troviamo un’articolazione della società in differenti ordini. La società civile moderna non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni, nuove oppressioni e forme di lotta. Dal popolo minuto delle prime civiltà, sorto dai servi della gleba del medioevo, si sviluppò la prima borghesia. L’aumento dei mezzi di scambio e delle merci diedero al commercio, alla navigazione e all’industria uno slancio mai conosciuto, un rapido sviluppo all’elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione. L’industria feudale o corporativa non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il ceto medio industriale soppiantò i maestri artigiani. I mercati crescevano insieme al fabbisogno; neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All’industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al ceto medio industriale subentrarono i milionari dell’industria, i borghesi moderni.
La borghesia moderna è il prodotto di un lungo processo di sviluppo. Ogni stadio di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico. Dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistato il dominio politico esclusivo dello Stato rappresentativo moderno il cui potere è costituito da un comitato che amministra gli affari della classe borghese. La borghesia dove ha raggiunto il dominio ha distrutto le realtà feudali, patriarcali e idilliache; il vincolo tra uomo e uomo è limitato al nudo interesse e al “pagamento in contanti”. Ha inserito lo sfruttamento aperto, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La borghesia ha strappato il velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro. Solo lei ha dimostrato che cosa può compiere l’attività dell’uomo.
L’ottimismo di Benedetto Croce: la storia come “religione della libertà” (1938)
Fu uno degli intellettuali più influenti nell’Italia del primo Novecento. Scrisse saggi fondamentali di filosofia, storia, letteratura. Fu oppositore al regime fascista, venne emarginato ma mai perseguitato grazie al suo enorme prestigio internazionale; nel 1925 pubblicò il “Manifesto degli intellettuali antifascisti”. Dopo la caduta del fascismo Croce fu presidente del partito liberale. La sua visione del mondo era saldamente ancorata ai principi del liberalismo ottocentesco. Le vicende degli uomini erano viste come un cammino verso la libertà che poteva conoscere anche ardui ostacoli. Croce sottolineava esclusivamente ciò che corrispondeva alla sua idea di progresso verso la libertà umana. “La storia come pensiero e come azione” iniziava con la classicità greca e romana e si concludeva con l’età postnapoleonica; questo perché il filosofo non fu in grado di comprendere totalmente la profonda rottura operata da regimi totalitari nazisti e fascisti, considerati una parentesi nella storia dell’umanità. La libertà è il principio esplicativo del corso storico e l’idea morale dell’umanità. La filosofia, indagando e interpretando, vede succedere a periodi di maggiore libertà altri di minore libertà. Vede le democrazie e le repubbliche (come quelle della Grecia, IV sec o di Roma, I sec, in cui la libertà rimaneva nelle forme istituzionali ma non più nell’anima e nel costume), perdere anche quelle forme come colui che non ha saputo aiutarsi e che invano si è cercato di raddrizzare con buoni consigli viene abbandonato all’aspra correzione che la vita farà di lui. Vede l’Italia, esausta e disfatta, dai barbari deposta nella tomba con la sua pomposa veste da imperatrice, risorgere. Vede i re assoluti che abbatteranno le libertà del baronaggio e del clero, diventate privilegi, e che sovrapposero a tutti il loro governo, esercitato per mezzo di una loro burocrazia e sostenuto da un loro esercito, preparare un assai più larga e utile partecipazione dei popoli alla libertà politica. Vede un Napoleone distruttore di una libertà tale solo d’apparenza e di nome e alla quale egli tolse apparenza e nome, agguagliatore di popoli sotto il suo dominio, lasciar dopo di sé questi stessi popoli avidi di libertà e resi più esperti di quel che veramente fosse ed alacri a impiantarne, come poco dopo fecero in tutta Europa, gli istituti. Se la storia non è un idillio, non è neppure una tragedia degli orrori, ma è un dramma in cui tutte le azioni, tutti i personaggi sono “mediocri”, colpevoli, incolpevoli, misti di bene e di male, e tuttavia il pensiero direttivo è in essa sempre il bene, a cui il male finisce per servire da stimolo, l’opera è della libertà che sempre si sforza di ristabilire, e sempre ristabilisce, le condizioni sociali e politiche di una più intensa libertà.
Norbert Elias: la modernità come (auto)controllo delle pulsioni (1939-69)
Studiò filosofia, psicologia e medicina, fece parte del movimento sionista. Dopo l’avvento del nazismo si spostò a Parigi e Londra, nel 1940 venne internato per 8 mesi in un campo di prigionia in quanto cittadino di un paese nemico, alla fine della guerra contribuì a smascherare i gerarchi nazisti mimetizzati tra i prigionieri comuni. Insegnò sociologia all’università; la sua opera più famosa fu “Sul processo di civilizzazione” dove si vede l’originalità delle sue teorie. Fu il primo a prendere in considerazione nello studio della prima età moderna molti degli elementi che la storiografia tradizionale aveva rimosso dal proprio campo di indagine, temi apparentemente marginali come per esempio le buone maniere a tavola, l’aggressività e la sessualità. La sua visione mostra come la storia moderna possa essere anche letta come graduale imposizione di un ferreo controllo sulle emozioni e sugli impulsi. Questo mutamento consisteva in un’interiorizzazione dei divieti e delle censure che, da allora, divennero una caratteristica fondamentale dell’uomo civilizzato. Elias pone maggiore attenzione ai regimi dittatoriali del ‘900 rispetto a Croce.
A partire dal tardo Medioevo e dal primo Rinascimento vi è stato un forte spostamento dell’autocontrollo individuale e dell’autocontrollo come automatismo spontaneo, indipendente da controlli esterni (interiorizzazione). Questo mutamento delle costrizioni esterne in auto-costrizioni del singolo fa sì che molti impulsi affettivi possano essere vissuti con minore spontaneità. Gli autocontrolli individuali spontanei come il “pensare razionale” e la “coscienza morale” si inseriscono con fermezza tra gli impulsi dell’istinto e del sentimento e i muscoli del corpo, impedendo ai primi di dirigere i secondi, di agire in modo diretto. Gli autocontrolli della civiltà, funzionanti in modo automatico, nell’esperienza individuale vengono sentiti come un muro tra il “soggetto” e “oggetto” e tra il proprio “sé” e la “società”, gli altri.
Il Rinascimento è il passaggio ad uno stadio ulteriore di autocoscienza, nel quale il controllo sugli affetti divenuto auto-costrizione diviene più forte. Controllo fermo, onnilaterale e uniforme frena tutti gli impulsi più spontanei, impedendo di sfogarsi in modo diretto e visibile nelle azioni. Questa situazione è vissuta come una gabbia. Mentre nel medioevo tardo gli impulsi, le emozioni si manifestavano in modo più libero, diretto e scoperto di quanto sarebbe avvenuto in seguito. Siamo soltanto noi, divenuti più moderati, più misurati e calcolatori.
La struttura della società modella un determinato standard di dominio degli affetti: nel Medioevo non esisteva un forte potere centrale che costringeva gli uomini a essere controllati. Quando in un determinato territorio si consolida un potere centrale, gli uomini vengono costretti a vivere in pace tra di loro, mutano così le pulsioni. Non appena si afferma un potere centrale non è più possibile abbandonarsi alle pulsioni spontanee.
Le strutture e la lunga durata di Fernand Braudel (1958): il “lungo medioevo” di Jacques le Goff (2004)
Entrambi appartennero alla “scuola delle Annales”, fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre. Questi ultimi accogliendo l’apporto delle scienze sociali, innovando la metodologia della ricerca, facendo largo uso della comparazione e ampliando il ventaglio delle fonti usate, rivoluzionarono il modo di studiare la storia, allargando gli orizzonti alla storia politico-istituzionale, alla storia sociale, alla demografia storica, alla storia culturale, materiale e delle “mentalità”. Straordinaria estensione che ebbe però ripercussioni sulla periodizzazione delle epoche storiche. Braudel individua nella “lunga durata” e nelle “strutture” elementi che scavalcano le suddivisioni manualistiche tradizionali. Nei suoi numerosi scritti metodologici sottolineò l’importanza dei fenomeni che si verificano nell’arco della lunga durata dei secoli, contrapposta al corto respiro della storia politica e diplomatica. La struttura è vista come un’organizzazione, una coerenza, dei rapporti piuttosto stabili tra la realtà e le masse sociali.
Per gli storici una struttura è una connessione, architettura, una realtà che il tempo stenta a logorare e che porta con sé molto a lungo. Queste strutture diventano così elementi stabili per un’infinità di generazioni; esse ingombrano la storia, ne determinano il corso. Sono al tempo stesso sostegni e ostacoli (si caratterizzano come limiti di cui l’uomo con la sua esperienza, non può liberarsene).
La lunga durata è un approccio degli storici delle Annals. Dà la priorità alle strutture storiche di lunga durata più che ai singoli eventi. Le Goff invece teorizza un “lungo medioevo” che dalla tarda antichità arriva fino al Settecento, la cui unità si fondava sulle lunghe permanenze della vita materiale e delle strutture mentali della società europea. L’opposizione netta tra Medioevo ed età moderna sfuma in una continuità che si distacca dalla periodizzazione classica. Anche la frontiera tra “moderno” e “contemporaneo”, con il trascorrere del tempo, tende a slittare in avanti. Molti punti di vista tradizionali sulla storia possono essere messi in discussione d’altro canto da un estremo restringimento dello spazio, come accade per esempio nella “microstoria”.
Il Medioevo emergeva chiaramente dall’Antichità del IV-V secolo non altrettanto chiaramente terminava alla fine del XV -XVI secolo. Il Rinascimento, secondo Le Goff, non è visto come una rottura. Il Medioevo ha conosciuto molti rinascimenti ma probabilmente la nascita della scienza moderna nel XVII sec. e gli sforzi dei filosofi illuministi del XVIII sec. annunciano un’era nuova. Bisogna attendere fino alla fine del XVIII sec. perché si produca la frattura: la rivoluzione industriale in Inghilterra, poi la Rivoluzione Francese in ambito politico, sociale e della mentalità, segnano la fine del periodo medievale.
Il significato profondo del quotidiano: la microstoria di Giovanni Levi (1985)
L’area geografica sottoposta a indagine viene limitata al massimo, per poter spingere la ricerca a profondità non raggiungibili su una scala più ampia. In questo modo emergono chiaramente le strutture profonde (in senso sociale ed economico ma anche psicologico) che regolano la vita di uomini e donne oggetto di osservazione. I più recenti sviluppi del lavoro storico si sono mossi in direzione opposta dilatando al massimo l’indagine nello spazio. I filoni di studi che hanno privilegiato un’indagine storica su scala planetaria: World History, storia globale, connessa. Questo modo di fare storia porta ad una visione consapevolmente globale, planetaria delle vicende umane, in un certo senso essa realizza la concezione di Marc Bloch “scienza degli uomini nel tempo”. La World History trae origine dalla “globalizzazione”, ancora in atto tutt’oggi, che consiste in un vertiginoso aumento delle possibilità di contatto tra una parte e l’altra del mondo anche quelle prima più remote e inaccessibili. È come se tutti riuscissimo a vedere il pianeta Terra come un unico ambiente.
Ha tentato di studiare un frammento minuscolo del Piemonte del Seicento. Noi guardiamo in genere una determinata società da lontano. Gruppi e persone giocano una propria strategia significativa, capace di segnare la realtà politica di una impronta duratura, non di impedirne le forme di dominazione ma di condizionarle e modificarle. Ha scelto un luogo banale e una storia comune (Santena, piccolo villaggio). La vita politica, le relazioni sociali, le regole economiche, le reazioni psicologiche di un paese normale hanno consentito di raccontare quante cose rilevanti si possono veder succedere quando apparentemente non succede nulla. Sono le strategie quotidiane di un frammento del mondo contadino del Seicento: queste suggeriscono tempi e problemi generali e mettono in discussione alcune delle ipotesi che una visione da lontano, meno microscopica, ci ha abituato ad accettare. Ha inserito la vicenda nel suo contesto locale. La documentazione era basata su dati consueti che consentissero una biografia collettiva generalizzata: registri parrocchiali, atti notarili, dati del catasto, documenti amministrativi.
Una storia grande come il mondo: la prospettiva di Sanjay Subrahmanyam (2007)
Nel brano di questo storico indiano si evince un quadro sintetico ma suggestivo degli imperi presenti in tutto il mondo intorno al 1648 e delle loro analogie; veri e propri mondi connessi. Il punto di vista di Sanjay può essere accolto anche come un’apertura di quel quadro claustrofobico in cui a volte sembrano costrette le storie che trattano soltanto dell’Europa e dell’Occidente. È importante sottolineare che tutto questo non comporta l’abbandono totale dei punti di vista tradizionali.
Per collocare temporalmente le entità geopolitiche che descrive, lo storico usa l’espressione “prima età moderna”. Questa modernità è sì vera ma deve essere ridefinita perché riesca ad abbracciare la storia mondiale. Il mondo della prima età moderna si presentava come un patchwork di imperi intrecciati, in concorrenza tra di loro. Prima della pace di Vestfalia (1648), la mappa politica del mondo presentava, partendo da est a ovest, la Cina conquistata dai Qing; l’impero mughal dalla Birmania all’Afghanistan.
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