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Guida allo studio della storia moderna di Roberto Bizzocchi

Concetto, periodizzazione, problemi

La concezione classica e le sue ragioni

1492 e 1815 sono due date molto importanti, che segnano l'inizio e la fine della storia moderna. Nel 1492 accadde un evento significativo → la scoperta dell'America (importante è anche il 1453 → caduta di Costantinopoli e avanzata islamica nel Mediterraneo) → si tratta di uno dei momenti decisivi della costruzione di quel mondo globalizzato in cui viviamo oggi. Successivamente, l'economia europea prese una dimensione planetaria con ripercussioni determinanti nel Vecchio Continente.

Sul piano culturale, le nuove scoperte furono altrettanto influenti → l'intera visione del mondo propria degli uomini del medio evo fu scossa dalla constatazione dell'esistenza di terre e popoli estranei all'orizzonte della Bibbia. Poiché la Bibbia era il riferimento non solo per la religione, ma anche per la filosofia, la morale e la scienza, il contatto col Nuovo Mondo fu una delle premesse della grande crisi intellettuale, comprendente la rivoluzione scientifica di Sei-Settecento.

Un altro mutamento drammatico fu l'avvento della Riforma nel 1517 → la divisione fra Europa cattolica ed Europa protestante segnò una decisiva rottura rispetto all'unità cristiana del medio evo. La novità della Riforma è anche legata al suo stretto rapporto con due grandi fenomeni della cultura e della politica del tempo:

  • L'invenzione (1455) e sviluppo della stampa → fenomeno poco clamoroso, ma così incisivo da essere stato definito come una rivoluzione inavvertita. Esso favorì la conoscenza degli scrittori classici propugnata dagli umanisti del Rinascimento, la diffusione delle opere di Lutero e di altri esponenti della Riforma, nonché le edizioni tradotte della Bibbia.
  • L'ulteriore rafforzamento delle monarchie nazionali e degli Stati territoriali regionali → rompendo con la Chiesa di Roma, autorità universale, e provocando la nascita di Chiese locali più o meno grandi, la Riforma fomentò quel processo di frammentazione politico-istituzionale.

Non a caso, la preoccupazione dominante di Carlo V come imperatore fu di ottenere in un concilio la riunificazione religiosa della Cristianità, di sconfiggere e riportare all'obbedienza con le armi la lega dei principi protestanti tedeschi → progetto complessivamente fallito (pace di Augusta, 1555).

Due sono le vicende che giustificano la scelta della periodizzazione finale dell'età moderna → la Rivoluzione francese (1789) e la successiva esportazione dei suoi princìpi nell'Europa conquistata dagli eserciti di Napoleone fino alla catastrofe conclusiva (1815). Neppure gli eventi successivi riuscirono a cancellare la principale opera della Rivoluzione, cioè l'abolizione della feudalità → essa ribaltò l'idea della disuguaglianza, dell'ingiustizia e del privilegio come cardini naturali dell'ordine del mondo.

Fra i privilegi e le ingiustizie attaccati dalla Rivoluzione francese c'erano anche quelli in campo economico, tanto che essa si può considerare una premessa dello sviluppo ottocentesco dell'economia borghese. Tale sviluppo si era però già avviato in Inghilterra con la prima fase della Rivoluzione industriale negli ultimi decenni del Settecento. Quest'ultima ha creato le condizioni materiali dell'attuale civiltà occidentale, che trasformò l'uomo da agricoltore in manipolatore di macchine azionate da energia inanimata.

Origini liberali della concezione classica

Si può pensare che tutte queste ragioni per individuare la periodizzazione classica della storia moderna come tale obbediscono a una logica di progresso, valutato sul metro della civiltà occidentale odierna, di cui i vari eventi e vicende periodizzanti sono presentati come anticipazioni e preparazioni. La scoperta dell'America e la Rivoluzione industriale sono all'origine della nostra economia globalizzata; la Riforma protestante spiega la diversa cultura di Stati Uniti ed Europa settentrionale da un lato e America Latina ed Europa occidentale dall'altro; la Rivoluzione francese è alla base delle libertà-borghesi e democratiche che caratterizzano politicamente l'Occidente.

Si tratta nell'insieme di una visione interpretativa del flusso della storia in cui si guarda al passato calati nel proprio punto d'osservazione nel presente, tendendo a sottolineare ciò che nel passato sembra condurre al traguardo attuale → è il frutto di uno dei molti possibili sguardi sul passato. Questo quadro è complessivamente concepito sulla sola misura dei movimenti e degli interessi europei. Questa interpretazione della storia moderna non deriva solo da un pacifico atteggiamento d'indagine scientifica, ma anche da una presa di posizione ideologica molto netta e alquanto battagliera.

La sua lontana premessa va infatti individuata nel superamento, attuato da alcuni dei maggiori pensatori dell'Illuminismo, della concezione cristiana della storia e del mondo come cammino dell'umanità verso la Salvezza: la concezione della storia come historia Salutis. Secondo tale prospettiva, risalente ai grandi padri della Chiesa san Girolamo e sant'Agostino (IV-V sec. d.C.), l'unica data davvero significativa era l'avvento di Cristo → dunque, i periodi storici non erano neppure concepibili, poiché tutta la storia fluiva senza soluzione di continuità, uguale a se stessa davanti all'Eterno.

Il più agguerrito avversario di questa visione della storia fu Voltaire, che attaccò il preteso valore assoluto della Bibbia al fine di ridurla al rango di un testo prodotto dalla storia degli uomini → in questo senso è interessante il suo Dizionario filosofico (1764). Scopo principale di Voltaire era quello di minare le basi del fanatismo, dell'intolleranza e delle persecuzioni religiose.

Egli diede anche avvio a una grande innovazione culturale, annunciata dalle sue stesse opere storiografiche, in particolare Il secolo di Luigi XIV (1751) → la storia, ora non più solo indistinta attesa della Salvezza, poteva essere sottoposta a interpretazioni e giudizi ispirati a fattori tutti mondani e umani, quali quelli propri della philosophie illuministica → civiltà e progresso; e di conseguenza diventare passibile di suddivisioni in periodi corrispondenti alle tappe successive dell'affermazione di quei fattori.

Fu proprio l'esperienza della Rivoluzione francese a suggerire, a chi all'inizio dell'Ottocento si occupava in Europa di insegnare e scrivere storia, le prime influenti proposte di quella che abbiamo chiamato periodizzazione classica dell'età moderna → a questi storici parve evidente che la Rivoluzione era stata un ribaltamento delle condizioni esistenti e la conclusione di un periodo di tre secoli che si dovevano ben distinguere dai precedenti per il loro contenuto di innovazione rispetto al medio evo, che a sua volta non era più solo un concetto letterario e polemico, ma una vera e propria epoca compiuta sotto il profilo dello sviluppo delle civiltà.

Come primo esempio di periodizzatore ottocentesco dell'età moderna si può prendere in considerazione il francese Guizot, che dal 1812 fu docente universitario di storia moderna a Parigi → l'espressione «storia moderna» fu scelta per intendere la storia non antica; ma Guizot alludeva a essa con due epoche precise, il Cinquecento e la Rivoluzione, come momenti estremi di una vicenda piena di contraddizioni, ma comunque unitaria. Egli espresse quest'idea con l'atteggiamento di un liberale protestante che salutava con favore l'inizio nell'età moderna di uno svolgimento positivo verso il presente.

[NB Guizot sarebbe in seguito diventato un importante esponente della politica conservatrice] Quello di Guizot divenne l'atteggiamento dominante nell'elaborazione della periodizzazione poi influente, da cui noi abbiamo preso le mosse. Da un punto di vista liberal-borghese, l'età moderna, già dalla sua prima fase (con le scoperte geografiche, il Rinascimento, la Riforma), era salutata come la fine del vecchio e l'inizio del nuovo, dello sviluppo, la fine dell'autoritarismo e del dogmatismo e l'inizio delle libertà civili e intellettuali.

C'è però un'eccezione alla regola di questa impronta progressista posta sull'apertura della storia moderna → La civiltà del Rinascimento in Italia (1860) di Burckhardt → egli descrisse la vita italiana del Quattrocento e del primo Cinquecento come «patria dell'uomo moderno» → l'affermazione delle grandi individualità rimandava, secondo lui, a un'attitudine d'insoddisfazione e critica verso lo sviluppo della società borghese del tempo.

Nonostante questa eccezione, la regola rimase tuttavia quella di porre l'accento sul Rinascimento, inteso come prima tappa di un cammino valutato positivamente. Contemporanea all'opera di Burckhardt è l'Histoire de France di Michelet → qui Rivoluzione e Rinascimento tornavano a segnare i due versanti della storia moderna, una storia che si identificava con la lotta umana della libertà.

La crisi della coscienza classica

Quest'impronta liberal-progressista del concetto di storia moderna è implicita nell'uso stesso dell'aggettivo. Quando usiamo il termine «moderno» non ci riferiamo sicuramente ai secoli compresi fra fine Quattrocento e inizio Ottocento, ma intendiamo dire “dinamico”, “al passo coi tempi” → tutto ciò con un segno decisamente positivo.

L'aggettivo «moderno» (da latino modo = ora, subito) è nato nel VI secolo d.C. col significato di «recente»; ma si è poi caricato di una valenza che ne fa una parola carica di ambiguità. La costruzione operata da Guizot e dagli altri ha dunque tradotto nel linguaggio e nella visione storiografica uno stato d'animo di simpatia e di fiducia per lo sviluppo del mondo verso il meglio. Questa compromissione valutativa (e positiva) è inevitabilmente insita nella parola: nel senso che i secoli della storia moderna appaiono tali non solo perché cronologicamente corrispondenti al periodo fine Quattro-inizio Ottocento, ma anche perché portatori di caratteri «moderni».

Nel corso del Novecento le due guerre mondiali, l'avvento dei totalitarismi, il razzismo e le atrocità a esso connesse hanno reso sempre meno proponibile l'ottimismo progressista che aveva animato nel secolo precedente la cultura occidentale nella sua tendenza liberale e borghese → si assisteva ora a una sfiducia e a un'avversione di tipo ideologico nei confronti della modernità occidentale: da un lato, perché le tragedie del Novecento ne smascheravano i limiti, svuotandola di reale contenuto progressivo; dall'altro, perché quelle tragedie facevano emergere il carattere negativo della modernità in quanto tale.

La revisione del concetto liberale classico si è nutrita di motivazioni più serie, basate non sulle polemiche ma sullo sforzo di comprensione e sullo studio. Gli interrogativi politici e morali, maturati di fronte alle tragedie del Novecento circa il significato e i limiti della modernità cinque-settecentesca, trovavano alimento in alcune nuove discipline, che si andavano intanto affiancando alla storiografia, più antica e tradizionale.

Siamo soliti definirle, sotto un'etichetta comune, scienze sociali → sociologia, antropologia, economia. In qualche caso esse hanno negato la possibilità di pensare il mondo in termini di evoluzione storica. Più spesso, hanno spinto gli storici a guardarlo in tutta la sua complessità, senza più accontentarsi di farne una ricostruzione selezionata al fine di cercare nel passato l'anticipazione del presente.

Il reciproco arricchimento fra storia e scienze sociali ha dunque permesso una risposta seria e approfondita alle domande e ai dubbi che la crisi morale del secolo scorso ha suscitato circa il senso, cronologico e ideologico, del concetto di moderno.

Storia e scienze sociali

L'incontro con le scienze sociali riguarda una buona parte della storiografia del Novecento. La rivista francese «Annales», fondata nel 1929, offre un ottimo esempio del duplice risultato realizzato dalla nuova storia: l'arricchimento del campo tradizionale della ricerca storica grazie all'apertura di nuovi temi prima neppure presi in considerazione e il rinnovamento dei temi classici. Per il primo aspetto si può fare riferimento all'opera di Braudel, in particolare a Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, che egli scrisse in un camp

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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