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Xvinduismo

Introduzione

Il fulcro dell’esperienza spirituale: Brahman → la sola realtà vera, increata, fonte prima e fine ultima di ogni forma del cosmo, concepito anche come un dio supremo personale (Visnu; Shiva); fulcro dell’esperienza spirituale dell’induismo che è un ASSOLUTO; il Brahman è l’uno e il tutto. Ātman → Principio universale che illumina di sé l’individuo empirico, il respiro di eternità racchiuso in ogni forma mutevole dell’esistenza. Karman → ciclo infinito in cui si susseguono le vite; esse sono imprigionate nelle rinascite che governano il karman (ossia la legge di redistribuzione degli atti).

Vie di liberazione dal ciclo del karman: meditazione, rinuncia e devozione. Tutte invitano ad una ricerca interiore che permette all’uomo di comprendere alla fine che i due termini, infinito dell’uomo e Assoluto, sono la medesima realtà.

Induismo e aspetti della vita

Dharma → è la legge vera ed eterna su cui si fonda il senso della propria esistenza e l’armonia della propria comunità; l’ordine del cosmo può riflettersi nell’ordine sociale e nella vita del singolo, essa è disciplinata dai riti tramandati nei testi della rivelazione vedica, dalle regole di condotta pura, codificate dalla tradizione ed è illuminata dalla riflessione interiore e dalla devozione. Il pensiero induista è attraversato dal senso di conflitto e allo stesso tempo da: unione ultima fra bontà della regola sacra e valore creativo del disordine; dalla bellezza della vita e dal senso della sua illusorietà; dal desiderio e rinuncia.

Veda → è il testo all’interno del quale è racchiusa l’antica sapienza sacra, la sua autorità spirituale è stata riconsegnata al di là delle varie interpretazioni (alle volte contrastanti), ma soprattutto al di sopra della storia, nella convinzione che le parole dei veggenti tramandate di generazione in generazione, fossero la rivelazione dell’Assoluto.

La sapienza antica del Veda

Le radici dell’induismo sono antichissime e non è facile fare chiarezza. Esse sono frutto della fusione tra la religione delle popolazioni nomadi e guerriere degli Arii (popolazione che si è sedentarizzata nel sud dell’India attorno al 1500 a.C.) e le tradizioni religiose degli autoctoni. Sicuramente la religione dei vinti ha influenzato quella degli invasori, ma non si può definire con precisione quanto profondamente e quali concetti siano stati condizionati. Solo negli ultimi decenni si è ipotizzato che la tradizione autoctona sia in qualche modo inserita già nella prima raccolta di testi vedici. È una fonte parziale, principalmente espressione del mondo sacerdotale degli Arii, ma fondamentalmente, perché ad essa si è rifatta tutta la tradizione seguente.

I testi vedici sono frutto di un processo plurisecolare. Alcune caratteristiche:

  • Alcune parti metriche risalenti al 1500.
  • Somiglianze linguistiche e rituali con l’Avesta (= complesso di libri sacri della religione di Zarathustra).
  • La tradizione induista non si cura delle date di composizione o degli autori del Veda, perché li ha sempre considerati come testi eterni ed impersonali, frutto di una rivelazione.

Essa avveniva attraverso i mistici, che erano il tramite umano dello svelarsi della verità Assoluta; i mistici antichi tradussero le loro visioni nelle parole degli inni e delle preghiere segreti che venivano tramandati oralmente da generazione in generazione con tecniche mnemoniche. Perciò essi sono un vero e proprio patrimonio esclusivo conservato dalla casta brahmanica.

Le parti del Veda:

  • Rgvedasamhita: la sapienza espressa in strofe di lode, destinata ad essere usata dal recitante; è la parte più antica.
  • Samavedasamhita: la sapienza espressa in canti, patrimonio rituale del cantore.
  • Yajurvedasamhita: la sapienza espressa in formule sacrificali, recitate dall’officiante.
  • Atharvavedasamhita: il sapere espresso con formule sapienziali, destinato al brahmana, il sacerdote che conosce tutto il rito e ne controlla l’esecuzione.

La sapienza rilevata è quindi tradizione di parola sacra: gli inni delle samhita, le invocazioni sacrificali, gli epiteti di una divinità, alcune interiezioni usate nei riti (tipo l’om) sono dei mantra. Nel mondo degli inni del Veda, vi è l’intuizione profonda che il nome sacro rimanda a un suono originario, fonte pura delle infinite voci dell’universo, suono segreto che racchiude in sé la natura di dio e la sua energia primordiale. Pronunciarne il nome significa esercitare su dio un potere che va ben al di là della preghiera, che lo costringe a manifestarsi, quasi un potere di crearlo, come sosterrà la speculazione più tarda.

Samhita = complesso sistema rituale incentrato sul sacrificio, sia solenne sia domestico. Gli dèi erano invitati a scendere nello spazio sacro purificato di fronte all’altare e al fuoco sacrificale. Il Samhita prevedeva delle offerte: soma, latte, burro, primizie, dolci, ma anche animali e uomini, il nutrimento degli dei e pasto comunitario perché una parte veniva consumata dai fedeli.

Sacrificio → se accuratamente eseguito è strumento di potere perché può appagare i desideri umani più reconditi (ricchezza, amore, vittoria, regno, immortalità), ma sancisce anche solidarietà di una comunità con i suoi dei e legittima la gerarchia sociale (attraverso l’attribuzione dei ruoli sacrali) → garanzia dell’ordine sociale, è simbolo di palingenesi (= rinnovamento) del cosmo che perennemente muore e rinasce.

Il sacrificio del cavallo e del soma erano cerimonie pubbliche solenni. In età tardo vedica (700 a.C.), il re riceveva l’investitura con un rito di grande magnificenza, il Rajasūya, che si apriva con l’Agnistomana che si dipanava per un anno fino a culminare con la cerimonia dell’aspersione (ossia un atto cerimoniale in cui si asperge la vittima/credente con acqua lustrale).

Sacrificante puro ai vertici della società, il re diventava alter ego del dio Varuna, garante dell’ordine cosmico. Nella visione più antica, nella Rgvedasamitha, gli dèi (deva) sono:

  • Esseri immortali, invisibili, si avvolgono di mistero.
  • Tratti iconografici dai contorni imprecisi.
  • La loro identità si dissolve in una molteplicità di manifestazioni che si oppongono e si attraggono.
  • Scelgono di apparire all’uomo sotto spoglie umane o di animali o nel loro aspetto glorioso.

Ma dietro le molteplicità delle forme divine, c’è l’intuizione di un principio unico e assoluto, al di là del divino, origine e fine dell’intero universo.

Gli asura sono gli dei più antichi, detentori di poteri occulti. L’induismo li trasformerà in divinità inferiori, demoni sconfitti e soggiogati dai deva. Varuna è il primo fra gli asura. Sovrano dell’ordine cosmico, conosce le leggi misteriose della natura; sa scrutare nell’animo umano e discernere il vero dal falso. È venerato come custode della norma morale e temuto come il giudice supremo. Con Mitra, suo coadiutore, rappresentano i due aspetti della sovranità: la sacralità del sacerdote e il potere guerriero (Mitra).

Nell’immaginario vedico Varuna ora è in armonia, ora in conflitto con Indra, re dei deva, dio degli Arii. Il mito di Indra, di origine indoiranica, narra della sua vittoria contro il mostro Vrta e il ritorno dell’ordine nel mondo. Astuto, rozzo, generoso, numerosi inni lo dipingono ritto su un carro di battaglia; barba ispida, folti capelli rossi, ventre colmo di bevanda sacra, terribile nella sua forma, incredibile virilità, luminoso con le sue armi di fulmine e arcobaleno (questa è l’iconografia di Indra).

Indra vs Varuna è uno scontro inevitabile; fanno parte di due culture differenti con due religioni diverse. Le contraddizioni nel loro agire rispecchiano, nel linguaggio mitico, la complessità dell’evolversi storico di due visioni religiose che si sono intersecate e in qualche modo armonizzate. Ma col passare dei secoli, il ruolo culturale in India verrà scalzato da Visnu e Shiva → essi negli inni vedici, sono le divinità minori, ma nell’induismo classico, saranno quelle supreme.

Le formule rituali delle Samhita lasciano trasparire speculazioni sull’origine del mondo, sul tempo, sull’uomo. È l’inizio di un cammino filosofico che raggiungerà il pieno splendore nelle Upanisad.

Il potere sacerdotale

Dal X sec., man mano che gli arii penetravano nell’India fino al Gange, l’antica visione che aveva ispirato il Rgveda, si trasformava in fede più articolata, con un sistema di simboli più articolati. Testimonianza del mutamento sono i Brahmana = testi esegetici e liturgici composti tra il X e VII sec. a.C. Essi si ricollegano ai Samhita e sono considerati parte integrante della rivelazione vedica. Sono speculazioni sulla conoscenza sacra e commenti di riti di cui descrivono nei dettagli le modalità, spiegandone l’origine, il significato e il fine. Da questa esperienza emerge la nozione di Brahman, l’Assoluto e anche del dio Brahma, il demiurgo personale responsabile della manifestazione del mondo.

Gli unici che possono accedere alla conoscenza del mistero del Brahman (l’Assoluto), sono gli antichi veggenti brahmana, i “brahmini”.

Brahmana/brahmini → sono i responsabili della correttezza delle cerimonie solenni e regole di purezza dell’azione e la potenza impersonale che manipolano nel rito ricolma gli dèi, sorregge la terra, libera dai mali e conferisce immortalità.

Sacrificio → fondamentale anche nella religiosità brahmanica in quanto azione simbolica che rivive un dramma cosmico e rigenera l’universo, l’idea di armonia tra divinità, natura e società. Queste sfere si influenzano a vicenda e gli uomini hanno il dovere di contribuire attraverso i riti a preservare l’ordine universale.

  • La costruzione cerimoniale del sito e il rito del fuoco sacro hanno la funzione di rigenerare la forza creativa di dio;
  • Trasforma ed eleva ad un livello più alto di esistenza l’officiante che s’identifica con il creatore ed è liberato dalla morte;

Il sacrificante con la concentrazione interiore accede alla consacrazione e assume l’assetto di un embrione che rinasce durante il rito. Fa dono della sua persona a dio per poi presentare le offerte sacrificali in sostituzione e riscatto di sé → purificato con un bagno lustrale, diffondendo la concentrazione di potere che ha accumulato nel sacrificio, egli ricambia i sacerdoti con la sua protezione e i suoi doni.

Al vertice della società induista c’è il conflitto tra due ruoli di potere che sono complementari, ma con interessi rivali:

  • Ksatriya → guerriero in posizione di comando politico e militare, detentore di forza e ricchezza. Ksatriya “sacrificante” per eccellenza, non può sperare di assicurarsi il potere temporale, la vittoria, i beni senza il servizio del sacerdote.
  • Brahmana → il sacerdote, depositario di visioni mistiche e dei riti. Il braminio, quindi, “sacrificatore” che per il guerriero compie sacrifici. Egli a sua volta dipende dal guerriero per il proprio sostentamento e la propria incolumità.

Vi è quindi una reciprocità ed antagonismo, un delicato equilibrio. Brahmani hanno potere sugli dèi e trascendono la sapienza, altissimo prestigio. Maestro brahmani (guru) = insegna ai giovani il sapere segreto sull’Assoluto. La verità è iniziatica e il ruolo del guru in questo percorso è:

  • Spiega le immagini e le formule del Veda, conduce il discepolo a conquistare la piena consapevolezza interiore e a scoprire il Brahman nel fondo di sé;
  • Intermediario obbligato di una conoscenza dell’invisibile perché il giovane, senza il guru, non può acquistare da solo.

L’induismo non ha strutture istituzionali centrali che sanciscono l’ortodossia sia nell’interpretazione dei testi sacri sia nel comportamento religioso. È il guru in virtù della sua saggezza che conferma o elabora la sapienza antica e che diventa responsabile della verità eterna e dell’ordine sacrale e sociale che scaturisce da essa: il Dharma.

Il Dharma → concetto cruciale nell’induismo, deriva dalla concezione vedica di una potenza impersonale da cui traggono origine e potere gli dèi. Col tempo l’idea di legge universale e del suo potere verrà racchiusa nella parola Dharma. Quindi la definizione di Dharma è principio che governa il mondo, l’armonia segreta del fluire della natura. I veggenti durante la meditazione hanno compreso le sue leggi e le hanno trasmesse. La sua conoscenza spetta al sacerdote, la sua difesa al sovrano. Saldo fondamento dell’universo, il Dharma si riflette nelle norme che indicano i comportamenti sociali giusti ed è ogni volta rinnovato nei riti. Il Dharma è il bene che garantisce la continuità del mondo, disattenderlo significa fare il male, causare il disordine e falsità.

Gradualmente la conoscenza del Dharma si declina tra gli uomini e lascia il passo all’Adharma, il suo opposto, potenza di instabilità e caos. Per salvare il Dharma, Visnu si manifesta nel mondo e ne rivela il suo senso profondo andato perduto. L’idea del Dharma non è solo brahmanica, ma anche buddista. Il Dharma è la legge impersonale dell’esistenza, ma anche la dottrina che svela e sancisce la prassi corretta per la liberazione.

La nuova visione della religione: le Upanisad

Upanisad → conservano la sapienza più alta e tramandano un insegnamento destinato a discepoli iniziati che dimostravano un’attitudine al pensiero astratto e alla riflessione religiosa. Sono oltre duecento, sono la conclusione dei Veda un duplice significato, sia di essere la fine, l’ultima parte della rivelazione, sia di essere il fine, la vera meta di tutto l’insegnamento. Non sono trattati sistematici di filosofia e nemmeno opere di singoli autori. Tramandano le intuizioni dei mistici sotto forma di leggende, parabole e dialoghi.

Nel loro insegnamento c’è un’immediatezza della realtà suprema resa con emozione poetica. Ed è forse quell’intersecarsi di improvvisi passaggi di una luce cos serena, così intensa di verità con brani aspri, oscuri che lasciano intuire un mistero più profondo ed inquietante, ciò che ha fatto delle Upanisad una fonte di continua ispirazione del pensiero indiano. I testi antichi parlano anche di asceti, esperti dell’estasi che rifiutavano le regole del vivere consueto e le forme del pensiero convenzionale.

A testimonianza di ciò ci sono gli Aranyaka, forse i testi più oscuri del Veda., di fatti rappresentano una fase di rottura nel discorso religioso dominante di ricerca speculative. S’incentrano su parti segrete dei riti pericolosi per le loro potenzialità sacrali, erano da svolgersi al di fuori dell’abitato, nel selvatico. (Aranya = in sanscrito significa inerente ai boschi, inerenti a luoghi selvatici, inerente a deserti). Speculano sul significato del gesto rituale, cercano di svelare il senso delle corrispondenze simboliche fra atti del sacrificio e momenti della vita e del cosmo.

Tra il VIII e il III sec. a.C. la società indiana è in movimento:

  • I vincoli catastali non sono ancora irrigiditi, la donna partecipa alla vita intellettuale.
  • Il mondo laico è in possesso di una scienza sconosciuta ai brahmani.

Si sente l’influenza delle nuove vie di salvezza che stanno fiorendo in quel periodo e che si collocano al di fuori della rivelazione vedica. Predicano la meditazione, la non-violenza ed esaltano l’ideale di rinuncia (es. movimento sramana, jainismo, e anche il buddismo). Quindi si delinea un pensiero filosofico che richiama all’interiorità, che esige un’esperienza mistica che oltrepassa il formalismo rituale, che sciolga i vincoli dell’ignoranza dell’uomo e gli sveli l’Assoluto.

Non si abbandona il sacrificio, ma si ridelinea il senso: l’offerta sacrificale diventa un dono di sé, nel proprio fuoco interiore. È l’intenso splendore di pensiero racchiuso nelle Upanisad, l’ultimo corpus della rivelazione vedica.

Tutta la visione upanisadica si articola su due concetti chiave: Brahman e Ātman. Brahman → è l’Uno, l’unico solo senza secondo, è il tutto anche se tutto non è il Brahman; è il fondamento dell’universo, inizio e fine dell’esistenza. Origine: nasce dalla speculazione sull’armonia tra ordine cosmico e natura dei riti sacrificali. Ātman → è l’ultima essenza della coscienza, la scintilla di universale in ogni individuo; è il vero sé, profondo, ineffabile, anch’esso eterno. È “L’Essere”.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/06 Storia delle religioni

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher annaelle97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Luigi Walt.
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