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La componente ludica dello spettacolo televisivo

Storie e culture della televisione italiana

A cura di Aldo Grasso

Capitolo 1: Il dissodatore appassionato

La televisione fin dalla sua nascita è stata considerata uno strumento pervasivo e diseducativo. I convegni di studi sulla televisione più interessanti erano promossi dalla Rai, nei prestigiosi incontri del Prix Italia. Nel Prix Italia celebrato a Torino nel 1972, la relazione introduttiva era stata affidata ad Umberto Eco, il quale distingueva fra tre tipologie di "finalità culturali" in cui si può suddividere la critica e gli studi sulla televisione: la critica normativa, la critica fiancheggiatrice o militante e la critica orientativa.

Negli anni 1983-84, nel tentativo di ricostruire le origini della televisione italiana, ci era stato permesso di accedere agli archivi della Rai. I programmi degli anni '50 però, andavano in diretta, e solo occasionalmente venivano trasferiti su pellicola. Il momento di svolta si verifica negli anni '70. È in questo periodo che si vanno definendo con sempre maggiore chiarezza i due approcci alla televisione: quello della "ricerca empirica" di derivazione sociologica, e quello "critico-testualista", di derivazione umanistico-letteraria, e soprattutto in Europa, Semiotica.

Nel primo caso si tenta di risolvere, attraverso la pratica di ricerca, una serie di questioni che stanno attorno al testo e sono relative al contesto di produzione e che si collegano alla tradizione degli studi sugli effetti della comunicazione di massa. Nel secondo caso, l’attenzione si sposta sui testi, cioè sui programmi, sia nello sforzo critico di individuare una specifica estetica televisiva, sia nel tentativo di smontare l’apparente naturalezza della rappresentazione per farne emergere la natura di costrutto linguistico e per denunciarne la valenza ideologica.

Ci soffermeremo su tre programmi che condividono alcune caratteristiche: hanno avuto uno straordinario successo di pubblico; sono stati in qualche modo degli "scarti" inattesi rispetto alle linee editoriali predefinite; hanno fortemente condizionato l’evoluzione del medium in Italia.

Lascia o raddoppia?

La Rai ha costruito un’immagine della nazione svolgendo un importante ruolo sul piano dell’unificazione culturale e linguistica. Questa è stata la prima trasmissione "cult" della nostra tv. Il giovedì sera, l’Italia sembrava fermarsi per rispondere alle domande di Mike Bongiorno; è stata la trasmissione che ha aperto in Italia il grande dibattito sulla cultura di massa. La formula The $64,000 Questions, ripropone il meccanismo del quiz-show americano il primo big-money Quitte ou double?; il programma in realtà è un adattamento del francese dal quale il produttore Guido Sacerdote aveva comprato il format. Inaspettatamente, arriva il successo clamoroso del programma condotto da Mike Bongiorno che sconvolge ogni metro di giudizio sulla televisione. Il successo popolare introduceva il concetto di cultura popolare.

Portobello

Il "mercatino del venerdì" si apre con il simbolico pappagallo Portobello, al quale ogni settimana un concorrente deve tentare in qualche modo di far pronunciare il nome della trasmissione. Portobello va in onda dal 1977 al 1983, poi viene interrotto per cinque anni a seguito dell’arresto ingiusto di Enzo Tortora. Il cuore del programma è rappresentato dagli inserzionisti che propongono ai telespettatori le loro invenzioni più curiose. Nel clima della doporiforma della Rai, inizia a prendere forma la Neo Televisione o tv verità. Portobello è la più popolare trasmissione inventata dalla Rai. La novità di questo programma consiste nel presentare, per la prima volta, spezzoni di realtà provinciale sotto l’aspetto oggettivato di una serie di annunci economici che risalivano a persone e a vicende solitamente ignorate dai mezzi di comunicazione di massa. La Rai, nel corso degli anni '70, sta esaurendo la sua funzione di servizio pubblico ed è frastornata dalla caduta nel monopolio. È in quel momento che la società e la cultura in Italia entrano in una fase di trasformazione riassumibile nel passaggio dal consumo al consumismo. Si passa al trionfo dei network commerciali fondati sul marketing e sulla vendita di quote di spettatori agli inserzionisti pubblicitari. Portobello dimostra come la televisione trasformi il sempre deprecato "consumismo" in un valore, un linguaggio semplice.

Grande Fratello

Grande Fratello è un programma di successo, innovativo dal punto di vista linguistico; eppure gode di cattiva fama. Perché? Grande Fratello è l’ennesimo esempio di tv spazzatura. Questo programma funziona come brillante metafora sociale: mette in scena alcune modalità espressive e alcuni modelli di comportamento molto efficaci per capire le trasformazioni in atto nella società. Grande Fratello è un processo mediatico complesso, accumula e mescola linguaggi e generi televisivi, produce notizie, titoli, servizi. Nei reality il casting è tutto: se hai azzeccato i concorrenti il più è fatto. Grande Fratello ci pone di fronte a una situazione televisiva inedita: per alcuni mesi viene attivato un laboratorio di situazioni comportamentali (amicizie, incontri, scontri); si intrecciano le storie dei protagonisti ma si intrecciano anche le diverse disposizioni d’animo con cui seguire le storie. Per molti è diventato un gioco di società. Per altri, Grande Fratello è una soap opera senza trama, un talk show senza conduttore, padre e padrone. Per altri ancora è una fucina di mascalzonate da svergognare in pubblico: i ragazzi recitano spudoratamente. La "messa a nudo del proprio io" che domina gli attuali programmi è dovuta a due fattori: da una parte, molte persone ambiscono ad apparire, perché sono convinte che apparire equivalga a esistere. Dall’altra molti conduttori non cercano nei loro ospiti l’individuo, ma l’individualismo, quel comportamento cioè che spinge il singolo a uscire dal gregge. A differenza di altri format, Grande Fratello costituisce un esempio riuscito di prodotto integralmente multipiattaforma. È una linea di frontiera tra la televisione tradizionale e il nuovo frammentario consumo televisivo attraverso il web.

Capitolo 2: Cavalcare la tigre

Tv italiana e culture storiche

La televisione è passata dall’essere un oggetto variamente "controllato e progettato" a diventare essa stessa espressione di una cultura autonoma, centrata sui valori della società dei consumi e dell’intrattenimento di massa. Il paradossale rovesciamento avvenuto nel corso degli anni '80, consiste nell’inversione del rapporto di potere fra culture nazionali e medium televisivo. Quest’ultimo contribuisce a un progressivo indebolimento delle prime.

Controllo e progetto: due correnti critiche nella storia delle tv

Guardando ai primi quattro decenni di storia della tv in Italia, ritroviamo nelle culture storiche del paese due pulsioni: possiamo definirle come un’attitudine al "controllo", da un lato, e un’attitudine al "progetto", dall’altro. L’attitudine del controllo tende a porre al centro dell’attenzione non la tv ma un genere specifico, su un problema a esso collegato, il pluralismo. Per "progetto" intendiamo l’elaborazione di una visione più ampia e complessa della semplice preoccupazione al "controllo".

Fra Pacelli e Fanfani: il progetto cattolico sulla tv

Lo sviluppo del progetto culturale cattolico sulla televisione risale agli anni '50 e dobbiamo pensarlo come racchiuso entro una precisa area d’applicazione i cui confini sono segnati, da un lato, dall’attento intervento del Pontefice Pio XII e dall’altro dall’elaborazione ideale, di un cristianesimo sociale. Papa Pacelli nutriva un interesse aperto nei confronti dei nuovi media. Era intervenuto nel 1949 con un telemessaggio alla televisione americana e a quella francese. Nel corso del decennio successivo, accanto al riconoscimento del potenziale universalistico della televisione e strumento di nuova evangelizzazione delle società, si andava definendo e problematizzando una posizione più complessa che esortava i cattolici da un lato ad un lavoro "in negativo", di vigilanza ma anche di censura, e dall’altro Pio XII indica anche un compito "in positivo" cioè un’esplicita chiamata ad entrare nel settore della comunicazione televisiva.

Filiberto Guala, l’imprenditore di Dio

Filiberto Guala è stato il primo amministratore delegato della Rai fra il 1954 e il '56 e strumento della "Penetrazione clericale" in Rai. A lui viene attribuito il "codice di autocensura". Guala è la figura chiave per comprendere la parte positiva della formulazione del progetto culturale cattolico sulla tv. La neonata tv era gestita da un gruppo di manager formatosi negli anni della radio e in alcuni casi più o meno compromessi col regime fascista. La tv è gestita da un ex uomo dell’Eiar Sergio Pugliese. Pugliese immagina una tv in diretta continuità con la radio e con il teatro. La tv di Pugliese è concepita come un "canale", un "medium senza contenuto", riempito di generi pre-esistenti. Dal punto di vista politico-culturale, la tv di Pugliese è concepita come un mezzo "innocuo": s’ispira al triplice motto della Bbc di informare, educare e intrattenere; ma è pensata soprattutto come un "teatro familiare", un teatro borghese o una "radio con le immagini". Di contro, Guala, si fa portatore di una visione molto più "politica" del mezzo. Egli si fa promotore di un ideale di trasformazione della società italiana, di "modernizzazione morbida". Due visioni della televisione che non potrebbero essere più distanti: da un lato un "teatro familiare" d’evasione, dall’altro, per Guala, uno strumento simbioticamente collegato alla realtà culturale e sociale destinato a farsi vettore di sviluppo, di un progresso che strappasse i ceti popolari, attraverso la crescita materiale e morale del paese, alla crescente egemonia delle forze socialcomuniste.

La concretizzazione del progetto: da Guala a Barnabei

Le linee di sviluppo del percorso iniziato da Guala negli anni '50 e proseguito da Barnabei nel decennio successivo. Guala intende la tv come "impresa nazionale" destinata a svolgere un ruolo di unificazione linguistica e culturale. Con la tv si va delineando una forma di cultura popolare che perde i tratti del localismo e del regionalismo, e funziona da fattore di unificazione nazionale. La tv di Barnabei abbandonava la messa in onda, in diretta dalle sale delle grandi città, del teatro borghese, ed elaborava la forma del teleromanzo, che via via s’allontanava dalle forme del teatro per avvicinarsi alla grande produzione cinematografica. Partiva così la grande stagione degli sceneggiati: I Miserabili, l’Odissea, ecc., fino all’opera più ambiziosa, I Promessi Sposi di Sandro Bolchi. Il periodo barnabeiano alla Rai può essere dunque letto come quello cui va concretizzandosi il progetto cattolico sulla tv.

Angelo Guglielmi e il servizio pubblico ai tempi dell’Auditel

Negli anni '80, si va definendo una vera e propria revisione complessiva del rapporto fra cultura e televisione. A metà degli anni '80, la Rai 3 di Guglielmi non rappresenta semplicemente un canale, ma una realtà che definisce un importante "momento di progetto". Fra il 1985 e '87, con l’inizio delle rilevazioni quotidiane dell’Auditel, un nuovo soggetto compare sulla scena della comunicazione: il pubblico. Se con Guala e con i cattolici, la televisione era stata pensata come progetto fortemente nazionale, con Guglielmi le suggestioni provenienti dall’estero sono acquisite consapevolmente. C’è infine in questo mix di elementi nuovi, il desiderio di confronto diretto con le prime esperienze della tv commerciale italiana (Fininvest). Dunque nella storia della tv italiana sono emerse almeno due fasi progettuali, ovvero capaci di includere sia un’elaborazione teorica sia una sua traduzione pratico-operativa. La prima quando la televisione diventò quello che un gruppo di cattolici avevano provato ad immaginare. E poi, una seconda, emersa quando si esauriva definitivamente il modello di servizio pubblico all’italiana e bisognava reinventarsene uno nuovo. Ma fra gli anni '70 e '80 un nuovo e diverso progetto di televisione finirà per diventare più centrale nel paese. Si tratta della televisione commerciale.

Una (neo)cultura televisiva nazionale?

L’avvento della tv commerciale, in Italia, negli anni '80, rappresenta in maniera simbolica i complessi mutamenti nell’universo culturale nazionale. La tv commerciale, che diventerà presto tout court "tv berlusconiana", è al centro di una varietà di opposizioni valoriali: esse pro o contro la pubblicità, pro o contro il cinema di qualità, essere per il consumismo o per l’austerità, ecc. La nascita della tv commerciale sembra far tramontare il sogno delle culture storiche di "controllare" il mezzo: la tv pare in grado di costruire una propria cultura. Negli anni '90 si sviluppano tg privati e si consuma una progressiva tensione alla spettacolarizzazione della realtà, specialmente quella quotidiana, quella della "gente comune".

Capitolo 3: Tutto il mondo in casa

Tv e culture di visione

Alla metà degli anni '50, il televisore fa il suo ingresso nelle case degli italiani. Se proviamo ad osservare l’evoluzione della televisione in Italia, possiamo individuare tre fasi significative che corrispondono in larga misura alla tradizionale tripartizione della storia della tv europea: una prima fase, la più significativa perché costretta a misurarsi con l’assoluta novità rappresentata dalla tv, caratteristica del periodo "archeologico" del medium; una seconda fase che coincide con la fine del monopolio e l’ingresso in scena di molti diversi canali commerciali; e infine il periodo contemporaneo, attraversato dalle dinamiche della digitalizzazione e da un esponenziale aumento dell’offerta.

Una visione "ambientale"

La "natura del suo impatto iniziale come in una dimensione collettiva". Il possesso di un televisore privato ha costituito un privilegio esclusivo di un pubblico cittadino e borghese. Il ruolo più importante nel "mediare" i primi tratti tra italiani e televisore è stato quello degli esercizi pubblici che ne rendevano possibile una visione collettiva, che spesso prendeva le forme di un’esperienza partecipativa: dai circoli di partito, alle latterie, ai bar, ecc. Ciascuno di questi spazi attivava delle proprie "culture di visione", diverse a seconda del genere e delle generazioni d’appartenenza dei suoi frequentatori. Da un certo punto in poi, il soggiorno di casa diventa il punto centrale, il luogo della casa che da rifugio diventa palcoscenico. Lo studio finanziato dalla Rai e condotto nel 1959 da Lidia De Rita. La ricerca si proponeva di studiare tramite una metodologia psicologica "cosa significa il televisore per gli spettatori" della Lucania. L’aspetto più significativo di questa ricerca chiama in causa due caratteristiche fondamentali delle culture. La prima è la presenza di poche e precise trasmissioni. E la seconda è la percezione della televisione come attrazione spettacolare di per sé.

Il confronto della casa borghese

La tv italiana è stata almeno per i primi anni un medium non domestico. La Rai e i marchi di elettronica, invece, erano molto interessati a costruire la televisione come un medium domestico e individuale. Questa prima fase di costruzione del pubblico televisivo trova un suo compimento all’alba dei primi anni Sessanta, decennio in cui s’impennano le vendite dei televisori, viene ampliata l’offerta e la programmazione che si estende ad un secondo canale e vengono diffusi nuovi ricevitori predisposti per il secondo canale. Cambiano i modelli di visione preferenziali, sempre più strutturati nella forma di una visione domestica che perde gradualmente la connotazione dell’evento capace di radunare l’intero nucleo familiare per assumere progressivamente i connotati di una "scelta privatizzata".

La vertigine della scelta

A questi cambiamenti di inizio decennio segue una fase di lunga stasi scossa a partire dal 1977 da alcune novità tecnologiche. La prima è l’avvento del colore che cambia i modi in cui viene raccontata l’esperienza domestica della visione televisiva. Anche a causa di un’altra novità: il telecomando, che consentiva di "saltare" da un canale all’altro. Infine nel 1977 vi è ancora un altro evento: la fine di Carosello, il contenitore di pubblicità modellato sulla forma di un vero e proprio prodotto d’intrattenimento popolare. Gli spot commerciali vengono così liberati nel palinsesto ed iniziano ad interrompere la programmazione. Cambia in profondità anche il concetto di che cos’è un testo televisivo: non più un singolo programma, ma l’intero flusso della messa in onda, differenziato e personalizzato per ciascun spettatore. Negli anni '80 assistiamo alla definizione a livello nazionale dei principali network commerciali, alla creazione del terzo canale Rai e alla conseguente creazione del duopolio RAI-Finivest. Tutti questi cambiamenti vanno a definire progressivamente i confini del concetto di televisione generalista. Negli anni ’90 iniziano le trasmissioni delle tv a pagamento che modificano e rinnovano le culture di visione del piccolo schermo. A contribuire a ciò nel 2012, in Italia si è compiuto in via definitiva il passaggio dell’intero sistema televisivo al digitale terrestre. E ad oggi le nuove pratiche che definiscono il profilo del pubblico televisivo prendono senso nel più ampio scenario della convergenza mediale: alle nuove forme digitali d’offerta si affiancano sempre più le forme di accesso al contenuto televisivo che passano attraverso internet e i nuovi media. Il televisore esplode in una vasta serie di possibili device di fruizione, dal computer allo smartphone al tablet. Al piccolo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cosimotoledano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della radio e della tv e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Buscemi Francesco.
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