La mutazione individualista: Gli italiani e la televisione 1954-2011
Introduzione
La televisione cambia la testa degli italiani? Sì, basti pensare all’esempio della lingua e dei dialetti (grazie a Mike Bongiorno). È difficile cambiare le abitudini degli italiani, ma la tv in questo si dimostra adeguata. È un medium dominante. Dietro quante cose si cela la tv? La "Scuola di Francoforte": l'idea della società moderna come a una dimensione, società piallata dalla cultura di massa prodotta dalle industrie del consumo, obbediente al potere e alla persuasione occulta della pubblicità commerciale. Comunque la televisione ognuno la vede a modo suo, di fronte al teleschermo non si è mai soltanto velineschiavi. La televisione non crea dal nulla, così come non produce da sé crisi della famiglia, delinquenza, corruzione e migranti. Fa leva su cose che già esistono.
Negli anni '70 le tv vivono la fine del monopolio di Stato, il passaggio dalla televisione pedagogica di Mike Bongiorno ed Ettore Bernabei (dirige la Rai dal 1961 fino al referendum del 1974) alla "Portobello" che da trasmissioni come "Grande Fratello" (2000) mette in scena, celebra e mitizza l’italiano medio. La neotelevisione è il sogno di andare in scena che diventa un’opportunità reale, qualcosa che può davvero e subito cambiare la vita. Chi segue da casa smarrisce via via il senso del confine tra vero e verosimile. La politica diventa un genere di consumo, si vota per la trama migliore e più avvincente. La pubblicità ne diventa l’anima. Presiede alla formazione di un nuovo homo economicus: non segue più soltanto il calcolo razionale della propria utilità, bensì anche la partecipazione al mercato dei consumi di massa, che diventano di per sé valori e veicoli di identità.
La televisione non è onnipotente. Se riesce a cambiare la testa delle persone è perché funziona da babysponda (e da specchio) di una trasformazione sociale profonda: la mutazione individualista. La boom generation, concepita tra la fine della guerra e il 1955, si basa su tre piani distinti tra loro collegati: il primo è il piano dei comportamenti demografici, meno matrimoni e meno figli, più single. Il secondo è quello dei cambiamenti socioeconomici, calo della grande industria e sviluppo della piccola e media, espansione del lavoro autonomo, perdita di centralità della classe operaia. Il terzo riguarda le identità culturali, "credo in Dio ma non nella chiesa", ridimensionamento dei valori connessi al lavoro, crescita di quelli connessi al tempo libero e alla società dello spettacolo.
Gli italiani vivono nell’eterno presente personalizzato dei consumi di massa e del loro benessere. Culto del particulare, ignavia politica, distacco tra paese reale e paese legale, furbizia individualistica e disprezzo per le regole, guelfi e ghibellini, democratici e comunisti. Cosa ha tenuto e tiene insieme questo paese quindi? Non è stata la tv, ma la televisione ha rispecchiato (e quindi dato voce) a quella mutazione individualista. L’italiano è meno etico-politico, ma anche meno sintetico e stereotipato, più frammentato e plurale. Le tipologie di italiani si moltiplicano e la neotelevisione commerciale legata alla pubblicità è l’unica a registrare gli spostamenti anche minimi dei loro gusti e dei loro stili di vita.
La prima storica differenza è che ovunque, tranne che in Italia, il potere politico è inalterato di garantire le regole della libera concorrenza con apposite legislazioni antitrust che mediamente consentono agli editori il possesso, al massimo, di una sola rete nazionale. In Italia la rapida ascesa dell’imprenditore edile Silvio Berlusconi si spiega con l’assenza di normative, fino alla legge che regola il sistema televisivo che arriva solo nel 1990. Nel 1994 Berlusconi scende in campo: dall’anomalia della mancata normativa antitrust si arriva all’anomalia del conflitto di interessi tra monopolista privato e monopolista pubblico del sistema televisivo, che diventano la stessa persona.
La televisione, in altre parole, non determina il mutamento: lo rispecchia, lo catalizza e lo amplifica. La trasformazione della società italiana provocata dalla mutazione individualista si rispecchia nella neotelevisione commerciale che crea sogni, soddisfa ambizioni, placa paure. Riduce la realtà ad un insieme di storie personali. Regala attimi di celebrità a uomini e donne senza qualità. Pubblicizza beni di consumo come status symbol. Cancella l’idea del futuro come frutto di progetti comuni per sostituire un eterno presente fatto di soddisfacimento immediato di (presunti) bisogni personali.
Il boom - Rivoluzione in famiglia
Il primo numero del 1954, illustrato da Walter Molino, è dedicato a un nuovo elettrodomestico: la televisione. La didascalia di commento immagina un impatto tutt’altro che pacifico, con toni di allarme. Televisione uguale morte della conversazione, uguale divorzio. La radio aveva suscitato molta meno apprensione. L’atto di ascoltare sembrava più naturale e domestico, poteva tranquillamente combinarsi alle attività normali di genitori e figli, non richiedeva un’attenzione così polarizzante. Fin dall’inizio, invece, la televisione viene vista come una presenza ingombrante e minacciosa. Voci più tranquille e ottimiste. La televisione viene illustrata dalla comunicazione commerciale come uno status symbol della classe media emergente. In Europa e in Italia, alle preoccupazioni di ordine sociale si affiancano preoccupazioni di natura più propriamente politica: particolari capacità non solo di distrarre da compiti e attitudini sociali, ma anche di manipolare le coscienze e di trasformare i comportamenti.
Il televisore si diffonde nelle case degli italiani in contemporanea ad altri beni di consumo durevoli (frigorifero, lavatrice, auto) che insieme, tra 1955 e 1965, vanno a comporre il quadro del miracolo economico. In Occidente l’età dell’oro della ripresa economica post-bellica avviene all’insegna di un sogno americano che coniuga consumi e cittadinanza, benessere e diritti. Il costante innalzamento dei livelli di vita diventa la misura dominante della qualità dei regimi politici e il possesso di beni entra a far parte delle identità individuali e collettive.
Il doppio movimento degli italiani sulla fronte dei consumi e delle migrazioni ribalta il ciclo storico precedente, compreso tra le due guerre mondiali, quando la perdita di sicurezze e la percezione di vulnerabilità degli individui avevano prodotto una corsa al bene-rifugio dell’appartenenza a identità collettive forti, incarnate da regimi dittatoriali. A quella fuga dalla libertà si contrappone adesso, dopo il 1945, la nuova aspirazione a una libertà concepita innanzitutto come conquista di benessere materiale. La televisione diventa la chiave per rispecchiare il movimento verso il progresso.
La modalità dominante di ascolto televisivo nell’Italia del boom non è quella domestica e assorbente, ma è quella collettiva e nei locali pubblici oppure in casa di amici. A differenza della radio, la televisione inventa una nuova opportunità di socializzazione, spontanea e autogestita. È un fenomeno naturale. Fin dall’inizio l’uso della televisione è un uso plurale: la visione in locali pubblici si affianca a quella privata, ma abbastanza rapidamente la seconda soppianta la prima. La tv rispecchia quindi l’aumento del tenore di vita e si inserisce nel processo di modernizzazione del paese.
Carosello
L’avvento della televisione muta comunque in profondità le pratiche di vita sociale degli italiani. La rivoluzione dei mass media, che dominano e restringono la vita sociale. La televisione prende largamente il sopravvento nei confronti della radio, delle chiacchiere con gli amici, dell’ascolto di dischi, del cinema, della lettura di giornali e riviste, del gioco, dello sport. Tra uomini e donne, ma anche i giovani, rimane comunque la persistenza delle differenze di genere.
Non si tratta di una delocalizzazione della vita sociale bensì di una nuova simultaneità che mette a confronto la propria situazione con altri mondi fino ad allora sostanzialmente ignorati: la televisione è "Il Musichiere", "Lascia o raddoppia?". Fra i programmi più popolari: Mario Riva tra 1957 e 1960; quiz Mike Bongiorno tra 1955 e 1959. Sono entrambi programmi di importazione dagli Stati Uniti: di fatto la televisione americana costituisce una delle due principali fonti di ispirazione della Rai.
Il mezzo televisivo funziona da potente elemento di integrazione: alla modernità dell’intrattenimento leggero si affianca la matrice colta e pesante. "Carosello", emblema della mediazione tra gusti del pubblico e missione educativa, è che per vent’anni (dal 1957 al 1977) incarna la via italiana alla pubblicità e ai consumi di massa. Ha una formula rigida: due minuti e mezzo di spettacolo creativo e mezzo minuto finale di réclame. La convenzione tra Stato e Rai stipulata nel 1957 fissa al 5% il tetto di tempo di programmazione concesso alla pubblicità. Concentrata nella fascia oraria di maggiore ascolto, dopo il telegiornale serale delle 20:30. Le aziende private sono costrette a sottostare a una regola di qualità dell’intrattenimento che antepone gli interessi degli spettatori a quelli dei consumatori.
La lingua degli italiani
La Rai di Rodinò e Arata riflette da vicino l’ascesa alla guida della Dc di Amintore Fanfani e della corrente di Iniziativa democratica, favorevoli all’intervento statale in economia e a una maggiore autonomia della Chiesa. Fermo restando il serio controllo di partito sull’informazione televisiva, la Rai potenzia e diversifica le proprie fonti d’entrata grazie alla pubblicità, diventando un soggetto finanziario. Nel 1963 la televisione italiana ricava dalla pubblicità più del 25%.
L’italiano della televisione è un linguaggio plurale: da quello aulico delle trasmissioni culturali come "L’Approdo" (1963) a quello informale delle commedie o di Mike Bongiorno. La televisione infatti incarna il giusto mezzo tra familiare e rispettabilità pubblica: non ispira soggezione, coinvolge senza traumi o responsabilità. La tv non soppianta la realtà, non schiaccia le intelligenze sotto il peso di un messaggio univoco, unidirezionale e manipolatorio, bensì propone testi che il ricevente rielabora in forme diverse secondo la propria singolare intelligenza. Dietro il mutamento linguistico e di costume stanno i numeri della diffusione del nuovo mezzo in Italia.
Pedagogia e censura
Ciò che oltre oceano è il frutto naturale e meccanico del mercato e della libera concorrenza degli sponsor pubblicitari, in Europa e in Italia è invece la conseguenza deliberata e consapevole di politiche culturali. Si spiega con lo stretto rapporto intrattenuto dalla Rai con le istituzioni pubbliche. La vicinanza della Rai alla politica si traduce anche in un volto censorio, a lungo impersonato dal codice di autoregolamentazione (istituito sotto la direzione di Guala e scritto da monsignore Galletto, direttore del Centro cattolico televisivo), che vieta in tv argomenti ritenuti particolarmente scabrosi per la pubblica morale.
Il varo del secondo canale nel novembre 1961 rappresenta il passaggio inaugurale del nuovo direttore Barnabei. Il rafforzamento dell’offerta giornalistica e culturale rappresenta così il suo punto forte della paleotelevisione pedagogica. Quando negli Stati Uniti l’intrattenimento leggero faceva la parte del leone. L’idea che la televisione appartenga di fatto al governo ne accompagna la diffusione sin dalla nascita e appare naturale agli italiani.
La pratica dell’ascolto collettivo fuori casa si è molto ridimensionata e la televisione acquista la fisionomia americana di generi di consumo privato e domestico: non è più un mezzo di nuova socializzazione. Da evento comunitario si trasforma in uno spettacolo domestico (1996). In Italia appare evidente il ruolo unificante della televisione. Nonostante la sua strutturale appartenenza a un capitalismo aggressivo fondato sui consumi privati, la tv unisce il paese dal punto di vista linguistico e della cultura di massa (creando nuovi DVD con i programmi a cui "Pizza", "Carosello"), nuovi personaggi con gli spot, ma attenua anche il conflitto generazionale riunendo attorno al piccolo schermo giovani e anziani. In un paese storicamente contraddistinto da linee di frattura tra Nord e Sud, la Rai assolve quindi una funzione particolare di nationbuilding.
Consumi culturali e opinioni
Il ruolo della televisione pubblica. Come di solito avviene nella storia dei media, la televisione non uccide né la radio, né i giornali, né il cinema. Piuttosto la radio cambia collocazione.
La rottura - Pubblico e privato
Alla svolta del '68 la paleotelevisione pedagogica di Bernabei si presenta con il proprio volto plurale. La famiglia Benvenuti entra in scena un tipo di telefilm, di produzione italiana.
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