Estratto del documento

La Repubblica di Platone: Libro I

Socrate e Glaucone vanno al Pireo per la celebrazione della Dea. Polemarco li convince a rimanere per i divertimenti serali, così vanno a casa del padre di Polemarco, Cefalo. Socrate chiede a Cefalo come lui e gli altri anziani stiano affrontando la vecchiaia. Cefalo dice che gli altri si lamentano dei malanni e dei piaceri perduti, ma secondo lui, per chi si sa accontentare, la vecchiaia è sinonimo di pace e libertà dalle passioni.

Socrate fa notare che Cefalo è ricco ed ereditiere e gli chiede quale sia il maggiore bene che abbia tratto dalla sua ricchezza in vecchiaia. Cefalo risponde che, alla persona dabbene e moderata, il denaro è utile a non commettere imbrogli o debiti in vita, a non compiere quindi ingiustizie e non temere le pene dell’al di là. Socrate chiede quindi se, per definire la giustizia, basti asserire di non mentire e dare ciò che si è ricevuto. Confuta ciò con un esempio, ma Polemarco, erede di Cefalo, non è d’accordo. Cefalo se ne va e rimangono a parlare Socrate e Polemarco.

Polemarco sostiene che giustizia è fare del bene agli amici e del male ai nemici ed è quindi utile in guerre ed in alleanze. Socrate chiede a Polemarco se l’uomo giusto è utile anche in pace oltre che in guerra. Polemarco dice di sì: nei contratti commerciali, quindi scambi di denaro. Ma in tali occasioni l’uomo utile non è più quello giusto, ma quello esperto in quel dato scambio o contratto commerciale. L’uomo giusto è quindi utile col denaro nell’azione di depositarlo e conservarlo, quindi quando non lo si usa.

Socrate conclude che non sarebbe una cosa molto seria la giustizia, se fosse utile solo a ciò che non si usa. Tuttavia, dice Socrate, così come chi è abile a guarire un malanno lo sarà anche a provocarlo, chi è abile nel custodire lo sarà anche nel rubare, e l’atto di giustizia diviene una forma di ladreria. Nonostante Polemarco sia imbarazzato, continua a sostenere che giustizia è fare male ai nemici e bene agli amici. Socrate chiede cosa intenda Polemarco per "amici" e "nemici", sottolineando che spesso si possa cadere in un errore di giudizio e giovare ai malvagi e danneggiare i buoni, danneggiando chi non è reo di ingiustizie.

La definizione di Polemarco di giustizia diviene quindi danneggiare gli ingiusti e giovare i giusti, anche se gli ingiusti fossero nostri amici e giusti i nostri nemici. Polemarco quindi ridefinisce giustizia come è giusto far del bene all’amico giusto e danno al nemico ingiusto. Socrate chiede quindi se è giusto danneggiare, in generale, un uomo, e Polemarco risponde di sì, il nemico. Ma, dice Socrate, se un cavallo viene danneggiato da un altro cavallo, non diventa peggiore nella virtù dei cavalli? E allo stesso modo gli uomini? E non è forse la giustizia una virtù umana? Si giunge così ad un paradosso per cui con la giustizia (il danno al nemico) possono i giusti (l’uomo che danneggia il nemico) formare degli ingiusti (il nemico peggiorato nella virtù umana della giustizia). Fare danno quindi, che sia ad amico o nemico, è ingiusto in ogni caso, concludono.

Intervento di Trasimaco

Interviene ora Trasimaco con veemenza, dicendo che Socrate finora avevo solo confutato ed interrogato e mai risposto, chiedendogli di dare lui ora la sua definizione di giustizia. Socrate così spiegò a Trasimaco che essi la stavano cercando, ma ancora non l’avevano trovata, ed invita Trasimaco ad esporre la propria avendo affermato di possederla, così da illuminarli.

Trasimaco sostiene che la giustizia è nient’altro se non l’utile del più forte. Ed essendo che in ogni Stato colui che detiene la forza è il governo, il giusto si identifica con l’utile del potere costituito. Tuttavia, fa notare Socrate, i governanti possono sbagliare nel legiferare, di conseguenza, secondo la tesi di Trasimaco, sarebbe giusto che i sudditi/cittadini eseguano ordini e leggi anche quando non è utile al Governo. Trasimaco obietta che un governatore esperto in senso stretto non commette errore.

Socrate allora gli pone un paragone: cosa fa il medico? Cura gli ammalati. A quale utile mira quindi il medico, al proprio o a quello dei suoi pazienti? A quello dei suoi pazienti. Allo stesso modo di come il pilota non cercherà l’utile per sé ma per i marinai che gli sono subordinati. Ebbene, Socrate conclude che allo stesso modo non v’è alcun governante (la parte forte) che mira al proprio utile anziché quello dei propri sudditi (la parte debole). Trasimaco risponde nervoso che Socrate è uno sciocco se pensa che i pastori mirino al bene di mucche e pecore quando le allevano e le ingrassano, e non al proprio profitto, ed allo stesso modo accade ciò tra governi e sudditi.

Trasimaco continua sostenendo che purtroppo l’ingiusto prevarrà sempre sul giusto, che l’ingiustizia rende profondamente felice chi la pratica ed infelice chi la subisce, e che chi biasima l’ingiustizia lo fa solo per timore di patirla. E così la giustizia si rispecchia sempre nell’utile del più forte, e l’ingiustizia nel vantaggio che comporta. Socrate ribatte però che ciascuna arte mira all’utile del suo oggetto e non al guadagno, se il guadagno avviene è perché viene praticata anche l’arte mercenaria.

Gli uomini di governo però, o meglio dire i galantuomini di governo, non lo fanno per propria utilità mercenaria, ma per il bene dei sudditi, il galantuomo di governo infatti governa non per volontà o mire di potere, ma per necessità e per evitare che governi qualcuno di peggiore. La conversazione si sposta ora sull’affermazione di Trasimaco secondo cui la vita dell’ingiusto è più felice di quella del giusto.

Trasimaco sostiene che la giustizia, in un uomo, è solo una nobile semplicità di carattere, mentre l’ingiustizia sinonimo di furbizia, intelligenza e bontà. Socrate così porta Trasimaco a convenire che è nella natura del giusto tentare di soverchiare l’ingiusto ma non un altro giusto, e nella natura dell’ingiusto tentare di soverchiare entrambi per un maggiore profitto.

Socrate pone ora delle metafore: un musico viene definito intelligente o ignorante rispetto a colui che non sa suonare? Intelligente. E mentre accorda una lira, il musico vuole forse soverchiare un altro musico o un ignorante in musica? Un ignorante. Ed allo stesso modo, un medico nel suo lavoro tenta forse di soverchiare un altro medico, o chi medico non lo è? Chi non lo è. E l’ignorante non vorrà forse soverchiare allo stesso modo un medico o un ignorante? Sì. Il medico è quindi sapiente, ed il sapiente è buono, di conseguenza chi è sapiente e buono non vorrà soverchiare un suo simile ma solo un suo dissimile, mentre l’ignorante entrambi.

Ecco allora che il giusto ci risulta buono e sapiente e l’ingiusto ignorante e cattivo. Rimane ora da determinare se, come sostiene Trasimaco, l’ingiusto vive una vita più felice del giusto. L’ingiustizia, inizia Socrate, impedisce agli uomini di agire concordemente, e ne indebolisce l’azione. E non solo, aggiunge Socrate, ciò rende gli uomini discordi con sé stessi, con gli altri, e perfino con gli Dei, giusti per antonomasia. Stabilito ciò, continua Socrate, ogni cosa o essere ha una sua funzione, ed in essa si trova la sua virtù. Così come occhi e orecchie hanno la funzione di vedere e sentire, azioni in cui si cela la loro virtù. Abbiamo prima concordato che la giustizia è una virtù dell’anima, e funzione dell’anima è la vita: si conclude quindi che solo l’anima giusta può vivere bene e quindi felice.

Socrate però, dopo aver concluso che chi vive secondo giustizia è più felice di chi vive secondo ingiustizia, ammette che ancora non si è definita cosa sia la giustizia e se essa è una virtù.

La Repubblica di Platone: Libro II

Glaucone chiede a Socrate se è d’accordo sul fatto che esistano beni che (1) amiamo per sé stessi e non per i loro vantaggi, (2) beni che amiamo per entrambi i motivi e (3) beni che ci costano fatica ma amiamo non per loro stessi ma per i loro vantaggi. Socrate concorda, Glaucone chiede in quale dei tre beni pone la giustizia. Socrate risponde nella migliore, la (2).

Glaucone dice però che la pubblica opinione non la pensa così, e che pone la giustizia nel terzo tipo di beni (3). Glaucone, come Socrate, non crede che la vita nell’ingiusto sia meglio del giusto, ma si propone di portare avanti la tesi di Trasimaco per poter sentire Socrate tessere le lodi della giustizia e dimostrare che la vita nel giusto è meglio dell’ingiusto. Socrate accetta.

Glaucone così inizia affermando che gli uomini incapaci evitare il male che comporta subire ingiustizia ma incapaci anche di ottenere il bene che ne deriva dal farne uso, scendano a patti per non commettersi a vicenda ingiustizia, ciò attraverso le leggi. La giustizia non è quindi amata come bene, ma praticata malvolentieri da chi è incapace di compiere ingiustizia.

Per analizzare nel migliore dei modi la situazione, Glaucone pone l’esempio di due uomini, ben tra loro separati, uno all’apice della propria ingiustizia ed uno all’apice della propria giustizia. Il primo, poiché scaltro, avrà la fama del più colmo di giustizia, userà sua tale inclinazione per scalare le vette della società, arricchirsi e farsi ben volere tramite ingiustizia, conquistando la fama dell’uomo giusto e onesto, benvoluto da uomini e dei. Il secondo, invece, lo porremo in situazione opposta, egli avrà la nomea del più ingiusto degli ingiusti, per osservarne la sua temperanza nella giustizia nonostante voci e reputazione. Egli, a causa della sua fama d’ingiusto, sarà torturato, flagellato ed impalato. Si arriverà quindi a sostenere che non si vuol mai essere giusti, ma solo sembrarlo agli altri.

Interviene Adimanto, anch’egli interpretando l’opinione di Trasimaco, aggiungendo che la reputazione di un uomo giusto è lodata solo per i vantaggi che essa procura, sia in questo mondo, sia nell'aldilà. Esorta così Socrate a dimostrare qual è l'effetto della giustizia e dell'ingiustizia sull'uomo che le adopera, ciascuna per sé, e dimostrare poi che la giustizia è un bene e l'ingiustizia un male per sé stessi, indipendentemente dalle lodi o mercede che potrebbero procurare.

Per fare ciò, Socrate propone di esaminare la giustizia su un piano più ampio di quello di un singolo individuo: cioè nello Stato. Nessuno basta a sé stesso, ognuno ha dei bisogni per cui da solo non può provvedere, e così nasce lo Stato. La prima regola organizzativa è che ogni cittadino si dedichi ad un solo compito (o arte, o mestiere), in modo da farlo al meglio.

Man mano che si discute la città si amplia sempre di più, introducendo più mestieri utili e più lusso e ciò porta alla necessità di ampliare territorialmente lo Stato attraverso una guerra. Ciò fa nascere la necessità di un nuovo tipo di cittadini, addetti a proteggere lo Stato ed attaccare gli altri: i Guardiani. Così come i cani, il Guardiano va educato ad essere mite con i cittadini ed animoso contro i nemici. Nasce quindi il problema dell’educazione dei guardiani: educazione mentale (musicale) e fisica (ginnica).

Bisogna eliminare dall'educazione musicale tutte le favole mitiche che sono false e deformano l'immagine degli dèi e degli eroi. Perciò si instaurano delle leggi riguardo la rappresentazione divina: (1) la divinità è buona e perciò è causa solo dei beni e non dei mali e (2) la divinità non si trasforma, non inganna e non commette falsità. Queste leggi servono a far crescere i guardiani senza timore.

La Repubblica di Platone: Libro III

Successivamente, proseguono, vanno eliminate anche tutte quelle favole e poesie che (3) suscitino la paura della morte con orrende descrizioni dell’Ade, per rendere più coraggiosi i Guardiani, poi (4) tutte quelle che rappresentano eroi e dèi nell’atto di piangere, soffrire o deccedere nel riso, altrimenti potrebbero ritenerli atteggiamenti che se si addicono ad un dio possono addirsi anche ad un uomo, infine (5) tutte quelle che rappresentano eroi o dèi come avidi o irriverenti, per lo stesso scorso motivo. Determinato ciò, rimane da discutere i termini con cui parlare degli uomini in favole e poesie, ma ciò viene rimandato a quando si sarà data una definizione valida di giustizia.

Dopo aver definito dire, Socrate sostiene di dover delimitare dire una favola o poesia. Inizia esponendo le tre tipologie di racconto in considerazione: l’imitazione (in cui il poeta parla come fosse il personaggio), la narrazione (in cui il poeta non si sveste mai del suo ruolo) ed un tipo misto di entrambe. Ebbene, sostiene Socrate, nonostante il primo tipo sia sicuramente il più gradevole, sarà lodato ma mai praticato, si sceglierà invece per lo Stato che si sta fondando la terza tipologia, ma con una salda regola: si potranno imitare solo e solamente i personaggi buoni, giusti, pii e coraggiosi, e mai gli uomini peggiori. Questo affinché i cittadini siano da sempre educati a seguire ed imitare un valoroso stile di vita e sopportare a fatica di prender le vesti di un uomo peggiore di sé.

Infine, c’è da trattare il modo del canto e della melodia. Essi si dividono in tre elementi: (1) Parole, di cui si è già discusso, (2) melodia e (3) ritmo. Riguardo la (2) melodia, andranno eliminate tutte le melodie tristi e lamentose, per mantenere alto il morale, e quelle troppo conviviali, per evitare situazioni di ubriachezza o eccessiva euforia, e di conseguenza andranno eliminati tutti gli strumenti, ora inutili, che le riproducono. Andranno conservate quindi due melodie: (2.1) quella che suscita virilità e fermezza (la dorica) e (2.2) quella che suscita un comportamento pacifico (la frigia), conservando quindi gli strumenti della lira.

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 12
Riassunto esame Storia della filosofia, Prof. Beretta Marco, libro consigliato La Repubblica, Platone Pag. 1 Riassunto esame Storia della filosofia, Prof. Beretta Marco, libro consigliato La Repubblica, Platone Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 12.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia della filosofia, Prof. Beretta Marco, libro consigliato La Repubblica, Platone Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 12.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia della filosofia, Prof. Beretta Marco, libro consigliato La Repubblica, Platone Pag. 11
1 su 12
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matteobongiorno172 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Beretta Marco.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community