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Italia immaginata: sentimenti, memorie e politica fra otto e novecento

Introduzione

Aleida Assmann, evocando in certa misura la celebre tripartizione del concetto di tempo di Braudel, ha elaborato una distinzione fra tre dimensioni della memoria, che ha definito rispettivamente neuronale, sociale e culturale. Mentre la prima appartiene alla sfera della memoria individuale, le altre due sono parte della memoria collettiva. La memoria sociale ha una durata media di circa 80-100 anni e si trasmette biologicamente attraverso la comunicazione; quella culturale non ha limiti di tempo e si trasmette da una generazione all'altra attraverso mezzi materiali (libri, immagini, monumenti, musei, archivi, ecc.) e una vasta gamma di pratiche simboliche (tradizioni, riti, cerimonie). A questi tre format di memoria la Assmann ne ha poi aggiunto un quarto, la memoria politica, alla cui formazione concorrono in particolare le pratiche rituali e commemorative poste in atto dai vari gruppi sociali per costruire un canone di tradizioni e di immagini del passato da utilizzare nella dialettica politica del tempo presente.

Ann Rigney ha definito la memoria culturale come working memory, come una memoria che è continuamente sottoposta a un processo di rielaborazione da parte di individui e gruppi che recuperano il passato in modo selettivo attraverso strumenti diversi. Essi sono continuamente coinvolti, in modo più o meno consapevole, attraverso un'attività memoriale, che va dalla scrittura narrativa alla lettura, dalla partecipazione alle cerimonie commemorative fino ai pellegrinaggi di natura religiosa o politica.

1. Patria, amore e famiglia nel Risorgimento

1. La presenza femminile nel Risorgimento

Il ruolo centrale che le donne svolsero a partire almeno dagli anni ‘30 dell’800 trova inequivocabile conferma, per esempio, nell'incremento di scritture storiche e letterarie, di cui alcune di esse furono autrici. Emblematico appare lo spazio crescente che le donne cominciarono a ritagliarsi in un genere letterario all'epoca molto in voga: i «medaglioni» biografici di personaggi illustri. Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, pubblicato a Venezia nel 1824, nel quale l’autrice, Ginevra Canonici Fachini, arrivò a dar conto di 50 autrici. Tale opera si segnalava, fra l'altro, per la piccata risposta polemica indirizzata a lady Morgan per aver riproposto la consueta immagine stereotipata delle italiane come donne frivole e di facili costumi, senza aver colto i cambiamenti che si erano prodotti negli ultimi 2 o 3 decenni, dal periodo giacobino in avanti, nella morale privata, nei costumi domestici e nella vita civile della penisola.

Il testo della Canonici Fachini si collocò cronologicamente fra i versi di Leopardi, 1821 («Donne, da voi non poco | la patria aspetta...») e l’articolo pubblicato nel 1826 da Ugo Foscolo nel «London Magazine»: The women of Italy. In questo articolo Foscolo, sferzava la degenerazione dei costumi familiari e sessuali, e individuava uno stretto «collegamento fra disonore privato e viltà pubblica dei maschi italiani». Sia l'articolo di Foscolo che i versi di Leopardi, esprimevano l’aspettativa che il «risorgimento della nazione» non potesse prescindere da una rigenerazione morale degli italiani. Essa passava attraverso una ridefinizione del ruolo sociale delle donne - intese prima di tutto come madri e mogli - e poi attraverso l'individuazione della famiglia come perno intorno a cui doveva ruotare la costruzione dell'identità nazionale e la difesa dell'onore della patria.

Nell'ambito storico e letterario sulla questione della partecipazione delle donne al Risorgimento, il punto di partenza fu i Martiri della libertà italiana di Atto Vannucci. La prima edizione del 1848 ospitava un ricordo di Teresa Casati Confalonieri, definita «un angiolo di virtù e di bellezza», che contribuì alla consacrazione dell'aristocratica come icona del patriottismo femminile italiano. E Teresa era l'unica donna il cui nome figurasse in quell'universo popolato soltanto di eroi maschili. Alla figura di Teresa Casati era affiancata quella di Matilde Viscontini Dembowski, la «giardiniera carbonara» arrestata a Milano dopo il moto del 1821 e morta nel 1825, dopo anni di persecuzione da parte della polizia austriaca. E insieme ad esse quelle delle eroine tragiche della rivoluzione napoletana del 1799, Eleonora Fonseca Pimentel e Luisa Sanfelice, nonché la modenese Enrichetta Bassoli Castiglioni, «donna virile», così la definiva Vannucci, la quale, figlia di un ex ufficiale del Regno d'Italia e legata affettivamente a un compagno di Ciro Menotti, dopo aver preso parte attiva ai moti del 1831, morì a 27 anni nel carcere di Venezia. A Giuseppe Mazzini, la vicenda tragica della coppia modenese parve compendiare il nesso fra amore privato e amore patriottico che le nuove generazioni dovevano prendere a modello.

Nel 1892 Zanichelli dette alle stampe una conferenza di Giulia Cavallari Cantalamessa, in cui l'autrice, ribadendo la centralità dei vincoli familiari nella costruzione del discorso patriottico, affermava: «La famiglia è la base delle nazioni; quanto più tenaci sono gli affetti famigliari, quanto più i nostri sentimenti sono educati al bello ed al buono, tanto più vivo e possente sarà l'amor della patria. I più grandi eroi dai soavi e dolcissimi affetti traevano invincibile ardire.

2. Famiglia e nazione

Non si può dire dunque che la questione della presenza femminile nel Risorgimento, durante il secolo e mezzo di storia unitaria, sia stato un tema trascurato. Anzi, l'immagine delle madri e delle mogli votate al sacrificio degli affetti per il bene della patria è stata una delle più usate - dall'età liberale al fascismo all'Italia repubblicana - nella costruzione di un paradigma identitario della nazione con evidenti finalità pedagogiche. Assai minore, tuttavia, è stata l'attenzione che ad esse ha dedicato la storiografia ufficiale. Fino a quando, in tempi recenti, si è prodotta una vera e propria rivoluzione storiografica: con lo sviluppo avuto in Italia di women studies e gender studies.

Rapporto tra famiglia e nazione: all'origine del programma nazionalistico del Risorgimento, un ruolo centrale era riservato all'idea di nazione come comunità parentale, come successione genealogica di antenati, genitori e figli tenuti insieme dal vincolo del sangue. Una comunità di discendenza che poteva riconquistare l'indipendenza e il prestigio perduti dopo secoli di dominazione straniera solo richiamando alcuni valori che appartenevano sia alla tradizione cristiana (sacrificio, martirio, purezza) che a quella cavalleresca e nobiliare (coraggio, onore). Una comunità, che solo abbandonando l'immagine della famiglia settecentesca frivola e libertina per sostituirla con quella romantica, fondata sull'amore autentico e sul rapporto di lealtà e di rispetto fra i coniugi, poteva pensare di produrre una stirpe di coraggiosi combattenti per la patria.

Ciò che colpisce nella biografia di molti protagonisti del Risorgimento «è che pochissimi di loro godettero di qualcosa di lontanamente simile a una normale vita familiare o si conformarono alla raccomandazione da essi stessi avanzata di dar vita a cellule familiari solide e numerose, dalle quali la nazione si sarebbe naturalmente sviluppata. Uno dei pochi, ad avere «una vita familiare molto ricca, contrassegnata dall'amore per la moglie e la figlia Emilia, della cui educazione si occupò personalmente», fu Daniele Manin. Tutta la famiglia Manin fu coinvolta nel moto veneziano del 1848-49 e ne sopportò poi le conseguenze. Un quadro di Ermolao Paoletti, lo sottolinea con efficacia: vi è ritratto Daniele Manin il 22 marzo 1848, mentre saluta sulla porta di casa la moglie e la figlia, prima di uscire con il figlio, armato di fucile, per recarsi alla presa dell'arsenale. La famiglia seguì Manin anche nell'esilio in Francia, scandito da lutti: Teresa morì a Marsiglia nel 1849 e nel 1854 fu la volta, a Parigi, di Emilia. Dopo la scomparsa del padre, nel settembre 1857, Giorgio tornò in Italia per partecipare alla guerra del 1859 nell'esercito sardo. Fu poi con Garibaldi nella spedizione dei Mille e infine con l'esercito italiano nel 1866, ferito nella battaglia di Custoza. Il 22 marzo 1868 poté assistere alla solenne cerimonia di traslazione delle spoglie mortali dei suoi cari in una Venezia finalmente ricongiunta all'Italia, battendosi con successo contro il volere delle autorità, che intendevano deporre Manin in un luogo separato da quello della moglie e della figlia, e ottenendo che tutte e tre le salme fossero invece tenute insieme e onorate congiuntamente.

3. Le storie d'amore di Cavour, Mazzini e Garibaldi

Occorre intanto muovere dall'ovvia considerazione che i patrioti impegnati nella cospirazione, nelle battaglie, costretti all'esilio o a lunghi periodi di carcerazione ben difficilmente potevano avere un'esperienza di vita familiare paragonabile a quella degli omologhi esponenti aristocratici e borghesi di paesi come la Francia o la Gran Bretagna. Anche quando il vincolo affettivo fu molto forte, come quello che legò Santorre di Santarosa alla moglie Carolina Corsi di Viano e ai numerosi figli, alla fine quelli che prevalsero furono il sentimento patriottico e la pulsione romantica per lo slancio volontaristico e il gesto eroico. Così, dopo la fuga dall'Italia nel 1821 il nobile piemontese non riuscì più a riabbracciare la famiglia, a cui indirizzò dall'esilio lettere struggenti, progettando invano di ricongiungersi ad essa, ma decidendo infine di unirsi ai volontari in partenza per la Grecia, dove trovò la morte nel 1825.

Cavour, nella Genova dei primi anni ‘30 ebbe un'intensa relazione amorosa con Anna Schiaffino, figlia del console generale di Francia, il barone Giuseppe, e coniugata dal 1826 con il marchese Stefano Giustiniani, che aveva fama di conservatore e retrogrado. Anna invece, il cui salotto era uno dei più rinomati di Genova, disprezzava l'assolutismo sabaudo e subì il fascino del mazzinianesimo, coinvolgendo in questa sua effimera passione il giovanissimo Cavour. L'aristocratico piemontese abbandonò poi rapidamente sia le simpatie per la democrazia che l'amore per la salonnière genovese, la quale cercò invano per qualche anno di riconquistare l'amante. L'epilogo della storia fu tragico: nel 1841 Anna Schiaffino si suicidò gettandosi dalle finestre di un palazzo.

Lo stesso caso di Mazzini non si può liquidare come quello di uno scapolo impenitente. Nei primi anni ‘30 egli ebbe a Marsiglia un'appassionata storia d'amore con Giuditta Bellerio, vedova di un patriota, Giovanni Sidoli, e madre di quattro figli, che fu coinvolta anch'essa nel moto modenese del 1831 e venne perciò condannata all'esilio. La relazione s'interruppe anche per la volontà della Sidoli di tornare in Italia dai suoi figli e di riprendere l'attività nei nuclei cospirativi della penisola. L'amore materno e il senso del dovere patriottico prevalsero dunque sul legame sentimentale. Da allora Mazzini visse a lungo in Inghilterra, dove costruì una fitta rete di rapporti di amicizia con numerose donne (le sorelle Ashurst, le Craufurd, Sara Nathan, Jessie White). Mazzini rinunciò all'idea del matrimonio e finanche a quella di un legame sentimentale stabile per l’Italia.

Anche la rappresentazione di Garibaldi come del tutto estraneo alla dimensione della vita familiare non appare rispondente alla realtà. L'epilogo tragico del suo amore per Anita, con la fuga da Roma dopo la caduta della Repubblica e la morte di Anita nei pressi di Ravenna, nel tentativo di accorrere in soccorso di Venezia, molto contribuì alla costruzione del mito di Garibaldi, specialmente all'estero, come incarnazione archetipica dell'eroe romantico: combattente valoroso e uomo innamorato, segnato dal dolore per la perdita della donna amata. Merita poi di essere riconsiderato anche l'altro matrimonio, quello con Francesca Armosino, che fu funzionale all'elaborazione dell'ultima immagine dell'Eroe, quella dell'uomo saggio, ritiratosi nell'isola di Caprera, padre affettuoso, preoccupato dell'educazione dei suoi figli, innamorato della famiglia, accudito da una giovane donna, fedele e discreta. Si pensi anche all'ostinazione con cui Garibaldi cercò di ottenere l'annullamento dell'infelice matrimonio contratto nel 1860 con la marchesa Giuseppina Raimondi, proprio per arrivare a regolarizzare il legame con l'Armosino.

4. Amore e politica

La definitiva irruzione delle donne sulla scena pubblica avvenne intorno al 1848. Se nel 1848 il modello additato alle donne italiane, era quello di Teresa Confalonieri, che incarnava gli ideali di virtù, angelicità, remissività (il marito la definì «Martire Santa dell'amor coniugale»), all'indomani dei sollevamenti rivoluzionari del biennio 1848-49 si affermarono altre figure idealtipiche sia nel mondo femminile che nella dimensione di coppia. E ciascuna di esse dava voce a un'istanza partecipativa, a una volontà di protagonismo che non si esauriva più nell'ambito domestico, nell'educazione dei figli, nella tutela degli affetti, bensì rivendicava una parte attiva nella società civile.

La prima coppia su cui merita soffermarsi è quella di Caterina Franceschi, poetessa e scrittrice, e Michele Ferrucci, professore di Poetica latina all'Università di Bologna. Lei era nata a Narni nel 1803 da un'aristocratica e da un medico giacobino, che era stato ministro durante la Repubblica Romana del 1799. Quando si sposarono, nel 1827, si era già segnalata per alcuni scritti che avevano suscitato l'apprezzamento di Leopardi. Coinvolti entrambi nei moti del 1831, furono costretti a trasferirsi a Ginevra. Rientrati in Italia nel 1843, si stabilirono a Pisa. E fu da qui che nel 1848 partì come volontario insieme al figlio Antonio, aggregandosi al battaglione degli studenti toscani che combatterono a Curtatone. Caterina, dal canto suo, non restò inerte e, dopo aver scritto nel 1847 alcuni componimenti elogiativi dell'opera di Pio IX, collaborò al giornale bolognese «Il Felsineo» e nel 1848 prese parte attiva al dibattito politico-culturale dando alle stampe sia l'opuscoletto Della Repubblica in Italia, sia il ponderoso trattato Della educazione morale della donna italiana. Questo testo si collocava su una linea assolutamente conservatrice riguardo alla distinzione di ruoli fra l'uomo e la donna, alla quale però indicava in modo chiaro la necessità di coniugare «amor materno» e «carità della patria». Dopo le vicende del 1848 sia Caterina che Michele Ferrucci abbracciarono definitivamente le posizioni del moderatismo.

Sul versante opposto dello schieramento politico si collocò invece un'altra coppia, quella formata da Enrichetta Di Lorenzo e Carlo Pisacane. La travolgente passione amorosa, dopo esser stata a lungo repressa (Enrichetta era sposata a un cugino di Carlo), cominciò ad essere coltivata nel 1845. Due anni dopo indusse la coppia alla fuga da Napoli, che significò per lei abbandonare i figli piccoli e per lui lasciare una promettente carriera di ufficiale nell'esercito borbonico. Ciò che è stato messo giustamente in rilievo fu la carica eversiva di quella scelta, che sancì la volontà di ribellarsi «al sistema patriarcale, ai matrimoni combinati, a destini etero-diretti, affermando in ambito privato lo stesso principio di libertà, per il quale molti di loro combattevano sul terreno politico». Essa ebbe probabilmente un peso determinante nell'orientare le scelte politiche sia di Pisacane, che proprio sulla via dell'esilio maturò la sua conversione alla democrazia e al socialismo, sia di Enrichetta, che avrebbe seguito il compagno nell'esperienza della Repubblica Romana, ritagliandosi un ruolo autonomo e occupandosi delle ambulanze e di servizi amministrativi.

Altrettanto conosciuta è la storia d'amore che vissero il patriota siciliano Giuseppe La Masa e la nobildonna veronese Felicita Bevilacqua, cresciuta anch'essa in una famiglia di forti sentimenti patriottici. La madre, Carolina Santi, aveva infatti abbracciato la causa nazionale, finanziando il moto indipendentista bresciano del 1848 e allestendo a proprie spese ospedali da campo nel Mantovano, oltre che accogliendo e curando i feriti nel suo palazzo di Brescia. Nel caso di Giuseppe e Felicita il dato che occorre sottolineare fu la loro capacità di tenere a freno la passione amorosa, subordinandola dapprima alle esigenze patriottiche e poi alla volontà di rispettare il desiderio espresso dalla madre di lei, nel frattempo deceduta, di posticipare il suo matrimonio a quello del fratello minore e alla sistemazione del dissestato patrimonio familiare. L'altro elemento distintivo risiede nel ruolo che ebbe nella relazione amorosa la condivisione degli ideali politici. Felicita «sposava l'uomo di cui era innamorata, ma sposava anche un eroe del Risorgimento». E la stessa distanza di ceto fra i due sposi, lungi dal rappresentare un ostacolo, «era colmata da una comunanza di ideali e da una perfetta sovrapposizione tra amore romantico, amore patriottico e vincolo familiare». Il sentimento patriottico pervase ogni aspetto dell'esperienza matrimoniale e comportò persino la ridefinizione degli spazi domestici: nell'abitazione in cui vissero venne infatti allestita una sorta di cappella privata, «deputata alla conservazione-venerazione delle memorie della famiglia». Del resto Felicita, che anche negli anni a venire partecipò attivamente alle lotte patriottiche, costituendo comitati femminili per l'assistenza ai feriti e nel 1860 aprendo una sottoscrizione fra l

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisalizza di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della comunicazione politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Conti Fulvio.
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