Il sommo italiano
La nazione non costituiva una realtà storica preesistente rispetto ai movimenti nazionalisti o agli Stati-nazione che si svilupparono tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo. Si trattava di un concetto politico nuovo con il quale s'identificava una collettività accomunata da elementi etnici, storici e culturali e in quanto tale legittimata a rivendicare la sovranità su un determinato territorio che essa (la nazione, appunto) riteneva dovesse appartenerle. I leader dei movimenti nazionalisti dovettero perciò dotarsi di nuovi strumenti di comunicazione politica capaci di raggiungere l'intera collettività, comprese le masse popolari semianalfabete.
Fu così, come ha osservato Banti, che "fecero appello all'emozione, piuttosto che alla ragione; al cuore, piuttosto che al cervello". Mutuarono dalle pratiche religiose l'uso di simboli, liturgie, figure allegoriche che si prestassero a modalità pedagogiche facilmente assimilabili, organizzarono feste e cerimonie pubbliche per rinsaldare il sentimento di appartenenza alla comunità nazionale. E inventarono quella che Mosse ha definito "estetica della politica", cioè affidarono la trasmissione del loro messaggio politico a un insieme di manufatti (monumenti, edifici, bandiere, inni, pitture, stampe, opere teatrali e musicali…) che fossero capaci di parlare ai sensi delle persone, di suscitare passioni ed emozioni.
L'immagine di Dante
L'immagine di Dante che si affermò nel corso dell'800 non fu totalmente ecumenica. La narrazione che prevalse nel discorso pubblico fu quella del "ghibellin fuggiasco", cucitagli addosso da Foscolo e fatta propria da generazioni di patrioti di fede democratica e liberale. Il poeta incarnò così, almeno nella maggior parte delle cerimonie pubbliche e delle raffigurazioni artistiche o letterarie, l'emblema dell'Italia che era divenuta una e laica, che aveva raggiunto l'unità e l'indipendenza avendo come ultimo e irriducibile avversario lo Stato della Chiesa.
La riscoperta da parte dei cattolici e la riappropriazione del poeta come simbolo supremo della cristianità si collocarono fra la vigilia della Prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo. Guarda caso, proprio nel periodo in cui giunse a compimento in Italia il processo di nazionalizzazione delle masse cattoliche e si colmò il fossato che separava la Chiesa dallo Stato unitario sorto nel 1861.
Il fascismo ebbe gioco facile nell'ascrivere il poeta fiorentino fra i massimi simboli della nazione e del regime. Fin dal 1921 con la marcia su Ravenna degli squadristi guidati da Italo Balbo e Dino Grandi, in occasione delle celebrazioni del 700° anniversario della morte del poeta, il movimento mussoliniano dimostrò di voler mettere le proprie mani su Dante e su tutto ciò che egli incarnava.
Con la nascita della Repubblica e con il netto rifiuto della retorica nazionalista che la caratterizzò, anche il mito dantesco subì un inevitabile declino. Da emblema dell'identità italiana si è trasformato in icona pop del mondo globalizzato, raccontato nei fumetti e strapazzato dalla pubblicità. Salvo essere riscoperto come simbolo di coesione nazionale in alcuni momenti drammatici della storia italiana recente (dagli anni della sfida terroristica, alla crisi causata dall'epidemia di COVID-19).
Il Dante dei romantici: il revival di fine Settecento
Nel 1966, nel tentativo di delineare le premesse storiche della celebrazione nazionale del settimo centenario della nascita di Dante, appena giunta a conclusione, Carlo Dionisotti riconduceva quel tipo di manifestazioni "alla religione laica, democratica, nazionalistica e storicistica, affermatasi in Europa nel secolo scorso". Prima dell'800, sosteneva Dionisotti, non se ne trova traccia. L'avversione del '700 a Dante è integrale. Fra le pochissime voci che si levarono a sua difesa vi fu quella di Giambattista Vico, che restò a lungo flebile e inascoltata.
La Rivoluzione francese, la Restaurazione e l'avvio del movimento risorgimentale. Furono queste vicende che portarono "la letteratura italiana in piazza" e ne fecero "l'insegna di una religione civile e nazionale". Fu in quei frangenti che la tomba ravennate, ultimata nel 1781 e riconsacrata dalla presenza delle ossa del poeta, esercitasse un'attrazione inusuale. Proprio la mancata protezione di un principe e l'esperienza dell'esilio e delle sofferenze esistenziali, secondo Alfieri, avevano consentito a Dante di raggiungere quell'alto e forte pensare ed esprimersi che era rimasto precluso al pur "divino Petrarca".
Alfieri ebbe un ruolo decisivo nella riscoperta e valorizzazione di Dante avvenuta a fine '700 e tra coloro che glielo avrebbero riconosciuto con maggiore entusiasmo vi fu, oltre un secolo dopo, Carducci: per Vittorio Alfieri, Dante nostro tornò quel che veramente e grandemente anche fu, un sublime, un ardente, un fiero e indomito amatore della sua patria, della madre nostra Italia.
Fu Foscolo tra i primi a riconoscere i meriti di Alfieri e di Vincenzo Monti, il cui contributo alla rinascita del culto dantesco fu per molti aspetti decisivo. Anzitutto con il suo poema Basvilliana del 1793 e con il recupero della terzina, che fece parlare i contemporanei di un Dante non più relegato al ruolo di monumento, punto di riferimento prezioso della nuova poesia e letteratura.
Un'autentica svolta nella direzione di una popolarizzazione del culto dantesco si produsse nel 1798, quando fu proprio Vincenzo Monti, a promuovere un pubblico omaggio a Dante. Festa in onore di Dante, la Commedia fu portata in trionfo fino al sepolcro, dove il busto del poeta fu incoronato d'alloro, rivendicando i meriti di Dante come creatore della lingua italiana.
Tra Foscolo e Mazzini
In occasione delle commemorazioni dei centenari della nascita e della morte che si tennero fra '800 e '900 in Italia e in Francia (1804, 1874, 1904), Petrarca fu celebrato come poeta universale o come emblema di identità locali e regionali, mai come simbolo nazionale. Progressiva rimozione di Petrarca dal paradigma identitario nazionale, la sua destituzione dalla "funzione di padre, riconosciuto e assoluto, della nostra tradizione letteraria, emblema della sua modernità ed eccellenza europea".
"Dante - Scrive Quondam - è, e resterà, il polo positivo, Petrarca quello negativo, Dante è, e resterà, la nuova Italia della libertà e dell'unità, laica e civile, municipale e patria, operosa nelle cose; Petrarca la vecchia Italia della servitù e delle tirannie, aristocratica e clericale, senza patria o municipio, oziosa tra i formalismi della parola".
Dante è il poeta civile, è il politico militante, è l'intellettuale che ha pagato con l'esilio la difesa a oltranza dei propri ideali". È un modello che si presta a un immediato riuso e consumo, nel quale molti letterati e patrioti italiani di primo '800, non faticarono a riconoscersi: da Foscolo a Mazzini, da Leopardi a Settembrini. Furono loro, più di altri, a contribuire alla costruzione del mito di Dante come profetico anticipatore di quell'Italia che si accingeva a risorgere.
Prima degli studi del periodo inglese Foscolo consegnò Dante ai versi immortali dei Sepolcri, i quali, mandati a memoria di generazione in generazione avrebbero scolpito nell'immaginario collettivo l'icona imperitura del "ghibellin fuggiasco". Dove l'appellativo "ghibellino", non andava inteso in senso letterale, ma considerato come espressione di "certo spirito giacobino e democratico, colui che aveva combattuto 'la frode guelfa e la papale avarizia'".
Foscolo riprese poi questa linea interpretativa anche nei saggi inglesi, e soprattutto nel già citato Discorso del 1825, dove elaborò l'immagine di un Dante profetico che attraverso la Commedia avrebbe espresso la necessità di una radicale riforma religiosa che purificasse la Chiesa dalla corruzione e dalle indebite ingerenze nell'ambito politico, restituendo all'impero l'esclusiva competenza sulla sfera pubblica.
Un notevole rilievo ebbero anche le performance teatrali di quello che negli anni '30 e '40 dell'800 poteva essere considerato il più famoso attore italiano, vale a dire Gustavo Modena. Democratico di accesa fede repubblicana, amico e seguace di Mazzini, Modena nel maggio 1839 portò in scena al Queen's Theatre di Londra, la prima delle sue Dantate: una particolare forma di spettacolo che lo vedeva impersonare Dante mentre componeva la Divina Commedia e declamava i versi delle cantiche accompagnandoli con commenti e riflessioni volti a chiarire il significato dei versi stessi e a renderli accessibili a un pubblico più ampio.
È quasi superfluo sottolineare che nelle sue Dantate, poi replicate con successo nei teatri italiani negli anni seguenti, Modena calcò l'accento sul ghibellinismo del poeta esule facendone strumento da un lato di esaltazione dell'identità nazionale, dall'altro di irrisione del potere temporale della Chiesa.
Articolo di Mazzini del 1827, Dell’amor patrio di Dante: ci dimostra che fin dal 1827 per uno dei principali artefici del Risorgimento nazionale Dante rappresentava non più soltanto il grande poeta, il creatore della lingua italiana, bensì un mito, un simbolo, una bandiera da sventolare, l'oggetto di culto di una particolare religione politica, la religione della patria. Mazzini riconosceva a Foscolo di aver dato inizio al dantismo romantico.
"L'Omero dei tempi moderni"
Un contributo venne da alcuni autori le cui opere ebbero vasta circolazione e incontrarono il gradimento di un pubblico più vasto. Nel suo Corinne ou l'Italie pubblicato nel 1807 Madame de Staël celebrò Dante come "l'Omero dei tempi moderni, poeta sacro dei nostri misteri religiosi, eroe del pensiero". Quanto a Byron, fu l'autore di, The Prophecy of Dante. Attribuiva a Dante, o meglio alla sua lucida descrizione dei mali dell'Italia del '300, una profetica anticipazione della decadenza che il paese avrebbe conosciuto e l'esortazione a risorgere per riconquistare la perduta libertà.
Fra gli scrittori italiani del periodo romantico che ebbero un ruolo centrale nella costruzione del mito dantesco un posto di primo piano va poi riconosciuto a Silvio Pellico. La tragedia Francesca da Rimini fece conoscere Pellico al grande pubblico e indusse Byron a farne subito una traduzione. L'opera, che rimase nel repertorio delle maggiori compagnie teatrali fino agli anni '70 dell'800, era intrisa di richiami patriottici capaci d'infiammare gli animi di coloro che assistevano allo spettacolo.
Anche Pellico scrisse una novella in versi, La morte di Dante, che fu inserita nella raccolta di 11 cantiche inedite da lui pubblicata nel 1837. Rivelava un evidente intento polemico verso quanti si affannavano a rileggere Dante in chiave neo-ghibellina. Il che iscrisse Pellico, a buon diritto, fra i primi e più autorevoli sostenitori di un uso politico di Dante a sostegno delle posizioni neoguelfe. Non è privo di significato che proprio negli anni '30 e '40, a mano a mano che l'utilizzo simbolico di Dante si diffuse nelle varie famiglie politiche del movimento risorgimentale, la Divina Commedia cominciò a essere percepita come un testo eversivo. Nel filone neo-ghibellino meritano infine un cenno quegli autori che presentarono Dante come un iniziato, come membro di sette e congreghe segrete.
Tre monumenti e un ritratto ritrovato
Mentre in Italia e in Europa rifioriva questo interesse per Dante, a Firenze si sviluppò una lunga e animata discussione su come dare il giusto tributo monumentale al divin poeta. La prima idea fu lanciata tra la fine del 1802 e il 1803, al momento stesso della sua fondazione, dalla Società degli amatori della storia patria, di cui era presidente Marco Lastri e segretario il marchese Gaetano Capponi. Il luogo prescelto, dopo aver scartato l'ipotesi di Santa Maria del Fiore, fu la basilica di Santa Croce. L'idea di un cenotafio dantesco nella chiesa che ospitava le "itale glorie" fu concepita dunque prima della composizione dei Sepolcri. Immediata fu l'eco della proposta e incondizionato il favore da essa suscitato. Il monumento, fu inaugurato il 28 marzo 1830.
Due figure allegoriche che circondano il sepolcro, la Poesia alla sinistra di Dante e l'Italia alla sua destra. Quanto al "Dante seduto in gesto pensoso e vestito con panneggi all'antica", occorre ricordare che "quell'immagine venne criticata, delusione per una rappresentazione del poeta poco rispondente ai caratteri specifici e allo stesso costume del tempo in cui egli visse".
Alcuni anni dopo, Firenze tributò un secondo omaggio scultoreo a Dante. Accadde nel 1842, quando una statua in marmo di Carrara raffigurante il poeta fu compresa fra le 28 che andarono a ornare il loggiato vasariano degli Uffizi.
Il viaggio dantesco
Oltre a Firenze nella prima metà dell'800 fu Ravenna a catalizzare l'interesse dei cultori del mito di Dante, attirati dal suo sepolcro. L’immagine di Byron che si toglieva riverente il cappello ogni volta che passava dinanzi alla tomba di Dante, quasi fosse una sorta di santo laico a cui dover rendere omaggio, lasciò una traccia duratura nella memoria collettiva dei ravennati. Numerosi viaggiatori stranieri, oltre a dar conto del fascino e della tempesta di emozioni suscitata da quel luogo, non mancarono di porre in risalto l'aspetto disadorno della tomba, indegna di un così grande personaggio.
Nondimeno, non vi è dubbio che Ravenna fosse diventata nel corso dell'800 una tappa obbligata del Grand Tour in Italia e che molta della sua forza attrattiva, malgrado tutti gli altri capolavori artistici e architettonici da essa posseduti, risiedesse proprio nel sepolcro dantesco. O, più in generale, nella possibilità offerta ai viaggiatori di visitare i luoghi dove il grande poeta aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita. Si sviluppò in Europa uno stile di viaggio di particolare richiamo per il turismo colto, il "viaggio dantesco": viaggiare sulle orme di Dante implica un viaggio nel viaggio, significa "porre il piede sull'orma impressa dal suo". Un simile viaggio segue un itinerario che tocca le principali città ed i luoghi dove egli visse e di cui parla nelle lettere e nelle opere.
Il centenario del 1865
Prove generali: la celebrazione di Galileo
Le celebrazioni dei "grandi italiani" messe in scena a fine '700 avevano individuato nel criterio topografico, e non in quello cronologico, la loro ragion d'essere. Si erano svolte, cioè, nei luoghi dove essi erano nati o morti, oppure dove avevano vissuto una parte significativa della loro vita, non nella ricorrenza della nascita o della morte. Nel 1821, per dire, il cinquecentenario della morte di Dante era passato quasi sotto silenzio. Soltanto a Roma, c'era stata una piccola cerimonia per festeggiare la ricorrenza. La prima volta in cui, nel caso di Dante, vi fu perfetta coincidenza fra criterio topografico e ricorrenza cronologica fu nel 1865, quando il 6° centenario della nascita del poeta poté essere degnamente celebrato nella cornice del nuovo Regno d'Italia.
Una sorta di prova generale dei festeggiamenti del 1865 andò in scena l'anno precedente a Pisa, dove si pensò di onorare Galileo Galilei nel 3° centenario della nascita. Lo Stato, l'università, il municipio: furono questi i tre enti pubblici che organizzarono l'evento pisano. L'assoluta marginalità dello Stato nell'organizzazione del progetto e nella copertura dei costi relativi, avrebbe trovato conferma nelle cerimonie dantesche del 1865.
Incarnare il simbolo dell’italianità
La principale differenza che balza agli occhi fra le celebrazioni galileiane del 1864 e quelle dantesche dell'anno successivo risiede nel fatto che, mentre le prime restarono limitate sostanzialmente a Pisa e a poche altre località, le seconde, pur avendo il loro epicentro a Firenze, assunsero una dimensione nazionale. In effetti i festeggiamenti coinvolsero in contemporanea tutte le principali città italiane, anche quelle, come venne sottolineato nei resoconti a stampa e nei discorsi ufficiali, che ancora si trovavano sotto il dominio austriaco oppure, come Roma, sotto quello pontificio.
Anche da questo angolo visuale Dante si prestava bene a incarnare il simbolo dell'italianità. Nel suo peregrinare in esilio aveva soggiornato in molte di quelle città. Vi fu anche chi propose che la festa dello Statuto, l'unica festa nazionale prevista dal calendario civile del Regno d'Italia, che si celebrava la prima domenica di giugno, fosse spostata al 21 maggio, ossia il giorno della nascita di Dante. Ma le istituzioni si guardarono bene dal dare seguito a questa idea, che rischiava di sottrarre alla monarchia sabauda il ruolo di simbolo unico dell'identità nazionale.
Tutte le celebrazioni furono frutto di iniziative locali promosse dai municipi, dalle associazioni culturali e da appositi comitati costituiti in quella circostanza. Fu pubblicato anche un "Giornale del centenario di Dante Alighieri", uscì un foglio che fu destinato alle classi popolari. Nel 1860, piazza della Signoria, trasformazione della piazza in un "Pantheon italiano" con Dante come capo: Sotto ciascun arco sul davanti verrebbe inalzata una statua rappresentante uno degli illustri italiani; nel centro della Piazza torreggerebbe l'immagine colossale del Poeta come patrono del luogo; il piedistallo sarebbe adorno di bassi rilievi esprimenti le tre Cantiche della Divina Commedia, e in fronte verrebbe apposta la semplice epigrafe A DANTE ALIGHIERI L'ITALIA UNITA: MDCCCLX. Alla fine, il solo omaggio di natura architettonica e monumentale realizzato a Firenze nel 1865 fu la statua di Enrico Pazzi, scoperta dal re Vittorio Emanuele II.
-
Riassunto esame Storia della comunicazione politica, Prof. Conti Fulvio, libro consigliato Italia immaginata. Senti…
-
Riassunto esame Storia della comunicazione politica, Prof. Conti Fulvio, libro consigliato I manifesti politici. St…
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Conti Fulvio, libro consigliato Lo Stato sociale , Conti
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Conti Fulvio, libro consigliato Lo Stato sociale , Conti