Introduzione
Il Macbeth di Shakespeare è stato oggetto di diverse rivisitazioni, si ricorda in particolare la tragedia di Shakespeare, il melodramma di Verdi e il film di Welles. I nomi di chi ha rivisitato il testo sono innumerevoli e spaziano dalla cronaca storiografica di Holinshed, dalla quale Shakespeare ha preso ispirazione per la narrazione degli eventi storici del tempo, traduzioni più o meno letterali (Leoni, Hugo), coreodrammi (Clerico, Galeotti), melodrammi, film, composizioni musicali e figurative, esplicitamente ispirate oppure in modo più velato.
Si assiste alla presenza di molteplici opere, codici e linguaggi che formano un intertesto, un apparato in cui da un testo si generano altri testi che a loro volta contengono e sono influenzati dai testi circostanti, si presentano come un nuovo tessuto di “vecchie citazioni”, c’è sempre il precedente linguaggio prima ed attorno al testo. La relazione tra i testi non segue solamente l’onda dell’influenza ma anche la presenza di un campo generale di formule anonime e soggettive, che vanno oltre alla derivazione localizzabile che assicura al testo lo statuto di una non riproduzione bensì di una produttività: un testo non riproduce un altro testo ma è un prodotto autonomo, riattiva in tutto o in parte i testi che sono in esso disseminati e a sua volta sarà disseminato nei testi contemporanei/successivi.
Se si prova a distinguere il testo dall’opera si considera l’opera come un oggetto finito e computabile che occupa uno spazio fisico (spazio del libro nella biblioteca), mentre all’interno dell’opera si può affermare invece che ci sia o non ci sia il testo. Il Macbeth di Shakespeare può essere definito secondo il termine eterogeneo del linguaggio per quanto riguarda il supporto (libro, pellicola o film), alle evenienze storico-sociali che lo hanno prodotto. Resta comunque il fatto che sia un linguaggio e senza un altro linguaggio non può esistere. Il testo si mette alla prova attraverso un lavoro che ha come obiettivo l'idea di un lavoro infinito.
Le tre versioni del Macbeth analizzate saranno quindi discendenti da un unico testo e va oltre al modo di presentarsi (musica, cinema) e verte attorno ad un numero ristretto di nuclei semantici organizzati in strutture antitetiche (in contrasto, opposizione) tra cui:
- Realtà VS desiderio;
- Coscienza VS incoscienza;
- Lucidità VS follia;
- Naturale VS sovrannaturale.
Il lavoro concettuale che riguarda le tre opere prese in considerazione secondo dei criteri arbitrari:
- Livello sonoro, i suoni non vengono considerati più come solo fonemi (unità per determinare il tempo) ma vengono considerati come movimenti pulsionali che trasmettono l’irrazionalità del profondo e danno voce alle forme dell’inconscio.
- Le unità semantiche considerate non solo come monemi ma anche come “alberi di associazione” nei quali coesistono diversi significati quindi creando un meccanismo che apre le antitesi sul significato, cambia elementi correlati e regola l’interazione semantica tra senso e forma dell’opera in considerazione e delle altre opere (frasi musicali nel melodramma, parole nella tragedia).
- Concatenazione delle unità semantiche in sintagmi (strutture linguistiche formate da una o più parole all’interno di una frase o proposizione) di cui importa l’azione che si innesca dal concatenarsi di senso compiuto di unità testuali all’interno dell’opera sia dell’intertesto.
- Strategie discorsive comportate dai diversi media che ci sollecitano ad andare oltre alla leggibilità dell’opera seria e intransitiva e fornendo una pluralità di logiche atte a fornire un’interpretazione che non per forza pretenda di dare un senso all’opera ma che valuti quale tipo di pluralità persista maggiormente (sensi, rapporti).
Attraverso questa prospettiva si attenuano le distinzioni tra generi ed arti, le opere non sono più semplici messaggi o enunciati (prodotti finiti), bensì diventano produzioni attraverso le quali il soggetto (attore e lettore) continua a dibattersi. Nelle tre “versioni” del Macbeth prese in considerazione si affronta continuamente la questione tra lettura e scrittura, portando alla conclusione che nessuna delle due prevale sull’altra ma entrambe oscillano. Vengono riuniti tratti dell’interpretazione con citazione e trasposizione, l’autore-lettore decifra e produce linguaggi. Il testo non viene più concepito come un qualcosa di fatto e finito ma come un testo nel quale si cerca di andare a cercare la verità ed in breve il senso. Il soggetto si sposta e disfa “come un ragno nella tela”, l’eccedenza del senso all’interno dello spazio creativo nel quale il soggetto-ragno si rivela si muove, guarda non tutto quello che vede. L’opera registra immagini e cattura messaggi talvolta indecifrabili: si forma come un supporto dove si depositano la materia ovvia e la materia del notato ed inconscio, ciò che può essere oggetto di un processo conoscitivo reso possibile da una momentanea distrazione del soggetto. Le parole, suoni e immagini si susseguono con un flusso ininterrotto e alimentato dal triplice testo (Shakespeare, Verdi, Welles), persiste un linguaggio nel quale verosimile e fantastico, estetico e indicibile si mescolano, regolato dalla legge neoplatonica nella quale coincidono gli opposti.
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