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Storia dei processi comunicativi e formativi

Ci sono delle immagini che tutti noi abbiamo in testa e che fanno parte del nostro bagaglio di conoscenza, a prescindere della vera conoscenza che si abbia di esse o meno. Il nostro corso ragiona sul tema della memoria, rielaborando la comunicazione attraverso le varie epoche. Ciò che noi oggi percepiamo come ovvio, non è stato assolutamente ovvio nel passato. Ciò che oggi la comunicazione e le conoscenze hanno portato a certezza, sono elementi che non erano dati per ovvi nel passato. Studieremo quei processi di comunicazione e conoscenza che creano i cosiddetti quadri di memoria generale, cioè i saperi che condividiamo con il resto della comunicazione e che abitano nella nostra testa fin dalla nascita, venendo percepiti come conoscenze via via che andiamo avanti con il nostro percorso.

Percorsi storico-educativi della memoria europea

La Shoah nella società italiana

  • Politica della memoria: istituti, musei e memoriali 1945-2013

Faremo un'analisi critica dei luoghi di memoria come i musei, i memoriali, le fondazioni, le mostre che sono sorte per documentare, commemorare e diffondere la conoscenza dello sterminio nazi-fascista. Indagare le politiche della memoria permette di verificare l'emersione di temi e contesti di interesse nello spazio pubblico e verificare anche le modalità utilizzate per la diffusione dei messaggi prescelti. È la politica della memoria che orienta e contemporaneamente viene orientata dal discorso politico su "che cosa scegliere di ricordare nella nostra comunità". “Di che cosa fare memoria?”, “Secondo quali criteri?”, “Attraverso quali messaggi, luoghi e strumenti della formazione?” e “per quale scopo?”. Dobbiamo analizzare il tipo di informazione che è stata diffusa e se questa abbia avuto ricadute nell'ambiente formativo-educativo.

Oggi il termine "Shoah" viene spesso utilizzato come sinonimo dello sterminio razziale, ma la sua emersione come elemento specifico di questa pagina di storia non fu immediata; nel tempo presente, la Shoah rappresenta un evento studiato e riconosciuto che occupa un suo specifico spazio nelle politiche della memoria e negli Holocaust Studies; una centralità con cui le politiche della memoria continuano a confrontarsi rielaborando continuamente questo concetto a livello culturale e di conseguenza anche a livello formativo.

Auschwitz

Nell'immediato dopoguerra, il luogo che rappresentò il centro della Shoah, non narrava dello sterminio degli ebrei nelle mostre che cominciarono ad essere organizzate in quell'area. Un esiguo numero di prigionieri del campo di Birkenau aveva la speranza di poter trasformare il lager in un sito della memoria in cui narrare le storie di chi non era sopravvissuto. Nel primo dopoguerra, l'attenzione del nuovo governo polacco era tutta assorbita dal tentativo di celebrare la sofferenza subita dal proprio popolo sotto il dominio nazista e la figura del prigioniero dei lager era rappresentata come quella di un eroe combattente. Storia che veniva proposta a livello internazionale: “patriottismo polacco” dimostrato dalla resistenza opposta al nazismo anche all'interno dei lager, il “socialismo” come ideologia opposta all'imperialismo che aveva generato il nazismo e la “fede cattolica” che aveva guidato il popolo polacco verso la salvezza.

Auschwitz non fu immediatamente messo sotto tutela e nella Polonia che attraversava una pesantissima crisi economica (1945-1946) molti dei materiali presenti in quel luogo furono riutilizzati altrove. Inoltre la popolazione polacca quando fece ritorno alla ricerca delle proprie abitazioni e non trovando più niente, spesso alloggiò all'interno delle strutture stesse dell'ex lager. In quegli anni, allo stesso tempo, si affermava la necessità di valorizzare la memoria conservando l'aspetto di quei luoghi, ma allo stesso tempo si palesava l'incapacità di farsi carico della manutenzione del sito da parte dello Stato. Nel 1947 la Polonia sanciva per legge che gli edifici del campo di concentramento di Auschwitz fossero preservati per farne un luogo di memoria e che sorgesse il museo statale di Oswiecim (il nome polacco della città).

I primi a lavorare all'interno del museo furono gli stessi sopravvissuti ad Auschwitz, il quale era il primo museo di quel genere in Europa. Il problema era cosa fare emergere di tutta la vicenda della deportazione e dello sterminio, e quali percorsi di conoscenza proporre ai visitatori. La prima mostra organizzata nel museo proponeva due elementi centrali: lo sterminio polacco e quello ebraico. Le vicende del popolo ebraico all’inizio erano presentate come fattore fondante di Auschwitz, da narrare in molteplici sale del percorso proposto. Tre mesi dopo, il racconto dello sterminio degli ebrei era stato sensibilmente ridotto e narrato in una singola sala intitolata "lo sterminio dei milioni", senza riferirlo ad un gruppo specifico. L'interesse era rivolto in particolare modo alla presenza tra i deportati di tutti i gruppi sociali. In quei primi anni, non si affermava la centralità dello sterminio ebraico all'interno di Auschwitz perché utilizzare nuovamente categorie adoperate dai nazisti, in quel particolare momento storico in Polonia, era interpretato come la riproposizione di classificazioni razziste. Il museo doveva diffondere i valori di libertà, pace e democrazia ai quali veniva opposto l'imperialismo occidentale. Il lager doveva essere immagine di lotta e vittoria della resistenza polacca. La sala dedicata alla questione ebraica fu eliminata e la Shoah fatta rientrare all’interno del tema dello sterminio di tutta la popolazione del campo.

Nel 1953, alla morte di Stalin, si avvicinava anche il decennale della liberazione del lager e la mostra fu totalmente ripensata. In quel momento si cominciava a descrivere la sofferenza degli internati e non più soltanto l'eroismo di chi resistette. Cominciava ad essere inserito anche il concetto di "vittima inerme". Di "olocausto degli ebrei" si parlava, ma non gli si conferiva alcuna eccezionalità, neppure dal punto di vista numerico delle vittime in Auschwitz: ebrei e non ebrei erano accomunati sotto il medesimo destino di morte.

Gli anni Sessanta segnarono una maggiore apertura del museo a livello internazionale e nell'aprile del 1968 l'esposizione "Il martirio e la lotta degli ebrei. 1933-1945" doveva avere il compito di migliorare la reputazione del governo polacco in riferimento alla pesanti accuse di antisemitismo indirizzata alla Polonia. L'obiettivo della mostra della '68 era comunque quello di avvicinare il destino dei due popoli accomunati dalle persecuzioni e dallo sterminio, ma nel percorso interno del museo di Oswiecim, il contesto della Shoah ebraica veniva legato ad altri luoghi di sterminio e non ad Auschwitz; le critiche furono durissime, ma si palesava almeno un elemento importante: lo sterminio degli ebrei non poteva più essere taciuto.

Gli anni Settanta si aprivano con la messa celebrativa nell'ex lager per la beatificazione del padre Massimiliano Kolbe, un prigioniero politico polacco diventato martire; l'evento richiamò una numerosa partecipazione e preoccupò l'Urss. Nel 1979 Giovanni Paolo II celebrava, primo Papa ad aver visitato il lager, la sua messa di fronte a circa un milione e mezzo di persone trattando all'interno dell’omelia la vicenda di Massimiliano Kolbe, ma richiamando l'attenzione anche sulle figure di Edith Stein e sullo sterminio ebraico. Questo fu un messaggio importante di riconciliazione della Chiesa cattolica con l'universo ebraico: gli ebrei furono descritti dal Papa come le massime vittime del nazismo.

Gli anni Ottanta in Polonia dal punto di vista della politica della memoria all'interno del museo di Oswiecim furono caratterizzati dalla sempre maggiore apertura verso l'internazionalizzazione del luogo simbolo dello sterminio razziale. Con la caduta del muro di Berlino l'azione culturale del museo si distaccava definitivamente dall’autoreferenzialità legata al ruolo polacco nelle vicende della guerra e mostrava una maggior capacità di diffusione e confronto con le nuove ricerche storiche internazionali.

Ogni governo nazionale ha dovuto prima o poi confrontarsi con questo elemento della memoria collettivo esprimendo che posto riserva al “concetto ed al simbolo di Auschwitz” nella propria agenda politica. Auschwitz resta in definitiva un elemento politico che ciascuna nazione lega alla formazione della cittadinanza e dunque, di riflesso, la scuola.

Il memoriale Yad Vashem

La Shoah rappresentò un tema che fu immediatamente discusso all'interno delle comunità ebraiche. La prima ipotesi di realizzazione di un luogo in cui fare memoria delle vittime ebree dello sterminio razziale era stato espresso già nel settembre del 1942. Il progetto del memoriale andò progressivamente a convergere nell'espressione “Yad Vashem” che significa "un memoriale, un nome”. Il progetto doveva essere quello di ridare un nome una memoria ad ognuno dei 6 milioni di ebrei annientati e resi soltanto numeri ed anonime vittime dalla politica di sterminio razziale nazista. Nel giugno del 1946, Yard Vashem aveva già aperto un ufficio a Gerusalemme ed uno a Tel Aviv, mentre si stava muovendo la macchina burocratica internazionale che avrebbe portato alla nascita dello Stato d’Israele.

Nel 1953 ci fu la legge che istituiva l'Autorità per la Memoria dei Martiri e degli Eroi della Shoah insieme alla sua sede/museo cioè il memoriale di Gerusalemme. Il centro simbolo di Yard Vashem è l'archivio centrale costituito da uno spazio organizzato per raccogliere 6 milioni di schede, mentre ne presenta concretamente solo 2 milioni corrispondenti all'identità di quelle vittime della Shoah cui si è riusciti a fornire un nome, una storia e dunque una memoria. All'esterno si trova il giardino dedicato ai Giusti tra le Nazioni cioè a quelle persone che, in 44 differenti paesi, salvarono la vita altrui a rischio della propria: per ogni Giusto è piantato un albero di carrubo che è considerato "l'albero dell'altruismo" poiché da frutto solo dopo settant'anni. Il Giardino dei Giusti fu edificato nel 1960 per volontà di Moshe Bejski, un ebreo salvato da Oskar Schindler nel campo di concentramento di Plaszow in Polonia: l’albero dedicato a ciascun eroe non-ebreo ha fatto nascere prima un viale, poi un giardino ed oggi, per mancanza di spazio, muri che onorano il nome di un Giusto attraverso un’incisione.

Al suo interno troviamo la sala della Rimembranza nella quale dei fuochi ardono sopra le lastre di quella che è la topografia dell'orrore, costituita dai nomi dei luoghi in cui sorsero i campi di sterminio. Il memoriale dedicato ai bambini propone invece un luogo buio illuminato dalla luce fievole delle candele, 1 milione e mezzo di luci a ricordare il numero delle piccole vittime della Shoah di cui una voce scandisce nome, anno di nascita e luogo. Yad Vascem, con il suo archivio documentale, ma anche con la sua potente carica emotiva e del suo simbolismo, ha aperto al pubblico nel 1957. L’obiettivo era quello guardare negli occhi le persone; non c'erano 6 milioni di vittime, ci sono stati 6 milioni di singoli omicidi.

Lo slittamento dell'attenzione dal destino del gruppo al destino del singolo, così come proposto attualmente nel percorso museale dello Yard Vashem, rappresenta oggi un paradigma di approccio alla Shoah che ha caratterizzato gli anni Duemila a livello mondiale; un passaggio dal mero piano documentale a quello del coinvolgimento a livello emotivo. La storia di Israele e dei suoi legami con la Shoah, anche attraverso gli strumenti dello Yard Vashem, continuano ad essere tema di un vivo dibattito. Zertal mette in guardia circa la centralità della Shoah nella costituzione dell'identità nazionale israeliana; una condizione che sottolinea un uso pubblico della tragedia subita dagli ebrei d'Europa, oggi adoperata per soffiare sul fuoco di un esasperato e violento nazionalismo israeliano. Benoussan rifiuta il ruolo della Shoah come motore in grado di generare e giustificare l'esistenza dello stato di Israele. Quest’ultimo, secondo lui, rappresenta già l'obiettivo delle secolari politiche culturali legate agli ambienti sionisti, assai prima ed indipendentemente dal verificarsi della Shoah; in questo caso il richiamo alla Shoah come elemento fondante per il riconoscimento dello Stato rappresenterebbe un uso pubblico della storia posta al servizio delle contrapposizione politiche odierne. Entrambe le posizioni evidenziano la necessità di definire il pericolo di un uso pubblico della storia del genocidio ebraico, per non dar vita ad una formazione e ad una educazione su questi temi che rischia di avallare nuovi nazionalismi, piuttosto che l'affermazione di diritti fondamentali universalmente riconosciuti. Una Shoah da conoscere.

Dagli anni Novanta, tutti gli enti legati al tema della memoria si sono comunque dotati di una propria struttura formativa a diretto contatto con le scuole a livello nazionale o internazionale, segno evidente che l'interesse per la modalità di diffusione della memoria di questi eventi si esprime in prima istanza a livello formativo-educativo.

Adolf Eichmann

Il processo di Eichmann, svoltosi a Gerusalemme nel 1961, ebbe un ruolo decisivo nel porre la questione della Shoah e del genocidio al centro dell'attenzione internazionale e nell'introdurre ulteriori riflessioni a livello culturale e politico. Eichmann era l'uomo che aveva organizzato con spasmodica cura i convogli per la deportazione degli ebrei d'Europa verso i campi di sterminio. Alla caduta del nazismo, Eichmann era fuggito dalla Germania e tramite documenti falsi che ne attestavano la nuova identità rispondente al nome di "Riccardo Klement", si era rifugiato in Argentina. Era dunque assente tra gli imputati al processo di Norimberga. La cattura avvenne ad opera del Mossad israeliano grazie ad una fortuita informazione giunta ai servizi segreti dopo che il figlio di Eichmann aveva lasciato trapelare il vero nome della propria famiglia, proprio in presenza di una famiglia ebrea scampata alla Shoah. Nel 1960 fu segretamente prelevata da Buenos Aires e portata a Gerusalemme per il processo. Erano passati 15 anni dal processo di Norimberga e il processo Eichmann riapriva il confronto con la necessità di valutare a livello giuridico le responsabilità dei gerarchi nazisti in merito al genocidio di milioni di esseri umani; inoltre era il primo processo ad un criminale nazista che si svolgeva in Israele.

La difesa di Eichmann descrive l'imputato come un semplice burocrate costretto da un regime dittatoriale a partecipare al massacro di popolazioni considerate "vite non degne di vita”; quindi l'impossibilità di sottrarsi al compito previsto e dunque la negazione di ogni responsabilità personale. Eichmann fu impiccato il 31 maggio del 1962 presso la prigione di Ramleh (Tel Aviv). L'evento, di portata storica, fu seguito anche da Hanna Arendt come inviata per l'organo di stampa "New Yorker" e le sue riflessioni sul processo e sull'imputato portarono alla successiva stesura, nel 1963, di "La banalità del male”. Il contesto della Shoah, descritto come il male assoluto e non rappresentabile, in confronto con l'immagine di quell'uomo banale e comune che era stata al centro dell'organizzazione dello sterminio di milioni di persone e che in quel momento rifiutava qualsiasi responsabilità personale, permise, tramite le parole della giornalista, una diversa percezione dell'evento storico: vi erano stati coinvolti uomini e donne mediamente normali (non dei pazzi o dei sadici) che non erano separati dal presente da alcun fossato che distinguesse l'odierno dalla malvagità estrema del passato; il lato più spaventoso del genocidio messo in atto era in definitiva rappresentato proprio da quella normalità e da un’organizzazione sociale rimasta inalterato rispetto al presente.

Nel 1978 Carter, presidente degli Stati Uniti, affidò a Wiesel, scrittore e sopravvissuto della Shoah, la presidenza della Commissione per l'Olocausto, con il compito di valutare la modalità di realizzazione di un memoriale statunitense dedicato alle vittime del genocidio nazista. Nel 1979 quella commissione di 34 membri consegnava il proprio rapporto al presidente degli Stati Uniti. Dalla lettura del documento, dopo un’introduzione della necessità ed il dovere della memoria dell'Olocausto negli USA, emergono gli obiettivi di lavoro che furono proposti e successivamente realizzati: la costruzione di un museo memoriale a Washington: la presenza di una fondazione interna al museo che si dedicasse al lavoro educativo e formativo sulla memoria; la creazione di una Commissione di coscienza che oggi è confluita nel Centro per la prevenzione del genocidio; la proclamazione di un Giorno della Memoria a livello nazionale ed internazionale. La commissione si era dedicata anche al pesante lavoro di visita delle aree in cui erano avvenuti gli eccidi e lo sterminio, denunciando come in molti luoghi, soprattutto nei paesi dell'est, i monumenti pubblici eretti a memoria del genocidio, non citassero gli ebrei tra le vittime: era il caso di Babi Yard, nei pressi di Kiev, dove nel 1941 sono stati uccisi ottantamila ebrei (la stele eretta non faceva memoria di questo). La questione della memoria e in particolare del ruolo della Shoah stava attraversando un momento decisivo e la discussione intorno alla nascita del museo di Washington ebbe l’effetto di attivare un dibattito serrato. La Shoah aveva rappresentato il centro del progetto di sterminio razziale nazista e la commissione presieduta da Wiesel prese una posizione netta in proposito. L'Olocausto era corrispondenze e sovrapponibile alla Shoah ebraica.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

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