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Fuori e dentro il Parlamento: rappresentanza e lotta politica nell'Italia liberale

Introduzione

Camera elettiva: nobiltà, proprietari terrieri e ceti borghesi. Varie borghesie, per il carattere regionalista e il radicamento negli antichi Stati preunitari, aspetto questo che doveva inevitabilmente avere un peso nella formazione delle maggioranze parlamentari. L'esperienza di Cavour aveva segnato la trasformazione della monarchia limitata in monarchia parlamentare, ponendo al centro delle dinamiche politiche la camera rappresentativa, cui il governo era legato dall'istituto della fiducia.

Trasformazione parziale, dovuta alla personalità del Conte. Vittorio Emanuele II era desideroso di far pesare di più il suo ruolo, per la lettera statutaria, il re non solo regnava, ma esercitava funzioni di governo e legislative.

Bettino Ricasoli: dominus del 1859 in Toscana con la carica di governatore e traghettatore dell'ex Granducato nel Regno di Sardegna, non vantava però una vera esperienza parlamentare e tantomeno era stato artefice di accordi e di formazione del consenso in una camera rappresentativa. La Camera gli appariva come la voce della volontà politica della nazione, ma l'alta concezione dell'unicità di comando e del potere decisionale, insieme all'insofferenza per il compromesso e per le trattative fra i gruppi politici e i singoli (astuzie), ne facevano un soggetto poco adatto a organizzare e dirigere la maggioranza nella camera bassa.

L'attivismo del sovrano e l'esistenza del partito di Corte condizionarono i primi governi unitari e introdussero nel sistema un fattore di debolezza e di opacità. L'assenza di partiti politici organizzati e di una forte leadership creò spazi di manovra per le informazioni regionali liberali, afflitte dalla mancanza di una condivisa piattaforma programmatica. La Destra storica di impronta conservatrice. Problemi dell'integrazione dell'ex Regno delle Due Sicilie rappresentarono una delle maggiori criticità per il nuovo Stato.

Ricasoli liquidò il problema del brigantaggio considerandolo frutto inevitabile delle circostanze, sicuramente destinato a svanire col tempo. La presa d'atto del problema avvenne nel 1862, quando fu istituita una Commissione parlamentare d'inchiesta, la prima in assoluto, nasceva con l'accorta regia dell'esecutivo, governo Farini-Minghetti, servire a preparare il clima per una legge che riconducesse la repressione del brigantaggio dal potere militare a quello civile. L'obiettivo era quello di porre fine all'immagine di uno stato d'assedio permanente in molte realtà del Mezzogiorno. Il ruolo cruciale e ingombrante dei militari, che si sentivano i più autentici tutori della raggiunta unità e non volevano cedere terreno in ambiti ritenuti di loro esclusiva competenza.

La Commissione chiese investimenti e lavori pubblici, per l'assorbimento della disoccupazione, piena applicazione ebbe la risposta di ordine repressivo, assecondando richieste provenienti dalla stessa classe dirigente meridionale.

L'annessione del Veneto e il completo riconoscimento internazionale del Regno d'Italia, anche da parte dell'Impero asburgico, posero all'ordine del giorno, nella seconda metà degli anni '60, l'emergenza finanziaria e l'adozione di misure capaci di arginarla, sia pure a prezzo di durissimi sacrifici, specie per le classi più povere. L'imposta sulla macinazione dei cereali entrava in vigore il 1° gennaio 1869, determinando in molti luoghi proteste, disordini e talora aperte e violente sommosse. Si preferì attribuirne promozione e responsabilità pressoché esclusive ai nemici dell'unità, ovvero ai sostenitori delle dinastie spodestate e ai militanti repubblicani. Localizzate per lo più in Emilia, Romagna, Veneto e Lombardia, facevano emergere la precarietà estrema delle condizioni di vita in alcune campagne.

La distanza fra paese legale e paese reale ne usciva confermata. Nel 1869 le istituzioni parlamentari erano scosse dal primo grande scandalo dell'Italia unita, quello della Regia dei Tabacchi. In questo quadro le vicende dell'ultimo scorcio della vita di Francesco Guerrazzi, antico direttore della Toscana democratica nel 1849 e nemico di Ricasoli, coinvolto con il nipote in traffici e processi per gestione di miniere e speculazioni finanziarie, confermavano la diffusione di certi comportamenti anche nella Sinistra. Cavallotti più volte gli scrisse per esprimere ammirazione e chiedere pareri politico-letterari. Il centralismo amministrativo e il carico fiscale, così come i grandi temi di politica economica, furono le cause principali alla base della sua caduta.

La rivoluzione parlamentare del 1876

La rivoluzione parlamentare del 18 marzo 1876 può essere considerata l'unico episodio di ricambio integrale della classe di governo nella storia dell'Italia liberale. Al pari della Destra, la Sinistra restava uno schieramento composito in cui conflittualità intestine e rivalità personali impedivano di fatto la realizzazione del grande progetto riformatore presentato al paese nel 1876. Nuova legge elettorale (Zanardelli, 1882): allargamento del suffragio, collegio plurinominale e élites scrutinio di lista. Si pensava di agevolare politiche alternative a quelle tradizionalmente detentrici del potere.

Di fatto la traduzione dei voti in seggi si ispirava alla logica maggioritaria (venivano eletti i candidati più votati), con poche concessioni alla rappresentanza delle minoranze e con lo sbarramento del voto limitato. In assenza di partiti politici organizzati sul territorio, ne derivavano liste contrapposte non necessariamente omogenee. Mancava, sia a destra che a sinistra, una struttura organizzata secondo moduli di moderna forma partito.

La Destra più sensibile a riconquistare posizioni di potere perdute che ad affermare una propria identità come soggetto autonomo alternativo alla Sinistra al potere, temeva un processo inarrestabile di politicizzazione dei cittadini di ogni status sociale, con inevitabile ridimensionamento del suo peso. Ne derivò l'accettazione della prospettiva del compromesso con la forza detentrice del potere d'indirizzo politico.

Il mondo liberale

Il mondo liberale venne a porsi come l'unica forza politica legittimata all'esercizio del potere esecutivo. La convergenza al centro di Sinistra e Destra determinava la formazione di un fronte unitario a difesa dell'assetto politico vigente contro le forze percepite quali anti-sistema: clericali, radicali, repubblicani, internazionalisti e socialisti. L'Extrema Sinistra era minata al suo interno da conflittualità ideologiche. Martelli esemplificava bene i cambiamenti in atto nel mondo democratico, fra adesione all'Italia notabilare e nuovi metodi di azione politica dal basso. Un campo privilegiato era quello della promozione di monumenti celebrativi dei grandi eroi del Risorgimento come Garibaldi, pedagogia patriottica e alfabetizzazione politica per le masse.

Si produceva una chiusura al partito politico, avvertito come fattore di manipolazione della volontà degli elettori e vulnus alla potestà di selezionare le candidature. In parlamento continuavano aperma.

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

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