Fase della restaurazione
La fase della rivoluzione francese è il punto fondamentale per la storia europea perché la società che ne emerge è profondamente mutata; la società dell’antico regime è infatti caratterizzata dalla disuguaglianza tra i cittadini (in Francia, ad esempio, solo il terzo strato pagava le tasse) e da una mobilità di carattere orizzontale (il contadino restava tale e non poteva ambire a nulla di diverso, come dimostra la Francia di Luigi XIV). Quella dell’antico regime è quindi una società molto statica dove c’è un’influenza predominante del potere del trono su quello dell’altare questo perché, stato e chiesa erano due poteri che si sostenevano a vicenda, infatti la rivoluzione francese avvia questo processo, facendo ridimensionare il potere della chiesa. Questa è una società dove c’è un potere dei sovrani assoluti, svincolati da qualsiasi limite e qualsiasi riferimento costituzionale (eccetto quella inglese perché tutte le altre monarchie europee si basano su un diritto divino).
C’è una rivendicazione del potere non per volontà della nazione dato che non ci sono carte che stabiliscano quali siano i poteri della monarchia -e una prima di produzione normativa si avrà solo all’indomani della rivoluzione francese, subendo l’influenza del pensiero di Rousseau. Qui si vanno ad affermare i poteri del popolo ma anche a regolare il potere della monarchia che non è più senza alcun limite. Tale passaggio è fondamentale perché si viene a fondare il sistema costituzionale ottocentesco che conosciamo anche oggi, almeno per alcuni elementi.
Caratteristiche dell'antico regime
Cosa importante da aggiungere sull’antico regime è che il potere assoluto non era propriamente tale perché nella Francia di Luigi XIV ci si doveva confrontare con nobiltà e clero e con questi il sovrano doveva condividere la gestione del potere (cosa dovuta all’origine feudale del loro potere e anche all’influenza economica). In un contesto del genere vi erano anche poteri parcellizzati sempre di stampo feudale come le corporazioni o anche delle città che avevano delle esenzioni fiscali di stampo sempre feudale, quindi la società dell’antico regime si identifica come strutturata attorno alle monarchie assolute che non sono però propriamente tali e ciò spiega il ruolo che hanno avuto in Francia alcuni cardinali. In questa società non c’erano correnti di carattere politico, la lotta politica ruota attorno a delle contrapposizioni di carattere personale.
Questa situazione cambia all’indomani della rivoluzione francese dove si affermano gli ideali di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, portando conseguentemente allo sviluppo delle carte costituzionali fondate su un sistema di natura rappresentativa, su una mobilità che non è di carattere orizzontale ma anche di carattere verticale (durante l’impresa napoleonica questa viene sostenuta soprattutto dalla borghesia). C’è anche una lotta di potere tra ceti emergenti che sostengono l’idea dei rivoluzionari e altri che invece sostengono l’antico regime e le monarchie assolute per i privilegi che ne traevano.
Il potere del clero viene poi messo in discussione, quindi una profonda trasformazione rispetto all’assetto politico precedente che impatta sulla società europea che, in quel periodo, era fondamentalmente statica e che aveva subito un primo mutamento solo grazie alla rivoluzione industriale e ai mutamenti che ne sono derivati, trasformandone totalmente la società. Questo mutamento impatta su una società ancora fondamentalmente agricola e tradizionale quindi attaccata a determinati lavori e valori, come la fedeltà al clero e la legittimità dinastica; era una società monolitica e statica dove diversi mutamenti creano delle spaccature di carattere politico: alcuni guarderanno con sospetto infatti le trasformazioni della rivoluzione francese mentre altri no ma molto spesso ci saranno dei fenomeni di reazione contraria agli ideali rivoluzionari come in Italia o in Francia (rivolta della vallea).
Effetti del periodo napoleonico
Altro aspetto riguarda il potere dello stato e i poteri “intermedi” (clero e nobiltà) che sotto Napoleone vengono fortemente modificati, infatti i possedimenti del clero vengono confiscati dallo stato; c’è un rimescolamento durante il periodo napoleonico che fa sì che alcuni privilegi precedenti vengano totalmente aboliti e amplino le competenze dello stato, dato che servivano uomini per poter portare avanti lo sforzo bellico e razionalizzare la macchina amministrativa, considerando che i compiti sono aumentati, esempio: l’attività di cura dei bisognosi era appannaggio della chiesa ma poi diventa compito dello stato stesso. Si assiste ad un accentramento dei poteri dello stato.
Dopo la caduta di Napoleone si cerca di restaurare i poteri intermedi pur essendoci un apparato statale molto più razionalizzato e accentrato, situazione della quale approfitterà il sovrano per accentrare su di sé un potere maggiore rispetto a quello che aveva prima. Dopo la sconfitta di Waterloo si perseguono i principi di legittimità (ridisegnazione della cartina d’Europa nella quale alcune monarchie verranno ricompensate con dei territori), quindi ripristinazione delle vecchie monarchie e verrà a costituirsi la protezione dello status quo che si avvale del principio di legittimo intervento nei vari stati per sopprimere le diverse rivoluzioni che attraverseranno tutto il continente europeo (utilizzata in epoca più moderna dall’ONU per intervenire in diverse situazioni).
Tutti i valori che la rivoluzione francese e Napoleone hanno esportato in tutta Europa non scompaiono ma si legano al romanticismo, infatti molti stati cercheranno di sviluppare una propria identità nazionale attraverso una serie di rivoluzioni (Belgio, Grecia, Italia, Germania o anche Norvegia rispetto alla Danimarca). Il principio di nazionalità si sviluppa proprio in un contesto di stato formato da cittadini che si riconoscono in lingua o altro, ed opera anche oggi perché ha contagiato in qualche modo anche il mondo arabo. Ciò che non viene meno è anche la struttura amministrativa che lo stato ha e quindi i monarchi si trovano inizialmente in difficoltà perché pensano di sostituirli con i consiglieri ma si rendono conto che questi non sono all’altezza del compito e si vedono costretti a chiamare proprio i borghesi che avevano costituito l’ossatura dei governi napoleonici -personale che veniva considerato infido. Altra importante caratteristica del periodo è la presenza di un forte apparato poliziesco per reprimere qualsiasi forza rivoluzionaria -tipico negli stati restaurati.
Fase risorgimentale
La restaurazione messa in atto dopo le sconfitte napoleoniche presenta, nella pratica, numerose difficoltà non solo per la conduzione della macchina amministrativa statale ma anche per l’ideologia e per i valori che erano stati portati avanti come il tema delle nazionalità, infatti tra gli anni ‘30 e ‘60 ci sono altri nuovi stati che nascono nel continente europeo mentre scompaiono imperi e repubbliche che avevano avuto una potenza prolungata nei secoli. C’è un rivendicamento delle costituzioni, di una maggiore partecipazione nella vita politica e si avvia un processo che punta alla costituzione di stati nazionali, tematica che emerge sin dagli anni ‘20 (problemi di elevata tassazione da parte delle monarchie per far fronte ai nuovi compiti dello stato). C’è anche una volontà di rivendicare guarentigie di carattere costituzionale o liberale come accade in Spagna dove si chiede il ripristino della costituzione di Cadice ma sconvolgono, nel 1820, anche il regno delle Due Sicilie, dove Ferdinando I deve accettare una carta costituzionale.
In tutti questi sollevamenti gli elementi fondamentali sono le forze armate perché molti degli esponenti che ne facevano parte avevano combattuto al financo dei Napoleonici ma ad alimentare i moti del ‘20 e del ‘30 c’è soprattutto la carboneria che era stata presente durante il periodo della rivoluzione francese ed era fortemente presente anche negli stessi eserciti. La vicenda del ’30-‘31 segna però la fine del momento ascensionale della carboneria perché la strutturazione di questo movimento segreto -che non riusciva a dialogare con le grandi masse- fa sì che la sua stessa strategia sia messa in discussione.
Negli anni che precedono il ‘48 (che porterà ad un evento molto più collettivo) ci sono una serie di riflessioni da parte dei moderati italiani perché la frattura creata tra chi sosteneva l’antico regime e chi, invece, sosteneva l’affermazione di una prassi politica liberale comincia a concretizzarsi: c’è una circolazione di idee in Italia che riflettono sulla necessità di concedere delle costituzioni ed emerge anche l’aspetto della causa nazionale. Quindi il liberalismo politico e l’unificazione costituiscono una riflessione di più intellettuali in tutto il paese non essendoci ancora una rete unica, infatti solo quando cade la carboneria, Mazzini, ad esempio, fonda (nel ’31) la giovane Italia con una visione unitaria nazionale, quindi un progetto politico più preciso rispetto a quello della carboneria.
Altre figure importanti che hanno avuto una forte influenza sono Gioberti e Balbo, esponenti di due visioni diverse che avevano però in comune l’idea di non creare uno stato unitario ma uno federale composto da tre grandi regni. Gioberti ritiene che a capo di questo stato federale avrebbe dovuto esserci il papa, la dove invece Balbo indicava come potenza guida il regno di Sardegna, cacciando prima di tutto l’impero asburgico dall’Italia.
Il ruolo del papa e delle costituzioni
Quando nel ‘47 viene eletto papa Pio IX torna in auge il progetto di Gioberti perché egli in quella fase incarna perfettamente la visione di un papa liberale favorevole al processo di unificazione: l’occupazione di Ferrara da parte degli austriaci garantisce a Pio IX di esser considerato un papa liberale poiché protesta contro l’azione intrapresa dagli austriaci. Tale immagine non rispondeva al vero, infatti Pio IX era un papa molto attento ad aspetti di dottrina cattolica e di questo ce ne si accorgerà nel corso della prima guerra di indipendenza, nel ’48. La santa sede, infatti, non poteva far guerra contro uno stato cattolico come l’impero asburgico e quindi non partecipa all’esercito confederato ritirando le proprie truppe e scatenando così una reazione a catena di ritiro delle truppe da parte degli altri stati della penisola. Sempre nel ’48 tutti i sovrani italiani, viste le sollevazioni dell’opinione pubblica, concedono delle costituzioni, come ne è di esempio lo statuto albertino.
Fra il 1849 e il 1860 in Italia si intensificò l’azione sia delle forze liberali (che erano monarchiche e prevalentemente piemontesi, cui leader fu Cavour) sia quelle democratiche repubblicane nelle quali assunsero un ruolo dirigente Mazzini, Garibaldi, Cattaneo e Ferrari. Entrambe le correnti aspiravano a conseguire l’indipendenza del paese dallo straniero ma ne concepivano la ristrutturazione politica e istituzionale in maniera totalmente diversa. I liberali piemontesi miravano ad una confederazione di stati monarchici fondati su un blocco di potere aristocratico-borghese; i secondi invece erano assai divisi al loro interno. Mazzini aveva come obiettivo la nascita di uno stato unitario, democratico e repubblicano mentre Cattaneo e Ferrari auspicavano la nascita di una federazione di liberi stati repubblicani.
Questi due schieramenti si trovarono in opposizione anche per i mezzi da impiegare nella lotta per l’indipendenza poiché i liberali puntavano tutto su:
- Risorse militari dello stato sabaudo
- Alleanza con la Francia di Napoleone III
- Diplomazia
I democratici, invece, puntavano su:
- Una guerra rivoluzionaria, cioè sull’insurrezione delle masse popolari
- Suffragio universale
- Convocazione di una assemblea nazionale costituente designata a dare le istituzioni alla nuova Italia
L’esito del risorgimento smentì sia le aspettative di Cavour, dato che si arrivò alla formazione di uno stato unitario, sia quelle di Mazzini poiché il neonato regno d’Italia non era né democratico né repubblicano e per di più non era stato il frutto della sollevazione popolare.
L'impianto del nuovo stato
L’impianto del nuovo stato è quello di un regime costituzionale in cui ruolo fondamentale è ricoperto dalla monarchia che ha poteri in legislativo, giudiziario ed esecutivo, garantendo però anche la libertà di culto e stampa -non essendo però uno statuto completamente moderno. Cavour riuscì ad inglobare nel proprio disegno l’azione di Garibaldi poiché egli per primo aveva compreso che non esistevano le condizioni favorevoli alla formazione dell’Italia che i democratici volevano: basata innanzitutto sul suffragio universale. Una rivoluzione democratica era per Cavour impossibile poiché tale partito non incontrava grandi simpatie nelle masse che sono in generale attaccate alle antiche istituzioni del paese. Il movimento democratico non poteva quindi contare sull’appoggio di strati sociali popolari sufficientemente ampi e soprattutto non trovava seguito nelle masse rurali, povere, spesso quasi completamente analfabete e a-politiche.
Il movimento liberale conservatore guidato da Cavour fu sostenuto da una compattezza che mancava al movimento democratico. Il regno d’Italia costituitosi nel 1861 aveva circa 22 milioni di abitanti; l’unificazione del paese rese necessario procedere alla costituzione di un nuovo parlamento da eleggersi su base nazionale secondo diversi criteri, tra cui il censo. L’elettorato che ne scaturì era pari all’1.9% della popolazione -da cui però bisogna togliere la maggioranza cattolica. Il parlamento subalpino aveva prodotto la vittoria di una delle due componenti del movimento liberale che era diviso al suo interno tra:
- I moderati verso il processo di unificazione
- I rivoluzionari, meno moderati verso il processo di unificazione
Furono proprio i secondi a prevalere nel parlamento portando il regno di Sardegna alla guerra contro l’impero asburgico. Ci sono due interventi del sovrano in occasione di due tornate elettorali dove egli minaccia l’elettorato per far votare gli elementi moderati, altrimenti sarebbe stato costretto a ritirare la carta costituzionale non potendo riprendere le ostilità contro Vienna. La svolta del ‘49 è decisiva per il percorso di unificazione del paese perché il regno di Sardegna è l’unico tra gli stati che mantiene lo statuto albertino, creando una divaricazione profonda negli altri stati della penisola, cosa che spiega perché il processo di unificazione viene portato avanti dal piccolo regno di Sardegna e non dal grande regno delle due Sicilie. Elemento fondamentale è, infatti, la fedeltà o meno che le due case regnanti hanno in quella fase: i Borbone ritirano per due volte la carta costituzionale del proprio regno cosa che invece non accade nel regno di Sardegna che, in questo senso, diventa più moderno politicamente perché aperto al liberalismo proprio mantenendo fede alla carta costituzionale concessa al popolo.
A quel punto il sovrano premette di costruire attorno allo statuto un regno che porterà al processo di unificazione del paese sulla base dell’impianto liberale.
Sistema parlamentare e statuto albertino
Il sistema era bicamerale:
- La camera dei deputati era composta da 443 individui il cui compito era quello di approvare le leggi finanziarie e quelle del bilancio dello stato.
- Il senato era composto da 222 membri di nomina regia, scelti tra ex membri del governo, proprietari terrieri, militari ecc. ad esso era riservato il compito di costituirsi in alta corte di giustizia per giudicare ad esempio i reati di alto tradimento.
Lo statuto albertino
Ciò che venne sottolineato fu la continuità istituzionale fra lo stato sabaudo e il nuovo stato italiano, cosa espressa proprio dal fatto che il nuovo regno adottò come propria costituzione lo statuto albertino che costituisce proprio la cornice all’interno della quale opera soprattutto la monarchia ed è per questo considerato fondamentale per capire alcuni aspetti dell’Italia liberale. Lo statuto albertino è il frutto della collazione di altri documenti, come spesso avviene nei documenti di carattere legislativo; riprende infatti la costituzione francese orleanista del ‘30 e quella belga del ’31. Il sistema politico impiantato nell’Italia liberale lo ritroviamo anche in quello repubblicano: è bicamerale con una camera eletta dal popolo e una di nomina regia, di derivazione anglosassone, che vanno a siglare la nascita di una monarchia costituzionale.
Se da un lato la monarchia costituiva il punto di riferimento ultimo al quale la classe politica liberale si affidava nei momenti di maggior tensione del sistema, dall’altro costituiva un fattore di debolezza dato che riconosceva al re un potere di influenza sconosciuto ai regimi parlamentari. In un contesto del genere, infatti, i senatori e i deputati prestavano servizio gratuito perché il parlamento prima non operava sempre ma solo durante le sessioni parlamentari, infatti ci sono degli importanti eventi storici durante i quali le decisioni vengono prese a parlamento chiuso; proprio per tale ragione non erano previsti dei compensi per chi vi lavorava, cosa aggiunta solo dalla costituzione repubblicana a simboleggiare il carattere elitario dello statuto dell’Italia dell’800. Il diritto di voto è garantito, fino al 1882, all’1,9% della popolazione, dunque la lotta politica nell’Italia liberale è molto ristretta, fondandosi sia sul censo sia sul grado di istruzione. NB: Il criterio del censo verrà tolto solo nel 1912 mentre rimarrà quello.
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