Capitolo 1: L'alba dell'era nuova
L'economia nuova
L'età contemporanea ha visto una crescita della ricchezza materiale senza precedenti. La specie umana ha dato vita a un nuovo mondo, tecnologico e artificiale, mutando radicalmente il proprio rapporto con la natura. Lo sviluppo economico è stato percepito come il progresso per eccellenza. Tuttavia, il progresso non ha mantenuto sempre le sue promesse. Ricchezza e povertà si sono distribuite in maniera disomogenea tra gli individui, i gruppi sociali e le regioni del mondo. Bisogna poi evidenziare il problema ecologico della relazione tra sviluppo e risorse naturali, della pressione del primo sulle seconde.
C'è un evento originario alla base di questa grande trasformazione? Il mainstream storiografico ha posto all'origine di tutto la rivoluzione industriale. Per rivoluzione industriale si intende un ciclo di innovazioni tecnologiche cominciato in Inghilterra intorno al 1760, che portò alla fabbricazione di nuove macchine destinate alla filatura e alla tessitura del cotone.
Inizialmente le macchine erano azionate da ruote che utilizzavano la forza dei corsi d'acqua. Nei primi due decenni del XIX secolo si cominciarono ad usare motori azionati dalla forza del vapore, ricavato dalla combustione del carbon fossile. L'intensificarsi della produzione dovuto all'impiego di macchine e la conseguente accumulazione di profitti incitarono la sperimentazione di nuove tecniche e nuove macchine, sempre più veloci e potenti. Prese avvio un processo che coinvolse insieme all'industria tessile anche quella mineraria e quella siderurgico-meccanica.
Nacque il sistema di fabbrica: per incrementare l'efficienza del sistema produttivo, gli imprenditori raccolsero in grandi capannoni sia i macchinari sia gli operai, sottoponendo questi ultimi a una rigida disciplina per abituarli a ritmi di lavoro più intensi. La grande trasformazione partì dalla Gran Bretagna, che alla metà dell'800 era vista come "l'officina del mondo" sia per il settore siderurgico che per quello tessile.
Nel corso della prima metà del XIX secolo si verificò una significativa applicazione dei nuovi sistemi in diversi paesi dell'Europa centro-occidentale. Partendo dal Belgio l'industrializzazione puntò verso sud lungo la valle del Reno, sia sul versante orientale che su quello occidentale, raggiungendo la Svizzera, nonché la Spagna. Si verificò anche un cospicuo incremento demografico dovuto a un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie.
Gli storici hanno parlato anche di rivoluzione dei trasporti e rivoluzione commerciale. A partire dalla fine degli anni Venti del XIX secolo in Gran Bretagna, e dall'inizio degli anni Trenta in Francia si iniziarono a costruire le ferrovie. Per quanto riguarda i trasporti via mare il salto di qualità si verificò grazie ai piroscafi a partire dalla metà del secolo. La rivoluzione dei trasporti fornì a sua volta un ulteriore stimolo all'industrializzazione, allo sviluppo di un settore siderurgico-meccanico chiamato a fornire locomotive e piroscafi.
In conclusione bisogna evidenziare che l'introduzione di nuovi sistemi di produzione industriale in Inghilterra, al passaggio tra Sette e Ottocento, rappresentò una svolta cruciale nella costruzione del mondo contemporaneo, ma si trattò solo di un inizio.
Un passo indietro: commerci di lunga distanza
Il capitalismo otto-novecentesco si è caratterizzato per grandi processi di integrazione su scala planetaria, che con un termine odierno potremmo definire "globalizzazione". Bisogna riconoscere che meccanismi simili esistevano già da secoli. I mercanti impegnati in commerci "di lunga distanza" nel secoli XVI-XVII avevano bisogno non solo di denaro e spirito imprenditoriale ma anche del sostegno dei governi. Fu proprio la sinergia tra fattori economici e politica a creare quella rete di basi e presidi costieri portoghesi, spagnoli, olandesi, francesi e britannici, sulla quale si sorreggevano i traffici dell'Europa con le Americhe, l'Asia, l'Africa e l'Oceania. Il principio base era quello del monopolio. Ognuno puntava a escludere i concorrenti, ricorrendo a ogni mezzo.
Nel Nuovo Mondo la penetrazione commerciale divenne conquista territoriale. Questa penetrazione politico-militare, definibile colonialismo, si affiancò a vigorosi flussi migratori, che avviarono il processo di colonizzazione. L'arrivo degli europei fu facilitato dal fatto che una parte consistente dei nativi del Nuovo Mondo venne sterminata sia dalle malattie portate dal Vecchio Continente, contro cui gli indigeni non avevamo difese immunitarie; sia dalla superiore efficienza delle armi degli europei.
Un altro nuovo gruppo umano introdotto nelle Americhe fu quello dei neri di origine africana, giunti attraverso la tratta. Gli studiosi parlano di "mercato triangolare" Europa-Africa-America.
- Prima fase: mercanti spedivano dall'Europa verso la costa occidentale africana navi cariche di armi e altre mercanzie destinate a schiavisti locali.
- Seconda fase: dall'Africa quelle stesse navi portavano gli schiavi in America.
- Terza fase: da lì veleggiavano di nuovo per l'Europa cariche di quello che veniva prodotto nelle "piantagioni", grandi aziende agricole monocolturali.
La tratta coinvolse dodici milioni di esseri umani. Tra Sei e Settecento, i governi olandese, francese e britannico adottarono politiche "mercantilistiche" orientate a incoraggiare lo sviluppo di settori economici giudicati strategici per varie ragioni, soprattutto politico-militari. Vanno menzionate quelle che assegnavano a "compagnie privilegiate" un monopolio legale del commercio con certi remoti angoli del mondo e di certi prodotti, ad esempio l'importazione delle spezie dall'Oriente, o delle pellicce dalle Americhe.
Il monopolista più importante fu la "Compagnia delle Indie orientali", cui il governo britannico delegò i commerci con l'India, consistenti nell'importazione di spezie e tessuti di cotone prodotti dall'industria tradizionale locale, e del tè proveniente dalla Cina, ottenuto in cambio dell'oppio ricavato dalle piantagioni indiane di papavero. Tra il 1665 e il 1772 la Compagnia delle Indie acquisì il controllo del Bengala, regione nord-orientale indiana. L'imperatore Moghul del tempo guardò inizialmente con interesse a questo insediamento come a un modo per rafforzare il proprio declinante potere. Tuttavia, con il tempo divenne lui stesso un vassallo della Compagnia, trasformatasi in una sorta di pseudo-Stato capitalistico, che manteneva un esercito e che conquistava territori nei quali dettava leggi, riscuoteva tasse. Il tutto con la protezione della monarchia e della flotta britannica.
Alle origini della nuova politica
Il termine rivoluzione è più appropriato all'ambito della politica che a quello dell'economia in quanto nel primo sono più palesi le discontinuità che rompono la continuità degli eventi storici. La tradizione storiografica ha considerato la rivoluzione francese il più credibile punto di avvio dell'età contemporanea, sebbene siano state chiamate in causa anche la rivoluzione americana e quella inglese seicentesca. Tutte e tre insieme rappresentano la nascita di tre grandi idee politiche: il liberalismo, la democrazia e il nazionalismo.
Inghilterra: due grandi teorici vissuti nella seconda metà del Seicento furono autori di riflessioni fondamentali sulla gloriosa rivoluzione. Il primo fu l'inglese John Lock con il suo contrattualismo, secondo cui il contratto tra gli individui e il governo non può mai violare i diritti naturali degli individui stessi. Il secondo fu il francese Montesquieu che dalla riflessione sul caso inglese trasse l'idea della divisione dei poteri: un paese può dirsi libero solo se il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario restano separati. Già al tempo di Montesquieu il Parlamento britannico era diviso in due assemblee, Camera dei Lord e Camera dei Comuni. La prima era composta per diritto ereditario da membri dell'alta nobiltà. La seconda era elettiva ed era costituita dai membri della gentry (piccola nobiltà), e da borghesi.
Il Parlamento faceva le leggi, decideva dell'imposizione fiscale e della spesa pubblica, ma andava anche oltre perché entrava nello spazio del potere esecutivo spettante al monarca, concedendo o negando la fiducia al governo e decidendone le sorti. La Gran Bretagna propose così il primo esempio di governo parlamentare.
Per quanto riguarda la rivoluzione americana, la Dichiarazione di indipendenza definisce "di per sé evidente" che gli uomini sono stati creati uguali e godono di diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e alla ricerca della felicità. Tuttavia, vi è un'incoerenza in quanto sebbene i principi di libertà fossero affermati in forma universalistica, di fatto non valevano per gli schiavi neri.
Passando sul versante francese, nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino si afferma che gli esseri umani nascono uguali e tali devono restare; lo Stato serve per garantire diritti inalienabili, come la libertà e la proprietà; la sovranità appartiene al popolo. In modo simile, gli americani prima, i francesi poi, decisero di varare una Costituzione cui tutti erano tenuti ad obbedire, anche gli stessi governanti.
Stati Uniti: la Costituzione Statunitense varata nel 1787, fu completata di lì a poco da dieci emendamenti, il Bill of Rights, che sancivano i diritti individuali di fronte a ogni rischio di degenerazione tirannica del potere. In coerenza con il suo carattere repubblicano, il sistema non riconosceva alcun privilegio ereditario, non solo quello dei re ma nemmeno quello dei nobili. Era inoltre già abbastanza democratico perché sin dall'origine vennero ammessi al voto ampi settori della popolazione. Negli Stati Uniti abbiamo un'impressionante continuità politico-costituzionale attraverso il tempo. Questo sistema è sopravvissuto fino ad oggi.
Il potere procede dal basso verso l'alto: alla periferia ci sono istituzioni locali autonome, contee e municipi; in mezzo ci sono i singoli Stati con le loro istituzioni rappresentative e di governo; il vertice è rappresentato dalle istituzioni federali deputate alla gestione degli affari comuni: il Congresso, assemblea rappresentativa dei cittadini; il Senato, assemblea rappresentativa degli Stati; la Corte suprema, massima istanza giudiziaria, la presidenza e il governo federale. Il presidente viene eletto dal popolo attraverso il meccanismo dell'elezione indiretta, cioè i cittadini indicano "grandi elettori" deputati a eleggere il presidente. Questo modello viene detto "presidenzialista" in contrapposizione a quello del governo parlamentare di tipo britannico.
Francia: gli aspri conflitti che seguirono alla rivoluzione non permisero sul breve periodo la stabilizzazione di un sistema politico-costituzionale postrivoluzionario. Anzi sin dal primo quindicennio si alternarono in Francia diverse costituzioni e mai una di esse riuscì a regolare davvero il conflitto politico.
Possiamo distinguere quattro fasi:
- Fase monarchico-costituzionale (1789-1792): si esaurisce quando il re Luigi XVI fu accusato di tramare, insieme agli invasori stranieri, per arrivare alla restaurazione dell'Antico Regime.
- Fase repubblicano-radicale (1792-1794): vide la prevalenza di un'alleanza comprendente gli avvocati e gli intellettuali del partito radicale dei giacobini, dall'altra il popolo degli artigiani e dei lavoratori di Parigi, i sans-culottes. Per resistere contro il complotto della controrivoluzione alleata con lo straniero fu proclamato il Terrore. Furono condannati a morte non solo il re e la regina, insieme ad aristocratici, ma anche membri del partito repubblicano non abbastanza radicali.
- Fase repubblicano-moderata (1794-1799): inizia quando gli stessi leader giacobini furono accusati di tradimento e a loro volta ghigliottinati. Il Direttorio non riuscì a dare una risposta pratica alla questione posta dalla nuova teoria politica, che indicava il popolo come titolare della sovranità: quale soggetto doveva occupare il trono vuoto dopo la fine della monarchia?
- Fase bonapartista (1799-1814): Napoleone Bonaparte, il massimo generale della Francia rivoluzionaria, riuscì a farsi proclamare "Primo console" per poi dare alla domanda espressa sopra una risposta che non era più quella repubblicana. Occupò infatti il trono vuoto attribuendosi il titolo di imperatore.
Alle origini della nuova società
I grandi mutamenti introdotti dalla rivoluzione e dal bonapartismo investirono non solo la Francia ma anche zone dell'Europa occidentale che vennero sottoposte all'impero napoleonico: Paesi Bassi, Germania occidentale, Spagna, Italia. La prima fase fu distruttiva: fu sovvertito l'Antico Regime. Ad essa seguì però la fase ricostruttiva: prese vita un nuovo sistema istituzionale, politico anche sociale.
Anzitutto la rivoluzione francese abolì il sistema feudale, espropriò gli enormi possedimenti del clero e quelli di molti membri dell'aristocrazia, che erano fuggiti all'estero schierandosi con la controrivoluzione. Tali proprietà definite "beni nazionali", vennero vendute sia ai membri della borghesia provinciale sia ai contadini. Riforme legislative e compravendite di beni feudali ed ecclesiastici interessarono anche gli altri paesi dell'Europa centro-settentrionale sottoposti all'egemonia napoleonica. Alla fine in questa parte del continente non restò quasi niente del sistema feudale. Ebbero accesso alla proprietà fondiaria nuovi ceti sociali e l'intera società si svecchiò. Questa fu la pars construens del processo.
Ma dobbiamo considerare due altre grandi innovazioni:
Codificazione: il termine indica la formazione di raccolte sistematiche di leggi, chiamate codici. Siamo in un sistema opposto a quello inglese della common law (sistema di norme consuetudinarie). La tradizione conta ben poco; le nuove norme devono essere organiche e proporzionate tra loro. Precisamente, il Codice civile, varato in Francia nel 1804 e riprodotto in altri paesi a regime napoleonico, unificava sia la condizione giuridica degli individui che quella delle proprietà. Tuttavia la tutela dei diritti individuali si fermava ai confini dell'istituto familiare. Il Codice confermava la natura gerarchica della famiglia, ribadendo il potere del padre sui figli e del marito sulla moglie. La donna borghese veniva rappresentata come il nume tutelare della casa e la garante della moralità della famiglia. Tuttavia nell'esercizio di questo suo ruolo nell'educazione dei figli non le veniva riconosciuta alcuna autonomia rispetto al potere maritale. Soprattutto se sposata non poteva comprare, vendere, ipotecare senza il permesso del marito.
Centralismo amministrativo: sistema introdotto in Francia già nel periodo rivoluzionario, e confermato nel periodo napoleonico, quando fu esportato nei paesi vassalli. Esso prevedeva che il potere nelle periferie fosse affidato ai funzionari che dipendevano direttamente dal governo insediato nella capitale. Ora tutti – territori nonché persone - erano sottoposti alle stesse pratiche amministrative oltre che alle stesse leggi. Di conseguenza crebbe a dismisura la capacità di un governo di riformare ma anche di tiranneggiare la società.
Da tutto questo scaturì una vittoria della borghesia. La storiografia attuale usa questo termine in riferimento a un ceto medio-alto liberatosi appunto dai vincoli feudali dell'Antico Regime, e non soltanto a proprietari o manager di industrie.
Lo storico Jurgen Kocka, in riferimento al Regno di Prussia di primo Ottocento, ha distinto tra borghesia economica e borghesia colta. Ha raccolto nella prima categoria negozianti imprenditori, banchieri e fabbricanti; nella seconda medici, avvocati, insegnanti, pubblici funzionari, tutti coloro in possesso di un titolo di studio.
Per definizione la borghesia viene solitamente contrapposta all'aristocrazia. Ma nei fatti le cose stanno in modo diverso. Accadeva che i più ricchi tra i borghesi facessero grandi sforzi pur di acquisire il titolo nobiliare. Talora c'era quindi una sorta di osmosi culturale tra aristocratici e possidenti borghesi. Al pari dei primi, i secondi consideravano disonorevole la vendita di una qualsiasi parte del loro patrimonio immobiliare e come loro adottavano politiche matrimoniali, che erano spesso politiche patrimoniali cioè finalizzate a sommare i patrimoni dei coniugi.
Ovviamente dobbiamo guardare oltre che ai proprietari anche agli imprenditori agricoli, ai contadini e alla società rurale. Qui il Codice Civile innovò ma fino a un certo punto. Imprenditori e contadini potevano liberamente contrattare con i proprietari l'entità della rendita fondiaria, cioè della somma in denaro, o della quota-parte del raccolto che dovevano versare per poter coltivare la terra. Tuttavia i proprietari erano favoriti dal meccanismo della concorrenza. Infatti la densità demografica cresceva e la quantità di terra agricola aumentava solo se si mettevano a coltivazione i terreni marginali: cioè quelli che davano poco reddito perché scarsamente fertili. La terra buona restava poca rispetto alla quantità crescente di persone che aspiravano a coltivarla o magari ad acquistarla.
Il congresso di Vienna
Congresso di Vienna: 1815 è l'anno del congresso di Vienna, durante il quale i rappresentanti delle grandi potenze ridisegnarono l'ordine europeo dopo aver sconfitto Napoleone.
Conservatorismo: la variante più radicale era quella "legittimista", che considerava l'Antico Regime (il sistema prerivoluzionario) come l'unico legittimo e ne intendeva ripristinare il potere e la struttura. Tuttavia, nonostante questi tentativi, le idee rivoluzionarie già diffuse continuarono a influenzare i movimenti politici e sociali dell'epoca.
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