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Riassunto “L'età contemporanea” Salvatore Lupo-Angelo Ventrone

Capitolo 1. L’alba dell’era nuova

L’economia nuova

L’età contemporanea ha visto una crescita della ricchezza senza precedenti. Lo sviluppo economico è stato percepito come il progresso per eccellenza. Comunque il progresso, anche nei momenti in cui si è manifestato più pienamente, non ha mantenuto sempre le sue premesse, non per tutti e non dappertutto. Ricchezza e povertà si sono distribuite in maniera ineguale tra gli individui, i gruppi sociali e le regioni del mondo. Va segnalato un problema di fondo, che recentemente ha assunto un posto centrale nella nostra coscienza: quello ecologico della relazione tra sviluppo e risorse naturali, della pressione del primo sulle seconde, che potrebbe alla lunga rivelarsi insostenibile.

Viene naturale la domanda: c’è un evento originario alla base di questa grande trasformazione? E se sì, in che luogo, ad opera di chi e in che momento si è attivato il meccanismo? Il mainstream storiografico, ovvero la principale corrente interpretativa, ha risposto positivamente alla domanda, ponendo all’origine di tutto la rivoluzione industriale, un ciclo di innovazioni tecnologiche cominciato in Inghilterra intorno al 1760.

Le macchine cominciarono a diventare un fattore di rilievo della produzione, si cominciarono ad utilizzare motori azionati dalla forza del vapore e l’aumento della produzione e la conseguente accumulazione dei profitti sollecitarono l’innovazione e la sperimentazione di nuove tecniche e nuove macchine. Si innescò un processo che coinvolse assieme all’industria tessile, quella mineraria e quella siderurgico-meccanica.

Il flusso di capitali (investimenti) verso la nuova industria indicò che una nuova stagione del capitalismo era in corso. Nacque il sistema di fabbrica: ovvero gli imprenditori concentrarono in grandi capannoni sia i macchinari che gli operai per piegarli a nuovi modi e più intensi ritmi di lavoro collettivo. La trasformazione partì nella Gran Bretagna ma nel corso della prima metà del XIX secolo si ebbe una significativa applicazione dei nuovi sistemi in diversi paesi. Partendo dal Belgio, l’industrializzazione puntò verso sud lungo la valle del Reno, sia sul versante orientale che su quello occidentale, raggiungendo la Svizzera e parti limitate dell’Impero asburgico, nonché della Spagna (Catalogna).

Alla metà del secolo, solo la Gran Bretagna e l’Italia superavano il 40% della popolazione urbana, i più risiedevano in campagna o in villaggi. Nella gran maggioranza, vivevano di agricoltura o di commercio dei prodotti agricoli, oltre che di varie forme di proto-industria rurale. Questa popolazione era in rapida crescita. In Gran Bretagna ci fu un balzo in avanti del 150% dal 1740 al 1850. Nel complesso, gli europei passarono da 120 milioni nel 1700 a 190 milioni nel 1800, fino a 400 milioni nel 1900. Crescevano di numero per un generale progresso delle condizioni igieniche e sanitarie, e perché potevano alimentarsi di più e meglio che in passato. Fondamentali furono le nuove tecniche di coltivazione e di integrazione tra agricoltura e zootecnia, insieme a più sofisticate tecniche di rotazione continua e integrazione con la concimazione naturale. Questi nuovi metodi furono adottati prima nei Paesi Bassi e poi in Gran Bretagna. Riferendosi a queste grandi trasformazioni, la tradizione storiografica parla di rivoluzione agricola.

Gli storici hanno parlato anche di rivoluzione dei trasporti e rivoluzione commerciale. Il miglioramento più repentino si ebbe nei trasporti via terra con la costruzione delle ferrovie. Quanto ai trasporti via mare i progressivi perfezionamenti garantirono alla navigazione a vela un ruolo importante fino a XIX secolo inoltrato; ciò non vuol però dire sottovalutare il salto di qualità che si realizzò anche qui grazie al ricorso alla macchina a vapore. Tra 1800 e 1840 il commercio mondiale raddoppiò di valore, poi accelerò ancora. La rivoluzione dei trasporti o commerciale fornì a sua volta un ulteriore poderoso stimolo all’industrializzazione, allo sviluppo di un settore siderurgico-meccanico chiamato a fornire locomotive, vagoni ferroviari e piroscafi.

Tuttavia chi legge l’intera storia dell’economia di quel periodo sotto la categoria di “rivoluzione industriale” rischia di sopravvalutare la dimensione della discontinuità a scapito di quella della continuità storica con le forme produttive e i metodi precedenti. La stessa osservazione critica può essere rivolta all’espressione “rivoluzione agricola”: la trasformazione fu tutt’altro che brusca. Va poi considerata la permanenza di settori produttivi e mestieri tradizionali all’interno dello stesso mondo industriale e in tutta l’Europa centro-occidentale, Gran Bretagna compresa. La definizione di “rivoluzione industriale” è stata recentemente criticata: il nome presupporrebbe un evento unico di rottura, quando invece parliamo di lunghi processi. Bayly, infatti, parla non di “rivoluzione industriale” ma di rivoluzioni industriose, cioè di una sommatoria delle innovazioni che vengono introdotte lentamente nel sistema produttivo.

Una visione, quindi, che considera l’importanza di trasformazioni che vanno oltre la sola Inghilterra, la sola industria tessile ed un solo brusco passaggio storico. Bayly sottolinea l’importanza dell’invenzione della colazione, che mise sulle tavole prodotti provenienti da mondi lontani, aumentò il consumo calorico degli individui e ne modificò la gestione del tempo, contribuendo a creare una nuova socialità familiare.

Diciamo che senza considerare questo dato d’insieme non è possibile intendere, oltre l’economia, il sistema politico, la struttura sociale, la vita quotidiana del Vecchio continente e non solo questo. Cadremmo nell’anacronismo immaginando quel tempo come interamente modellato sul fenomeno dell’industrializzazione e di una trasformazione rapida e generalizzata.

Un passo indietro. Commerci di lunga distanza

Il capitalismo otto-novecentesco si è caratterizzato per grandi processi di integrazione su scala planetaria, che con termine odierno potremmo definire globalizzazione. Bisogna riconoscere come meccanismi simili nell’ambito di quella che potremmo definire proto-globalizzazione, esistevano già da secoli.

Si tratta di un discorso che non può essere limitato ai suoi termini economici, perché i mercanti impegnati in commerci di lunga distanza nei secoli XVI-XVIII avevano bisogno non solo di denaro e spirito imprenditoriale, ma anche del sostegno attivo dei loro governi, ovvero della politica e anche di relazioni internazionali. Ognuno puntava a tagliar fuori i concorrenti, ricorrendo ad ogni mezzo.

Nel nuovo mondo la penetrazione commerciale divenne conquista territoriale. Gli spagnoli in primo luogo, poi i portoghesi, gli inglesi e i francesi si impadronirono di enormi territori. Questa penetrazione, definibile come colonialismo, si accompagnò a vigorosi flussi migratori che avviarono il processo di colonizzazione degli altri continenti. L’arrivo degli europei fu facilitato dal fatto che una parte consistente dei nativi del Nuovo Mondo venne nel contempo sterminata, innanzitutto dalle malattie portate dagli Europei, contro cui gli indigeni non avevano difese immunitarie; in secondo luogo dalla superiore efficienza delle armi degli europei e dalla mancanza di remore morali con cui venivano impiegate contro popolazioni considerate selvagge.

Un altro nuovo gruppo umano introdotto nelle Americhe fu quello dei neri di origine africana giunti attraverso la tratta, cioè il commercio transoceanico di schiavi sulle rotte atlantiche. Gli studiosi parlano di “mercato triangolare” Europa-Africa-Americhe.

  • 1) Prima fase: i mercanti spedivano dall’Europa, verso basi costiere sulla costa occidentale africana, navi cariche di armi e altre mercanzie, destinate a schiavisti locali che avevano già provveduto a concentrarvi enormi masse di sventurati dalle regioni circostanti.
  • 2) Seconda fase: dall’Africa portavano gli schiavi in America.
  • 3) Terza fase: da lì veleggiavano per l’Europa cariche di quello che, grazie proprio al lavoro degli schiavi, veniva prodotto nelle piantagioni.

La tratta coinvolse dodici milioni di esseri umani con un picco durante il Settecento, sino all’inizio dell’Ottocento. Gli schiavi lavoravano in grandi aziende agricole monoculturali dette “piantagioni”, dedicate alla coltura di merci per il consumo europeo: tabacco, caffè, zucchero e cotone.

Tra Seicento e Settecento, i governi olandese, francese e britannico adottarono politiche mercantilistiche intese a incoraggiare lo sviluppo di settori economici giudicati strategici per varie ragioni, soprattutto politico-militari. Vanno sottolineate quelle che assegnavano a compagnie privilegiate un monopolio legale del commercio di certi prodotti. Per questa via i mercanti che impersonavano questo capitalismo commerciale ottennero la garanzia dei loro governi di poter conseguire enormi profitti.

Il monopolista più importante fu la Compagnia delle Indie orientali, cui il governo britannico delegò i commerci con l’India, nell’importazione di spezie e tessuti di cotone prodotti dall’industria tradizionale locale e del tè proveniente dalla Cina, ottenuto in cambio dell’oppio ricavato dalle piantagioni di papavero. Però col tempo la compagnia si trasformò in una sorta di stato capitalistico, che manteneva un esercito e conquistava territori nei quali dettava legge e riscuoteva tasse adottando uno sfruttamento spudorato delle popolazioni locali. Il tutto con la protezione della monarchia e della flotta britannica. Nella seconda metà del Settecento la Compagnia conquistò tutto il Bengala (India del Nord-Est), e stabilì la sua base provinciale a Calcutta.

1 In età moderna e contemporanea, l'occupazione e lo sfruttamento territoriale realizzati con la forza dalle potenze europee ai danni di popoli ritenuti arretrati o selvaggi. Per molti versi la storia del colonialismo può essere fatta iniziare con la scoperta dell'America da parte di C. Colombo (1492).

2 L’attività con cui un popolo colonizza una regione o vi fonda una colonia o riduce un paese a colonia.

Per spiegare quanto il mondo fosse integrato prendiamo ad esempio il modo in cui la situazione indiana influì su grandi eventi verificatisi nella parte opposta del globo: il governo di Londra, nell’ottica mercantilistica, costringeva consumatori angloamericani ad acquistare il tè dalla Compagnia delle Indie quando quelli avrebbero potuto avere quella stessa merce dagli olandesi a prezzo più basso. Da qui le violente manifestazioni di protesta registratesi a Boston nel 1773, passate alla storia con l’ironico nome di Boston tea party, che segnarono l’avvio della rivoluzione e delle guerre tra il 1776 e il 1783 che avrebbero portato alla creazione di un nuovo Stato Indipendente, gli Stati Uniti d’America.

Alle origini della nuova politica

La tradizione storiografica ha considerato la rivoluzione francese del 1789 il più credibile punto di partenza dell’età contemporanea, anche se altre precedenti rivoluzioni sono state chiamate in causa: quella americana o magari quella inglese seicentesca. Tutt’e tre possono essere collocate all’origine di tre grandi idee politiche del nostro tempo: il liberalismo, la democrazia e il nazionalismo.

Inghilterra

Fondamentali riflessioni sulla “gloriosa rivoluzione” inglese del 1688-1689 furono elaborate da due grandi teorici. Il primo fu John Locke con il suo contrattualismo, stando al quale il contratto tra gli individui e il governo non può mai violare i diritti naturali degli individui stessi. Il secondo fu Montesquieu, che dalla riflessione sul caso inglese trasse l’idea della divisione dei poteri: un paese può definirsi libero solo se il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario restano separati.

Già al tempo di Montesquieu, come oggi, il Parlamento britannico era diviso in due bracci o assemblee: Camera dei lord e Camera dei comuni, la prima era composta per diritto ereditario, la seconda era elettiva. Il Parlamento faceva le leggi, decideva dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica ed entrava nello spazio del potere esecutivo spettante al monarca, concedendo o negando la fiducia al governo, e decidendone le sorti. La Gran Bretagna proponeva così il primo e il più classico esempio di governo parlamentare.

Per il principio del self-government, l’amministrazione locale era affidata a membri della gentry (la classe superiore della società inglese, di solito proprietari terrieri, nobili minori o funzionari governativi) e yeomen (generalmente piccoli proprietari terrieri, agricoltori indipendenti o artigiani). Il diritto si ispirava ai principi della common law, secondo cui i tribunali prendono le loro decisioni riferendosi soprattutto ai precedenti, insomma alla consuetudine; inoltre il popolo entrando a far parte delle giurie, sorveglia che le sentenze siano eque. Ricordiamo anche la precoce elaborazione del principio dell’Habeas Corpus, che proibisce di incarcerare qualcuno senza prove.

Veniamo ora alla rivoluzione americana e a quella francese. Tra il 1760 e il 1770, nel nord America ci fu la guerra civile per l’indipendenza delle tredici colonie dall’Inghilterra. La dichiarazione di indipendenza del 1776 dichiara che gli uomini sono stati creati uguali e godono di diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità; che sono i cittadini a delegare il potere ai governi e hanno dunque il diritto di rovesciarli in caso di violazione dei loro diritti. Sul versante francese, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 gli esseri umani nascono uguali e tali devono restare; l’associazione politica serve per garantire diritti inalienabili, quali la libertà e la proprietà; la sovranità appartiene alla nazione, cioè al popolo; nessuno può essere accusato se non di aver violato una legge; è consentito tutto quello che non è espressamente proibito dalla legge. In modo simile Francesi e Americani decisero di varare una Costituzione cui tutti erano tenuti ad obbedire, anche gli stessi governanti. Va sottolineato che quello americano e francese erano testi organicamente redatti, molto differenti dalla cosiddetta costituzione inglese.

Stati Uniti

La costituzione statunitense, varata nel 1787 venne completata da dieci emendamenti, il Bill of Rights, che sancivano i diritti individuali di fronte a ogni rischio di degenerazione tirannica del potere. Con la costituzione gli USA si caratterizzano come una repubblica federale: ossia 13 stati, in passato erano già autonomi come "colonie inglesi", che si gestiscono semi-autonomamente applicando l'autogoverno di ispirazione inglese. Dobbiamo ricordare anche il suo carattere federale; questo termine deriva dalla parola latina foedus, patto, e fa quindi riferimento a un patto dei cittadini con le istituzioni, e delle istituzioni tra di loro. A federarsi furono 13 stati della costa atlantica del Nord America. Venne applicato in modo radicale il principio inglese del self-government, ma con la ripulsa delle sue originarie implicazioni aristocratiche.

Negli Stati Uniti il sistema è per alcuni aspetti cruciali sopravvissuto fino ad oggi. Alla periferia ci sono istituzioni locali largamente autonome, in mezzo stanno i singoli stati con le loro istituzioni rappresentative e di governo, il vertice è rappresentato dalle istituzioni federali, deputate alla gestione degli affari comuni: il Congresso, assemblea rappresentativa dei cittadini; il Senato, assemblea rappresentativa degli Stati; la Corte Suprema, massima istanza giudiziaria; la presidenza e il governo federale. Il presidente viene eletto attraverso l’elezione indiretta: il popolo indica i grandi elettori, che eleggono il presidente, la cui fiducia deriva dall’investitura popolare e non dal parlamento.

Il presidente guida il governo, con poteri molto ampi e una legittimazione che deriva dall’investitura popolare. Questo modello viene detto presidenzialista, in contrapposizione a quello del governo parlamentare di tipo britannico.

Francia

La storia politica francese procede per brusche discontinuità. Conviene richiamare le fratture del 1789-1814, vista l’enorme influenza che ebbero sull’intera età contemporanea. Possiamo distinguere 4 fasi:

  • 1. Fase monarchico-costituzionale (1789-1792)= Il terzo stato, di cui facevano parte i promotori dei cambiamenti rivoluzionari, chiese la parità di rappresentanza, in quanto i loro interessi spesso passavano in sordina rispetto a quelli di clero e nobiltà, spesso dagli interessi comuni: chiedevano, quindi, l’accorpamento delle due camere, di clero e nobiltà, e di aumentare il proprio numero di membri nell’assemblea. Con la rivoluzione e il suo successo l’assemblea venne estesa a livello nazionale. Viene emanata, così, una legge che limitasse i poteri del sovrano, trasformando la Francia in una monarchia parlamentare. Si esaurì quando il re Luigi XVI di Borbone fu accusato di tramare per arrivare alla restaurazione dell’antico regime.
  • 2. Fase repubblicano-radicale (1792-1794)= Vide la prevalenza di un’alleanza comprendente da una parte gli avvocati e gli intellettuali del partito radicale dei giacobini, e dall’altra il popolo degli artigiani e dei lavoratori di Parigi, i sans-culottes. Per resistere contro i complotti della controrivoluzione alleata con lo straniero, fu proclamato il Terrore e la ghigliottina compì a pieno ritmo il suo triste lavoro. In questa fase, forse per la prima volta nella storia, le classi inferiori giocarono un ruolo politico cruciale, ma questa democrazia apparve come un mostro che divorava se s
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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