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CAPITOLO 1
BORGHESIA E CLASSE OPERAIA
Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-49, l’Europa visse un periodo
caratterizzato da conservatorismo politico: cioè i governi tendevano a mantenere
l’ordine e le strutture tradizionali, evitando cambiamenti radicali. Però, mentre la
politica restava chiusa e prudente, la società stava cambiando molto in
profondità. In particolare, la borghesia, cioè quel gruppo sociale formato da
commercianti, imprenditori, professionisti e proprietari legati alle attività economiche
e commerciali, stava crescendo e assumendo un ruolo sempre più centrale.
Questa borghesia non era uniforme: al suo interno c’erano differenze significative tra
ricchi imprenditori, piccoli commercianti o professionisti. Però, nonostante queste
differenze, condividevano uno stile di vita e valori abbastanza simili. Tra i valori
principali c’erano:
- Merito individuale: l’idea che il successo personale dipendesse dal proprio
impegno e dalle proprie capacità;
- Libera iniziativa e concorrenza: la convinzione che ciascuno dovesse avere
la possibilità di creare e gestire un’attività economica senza troppe restrizioni;
- Innovazione e progresso economico: la spinta a migliorare le tecniche, le
macchine e i processi produttivi;
- Austerità e risparmio nella vita privata: un’attenzione al consumo
moderato, alla gestione oculata delle risorse familiari, che era vista come parte
del buon comportamento morale e civile.
Al centro di questi valori c’era anche una grande fiducia nel progresso
dell’umanità, basata sull’idea che lo sviluppo economico e scientifico avrebbe
migliorato la vita di tutti. Sul piano culturale, questo periodo vide emergere il
positivismo, una corrente filosofica che sosteneva che la conoscenza umana dovesse
basarsi su fatti concreti e osservabili, soprattutto attraverso la scienza. Il positivismo
diventò l’ideologia principale della borghesia in crescita, influenzando il modo di
pensare e vedere il mondo.
Un esempio famoso di questa mentalità scientifica è Charles Darwin, con la sua
teoria dell’evoluzione e della selezione naturale. Secondo Darwin, tutte le specie,
inclusa quella umana, derivano da organismi più semplici e si sono evolute
adattandosi all’ambiente. Gli individui meno adatti tendono a scomparire, mentre
quelli più capaci di adattamento sopravvivono. Questo concetto, molto influente,
rifletteva in modo simbolico anche la fiducia borghese nel progresso e nella
competizione come motore della società.
Anche l’economia viveva una fase di grande espansione. Dalla fine degli anni
Quaranta fino ai primi anni Settanta, l’Europa conobbe quasi venticinque anni di
crescita continua. Lo sviluppo riguardava soprattutto l’industria, in particolare la
siderurgia (cioè la produzione del ferro e dell’acciaio) e la meccanica. Era il periodo in
cui si diffondeva sempre di più l’uso delle macchine a vapore e del carbone come
fonte di energia. A favorire questo boom economico contribuirono diversi fattori:
• La rimozione di vincoli legali che limitavano le attività economiche;
• L’affermarsi del libero scambio tra nazioni;
• Il ruolo delle banche, che finanziavano imprese e investimenti a lungo
termine;
• La nascita di società per azioni, un nuovo tipo di impresa in cui i capitali
erano raccolti da molti azionisti, riducendo i rischi per i singoli imprenditori.
Lo sviluppo dei trasporti fu un altro elemento decisivo. Le navi a vapore e,
soprattutto, le ferrovie rivoluzionarono la mobilità: le merci potevano viaggiare più
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velocemente e a costi minori, e le persone potevano spostarsi più facilmente. Questo
non solo stimolava l’industria (perché costruire ferrovie significava produrre ferro,
acciaio e macchinari), ma apriva anche nuovi mercati.
Allo stesso tempo, anche le comunicazioni miglioravano: il telegrafo, per
esempio, permetteva di trasmettere notizie in tempi rapidissimi rispetto al passato.
Questo favorì lo sviluppo della stampa, che cominciò ad appoggiarsi a nuove agenzie
di informazione. Tutti questi cambiamenti trasformarono profondamente la vita
quotidiana e il modo in cui le persone percepivano il mondo: esso sembrava, ed era
sempre più, unito e interconnesso, grazie a commercio, trasporti e comunicazioni.
A metà Ottocento, in Europa la maggior parte delle persone lavorava nei campi.
Quando il feudalesimo finì, ci furono cambiamenti diversi a seconda delle zone: in
alcuni posti i contadini riuscirono a diventare piccoli proprietari terrieri, cioè
avevano la loro terra da coltivare. In altre zone, invece, le terre passarono ai grandi
proprietari, chiamati latifondisti, che possedevano estensioni enormi e facevano
lavorare altri per coltivarle. In altre situazioni c’erano sistemi misti: alcune aziende
agricole erano capitalistiche (cioè organizzate come imprese che volevano
guadagnare), mentre altri contadini erano mezzadri, cioè lavoravano la terra di
qualcun altro e dovevano dare una parte del raccolto al proprietario. In ogni caso, chi
lavorava la terra stava sempre in basso nella società e conduceva una vita molto dura,
con scarse possibilità di miglioramento. Questo portò, tra il 1840 e il 1870, milioni di
persone ad emigrare: alcuni in Nord America per coltivare terre vergini, altri nella
città in rapida espansione, attratti dalla possibilità di un lavoro nelle nuove fabbriche.
Proprio l’urbanizzazione rappresentò uno dei cambiamenti più evidenti della
seconda metà del secolo. La rivoluzione industriale trasformò piccoli centri urbani in
grandi città, specialmente in Gran Bretagna, dove l’espansione fu rapidissima. Negli
Stati Uniti nacque un modello urbano innovativo: si costruirono grattacieli, si
svilupparono i sobborghi periferici, e la città cominciò a organizzarsi attorno a punti di
riferimento come le stazioni ferroviarie, la Borsa, i tribunali e gli edifici amministrativi. I
ceti popolari tendevano a concentrarsi nelle periferie, sovraffollate e segnate dal fumo
delle fabbriche, separate dai quartieri più eleganti, ordinate e verdi dove abitava la
borghesia. Ora la separazione sociale diventava netta, però, pur restando luoghi
di forti disuguaglianze, le grandi città dell’800 si trasformarono in sistemi sempre più
organizzati e funzionali. Anche in Europa, le grandi città affrontarono la sfida della
modernizzazione: Parigi, ad esempio, fu completamente trasformata dai lavori di
Haussmann, che sventrò gran parte del centro medievale e aprì ampi viali; Londra si
sviluppò invece quasi esclusivamente attraverso l’iniziativa privata, con interventi
pubblici minimi; Vienna costruì la Ringstrasse, un grande viale che combinava edifici
pubblici importanti e palazzi privati eleganti. Nel frattempo, Chicago, devastata da un
incendio nel 1871, fu rapidamente ricostruita e divenne il simbolo del dinamismo
americano, con una crescita urbana eccezionalmente veloce.
In questo contesto di industrializzazione e urbanizzazione si affermò la figura
dell’operaio di fabbrica, soggetto a condizioni di vita e lavoro estremamente dure.
La fatica quotidiana, la precarietà e la consapevolezza della propria posizione sociale
favorirono lo sviluppo di una coscienza di classe, portando alla nascita delle prime
associazioni operaie, in particolare in Gran Bretagna, Germania e Francia. Nel 1864,
a Londra, venne fondata la Prima Associazione Internazionale dei Lavoratori,
che però si caratterizzò fin dall’inizio per i contrasti tra correnti ideologiche differenti.
Da un lato, i marxisti, seguaci di Karl Marx, pensavano che la rivoluzione dovesse
essere guidata dal proletariato industriale e che prima ci fosse una fase di “ dittatura
del proletariato”, cioè il controllo temporaneo dello Stato da parte dei lavoratori.
prima di arrivare al comunismo; dall’altro gli anarchici, guidati da Bakunin, che
credevano che il comunismo si sarebbe instaurato spontaneamente dopo la caduta
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dello Stato e che la rivoluzione dovesse partire dalle masse più povere, non solo dagli
operai delle fabbriche. Per questo motivo, il bakuninismo si diffuse soprattutto nei
paesi più arretrati, perdendo progressivamente rilevanza man mano che avanzava
l’industrializzazione e cresceva la classe operaia.
Di fronte alla società borghese emergente, anche il mondo cattolico assunse
atteggiamenti differenti. Da un lato vi fu una dura condanna delle nuove idee e dei
cambiamenti sociali: Pio IX pubblicò il Sillabo degli “errori del secolo” nel 1864,
criticando le tendenze liberali e rivoluzionarie. Dall’altro lato, nascevano i movimenti
cristiano-sociali, che promuovevano l’intervento dello Stato per migliorare le condizioni
di vita dei lavoratori e favorire forme di associazionismo cattolico, cercando così di
conciliare fede e progresso sociale CAPITOLO 2
LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
Negli ultimi trent’anni dell’Ottocento l’economia europea attraversò una fase di
trasformazione molto profonda. Tutto ebbe inizio nel 1873, quando scoppiò una
grave crisi economica. Questa crisi non fu una semplice battuta d’arresto, ma segnò
l’inizio di una fase nuova: la cosiddetta “grande depressione”, durata fino agli anni
Novanta. La causa immediata fu una crisi di sovrapproduzione, cioè il fatto che le
industrie producevano molte più merci di quante i mercati fossero in grado di
assorbire. Se l’offerta di prodotti è troppo superiore alla domanda, inevitabilmente i
prezzi crollano, e questo è proprio quello che accadde. Mentre può sembrare
vantaggiosa per i consumatori, la deflazione può avere effetti negativi sull'economia.
Quando i prezzi diminuiscono, le aziende potrebbero ridurre la produzione e gli
investimenti, portando a una diminuzione della crescita economica e all'aumento della
disoccupazione.
La caduta dei prezzi fu particolarmente pesante in agricoltura. I contadini e i
proprietari terrieri europei si trovarono infatti a dover competere con i prodotti agricoli
provenienti dal Nord America, dove la terra era più fertile, più estesa e meglio
sfruttata grazie a macchinari moderni. I cereali americani arrivavano in Europa a costi
molto più bassi, e questo metteva in crisi la produzione locale.
Per reagire a questa situazione, molti Stati europei scelsero la strada del
protezionismo, cioè una politica economica che prevede di alzare dazi doganali (cioè
tasse sulle merci straniere importate), in modo da proteggere i prodotti nazionali dalla
concorrenza estera. L’idea era: rendiamo più costoso comprare merci dall’estero, così i
consumatori saranno spinti a comprare quelle prodotte all’interno del Paese.
La Gran Bretagna, invece, decise di non adottare politiche protezionistiche e rimase
fedele al principio del libero scambio. Questo, però, le si ritorse contro: infatti,
mentre altri Paesi rafforzavano le proprie industrie, l’Inghilterra si trovò danneggiata e
dovette cercare nuovi sbocchi commerciali. La sua reazione fu quella di puntare con
ancora più decisione sulle colonie, utilizzandole come mercati privilegiati e come
fonte di materie prime.
Un altro effetto importante della crisi agraria fu l’aumento delle migrazioni
europee. Milioni di persone, soprattutto contadini che non riuscivano più a vivere del
lavoro agricolo, decisero di lasciare i loro paesi. Molti si diressero verso le Americhe,
dove le industrie erano in piena espansione e offrivano nuove opportunità di lavoro.
Questo flusso migratorio contribuì a modificare profondamente la società sia in
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Europa, che perdeva manodopera, sia nei paesi di destinazione, che ricevevano milioni
di nuovi lavoratori.
La crisi economica, però, non portò solo effetti negativi: spinse anche le imprese a
cercare nuove strategie. In vari settori industriali si diffuse infatti la tendenza delle
aziende a fare accordi tra loro per controllare meglio il mercato. Questo significava,
per esempio, mettersi d’accordo sui prezzi, in modo da ridurre la concorrenza
reciproca e mantenere un certo livello di guadagno. Le forme che assunsero queste
alleanze furono diverse: si parlava di cartelli, di pools, di trusts – tutte modalità
attraverso le quali le imprese si univano, in maniera più o meno stabile, per dominare
un settore.
Ma per mettere in piedi queste grandi operazioni servivano enormi quantità di
capitali, molto più di quanto un singolo imprenditore potesse disporre. E qui
entrarono in gioco le banche. Sempre più spesso, infatti, si sviluppò un rapporto
strettissimo tra il mondo industriale e quello finanziario: le banche non si limitavano
più a prestare soldi a breve termine, ma investivano direttamente nelle industrie.
Nacque così quello che gli storici chiamano capitalismo finanziario, cioè un sistema
economico in cui lo sviluppo industriale dipendeva in larga parte dal sostegno delle
grandi banche.
Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento si assistette a una fase di straordinaria
trasformazione, che gli storici chiamano seconda rivoluzione industriale. Essa si
differenziò nettamente dalla prima: mentre quest’ultima era stata dominata dal cotone
e dal ferro, ora furono tre i settori trainanti – l’industria chimica, l’industria
elettrica e la produzione dell’acciaio.
L’acciaio, reso più resistente e meno costoso grazie a nuove tecniche di lavorazione,
trovò applicazioni in campi fino ad allora impensabili: dall’industria pesante alle
infrastrutture, fino alla nascente edilizia urbana moderna, che avrebbe portato alla
costruzione di ponti e grattacieli. Parallelamente, la chimica apriva orizzonti
completamente nuovi: rese possibile la produzione di alluminio, coloranti sintetici,
fibre tessili artificiali e soprattutto nuovi metodi di conservazione degli alimenti. Si
trattava di innovazioni che non solo rivoluzionavano l’industria, ma incidevano
direttamente sulla vita quotidiana delle persone.
Tuttavia, le due scoperte che più di ogni altra simboleggiano la seconda rivoluzione
industriale furono l’invenzione del motore a scoppio e la diffusione dell’energia
elettrica. Il motore a scoppio rese necessario lo sfruttamento su larga scala del
petrolio, che da quel momento in poi sarebbe diventato una delle risorse strategiche
del mondo moderno. L’elettricità, invece, trasformò radicalmente l’organizzazione
della vita urbana: dapprima con l’illuminazione pubblica, che cambiò l’aspetto delle
città, e poi con la sua applicazione come nuova e potentissima forza motrice per
l’industria.
Anche il settore delle comunicazioni fu investito da una vera rivoluzione. Il
telegrafo rese possibile la trasmissione di messaggi quasi istantanei da un capo
all’altro del mondo, accorciando distanze che fino ad allora sembravano
insormontabili. Al tempo stesso, invenzioni come il grammofono e il cinematografo
introdussero per la prima volta la possibilità di registrare e riprodurre suoni e immagini
in movimento, aprendo la strada a un nuovo modo di vivere la cultura e
l’intrattenimento.
Non meno radicali furono i cambiamenti nel campo della medicina. In questi anni
si affermò un approccio finalmente scientifico, fondato sulla scoperta dei
microrganismi responsabili delle malattie infettive. Epidemie come colera, tifo e
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malaria potevano ora essere comprese e contrastate in maniera razionale. A ciò si
aggiunsero i progressi della farmacologia, la nascita delle prime industrie
farmaceutiche e una nuova organizzazione ospedaliera: i moderni policlinici,
suddivisi in reparti, capaci di offrire cure più efficaci e condizioni di degenza migliori.
Accanto a tutto questo, si diffuse un più generale movimento igienista, che portò
alla costruzione di acquedotti, fognature e alla cura degli spazi pubblici, riducendo
drasticamente i rischi di contagio.
Questi progressi, sommati anche allo sviluppo dell’industria alimentare, ebbero
conseguenze decisive sulla demografia: in tutta Europa si ridusse la mortalità, in
particolare quella infantile, e ciò determinò un netto aumento della popolazione. È
interessante notare che questo accadde nonostante, nei Paesi più industrializzati, le
nascite stessero calando. Si stava diffondendo infatti una nuova mentalità, legata alle
pratiche contraccettive e a una pianificazione più razionale della famiglia: meno figli,
ma meglio curati.
Così, mentre in Europa cresceva la popolazione grazie alla riduzione della mortalità,
milioni di persone sceglievano anche di emigrare verso gli Stati Uniti o altri Paesi
d’oltremare, che proprio in quegli anni diventavano i nuovi poli dello sviluppo
economico mondiale. CAPITOLO 3
LE GRANDI POTENZE EUROPEE
Tra il 1850 e il 1870 l’Europa visse un ventennio segnato da forti tensioni e conflitti.
Al centro di queste tensioni c’erano le tre grandi potenze dell’Europa continentale: la
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Francia di Napoleone III, l’Impero asburgico e la Prussia . Il principale motivo di
instabilità fu il tentativo della Francia di riaffermarsi come massima potenza
continentale, mettendo in discussione l’equilibrio stabilito dal Congresso di Vienna
(1815). Quel congresso aveva infatti stabilito un principio fondamentale: nessuna
potenza doveva prevalere nettamente sulle altre, per mantenere la pace. Ma
Napoleone III voleva proprio rovesciare quell’ordine, indebolendo l’Austria e ponendosi
come nuovo arbitro d’Europa.
Il problema era che, mentre la Francia cercava di rafforzarsi, l’Austria si mostrava
sempre più debole. Questo indebolimento derivava dal suo immobilismo pol
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