Introduzione
L'introduzione di Alessandro Barbero al libro San Francesco delinea un percorso complesso attraverso la memoria e le diverse rappresentazioni del santo, articolandosi in sei punti fondamentali che spaziano dall'uso politico della sua immagine fino alla nascita della moderna "questione francescana".
L'autore apre con un esempio estremo di uso politico dell'immagine di Francesco: nel 1926, settimo centenario della morte del santo, il sacerdote Paolo Ardali pubblicò un opuscolo intitolato San Francesco e Mussolini. In quest'opera, scritta in buona fede, Ardali cercava analogie tra il Duce e il Poverello, sostenendo che entrambi avessero trascinato le folle riducendole all'obbedienza.
Mussolini veniva paragonato a Francesco per la fatica del lavoro manuale (i mattoni portati dal giovane Mussolini in Svizzera come Francesco a San Damiano), per l'esperienza della guerra e per la certezza di avere un altissimo destino. Questo caso dimostra quanto l'immagine di Francesco sia stata spesso deformata per servire ideologie diverse.
Il punto di partenza per conoscere il Francesco "reale" sono i suoi stessi scritti, redatti soprattutto negli ultimi anni di vita. Nonostante Francesco fosse a malapena alfabetizzato, scriveva in un latino sgrammaticato e con una grafia elementare; i suoi testi offrono una rappresentazione meno condizionata rispetto alle biografie successive.
- La Regula non bullata: Frutto di un lungo lavoro collettivo, rifletteva un ideale di estrema povertà e scarsa struttura istituzionale.
- La Regula bullata (1223): Rappresentò un compromesso mediato con la curia romana per adattare l'Ordine a una dimensione internazionale.
- Il Testamento: Scritto negli ultimi mesi di vita, è una vera e propria autobiografia, ma con un preciso orientamento ricostruttivo: Francesco voleva che i frati lo ricordassero in un modo specifico.
Dopo la canonizzazione fulminea (1228), papa Gregorio IX incaricò Tommaso da Celano di scrivere la vita ufficiale del fondatore, la Vita del beato Francesco. Tommaso scelse deliberatamente di concentrarsi sulla santità della vita invece che sui miracoli, citando Gregorio Magno: "I miracoli non fanno la santità, ma la manifestano". Questa scelta fu però impopolare: i frati volevano più miracoli per essere certi del rango di Francesco in Paradiso. Tommaso fu costretto ad aggiungerne molti in una versione abbreviata e, successivamente, a causa delle pressioni dei ministri generali Crescenzio da Jesi e Giovanni da Parma, dovette rimettere mano all'opera più volte.
Nel frattempo, la crisi dell'Ordine (come la deposizione di frate Elia nel 1239) favorì la nascita di opere che cercavano di giustificare lo sviluppo istituzionale della fratellanza. Nacquero testi come l'Anonimo Perugino e la Leggenda dei Tre Compagni. Per superare la frammentazione, Tommaso da Celano compilò il Memoriale (o Vita secunda), una collezione tematica di episodi. Tuttavia, l'insistenza per ottenere un catalogo completo di prodigi lo portò a scrivere, quasi con fastidio, il Trattato dei miracoli, lamentando l'impossibilità di "trasformare il quadrato in tondo" ogni giorno.
Nel 1260, il capitolo di Narbona decretò che venisse compilata un'unica biografia "buona", compito affidato al ministro generale Bonaventura da Bagnoregio. La sua Legenda maior operò una "pulizia" dell'immagine di Francesco:
- Vennero eliminati gli episodi troppo umani o contraddittori.
- Venne accentuata l'assimilazione di Francesco a Cristo.
- La povertà fu presentata come qualcosa da ammirare, ma non necessariamente da imitare nella vita reale dell'Ordine ormai istituzionalizzato.
L'operazione culminò nel 1266 con un ordine senza precedenti: la distruzione di tutte le biografie precedenti affinché restasse solo quella di Bonaventura. Nonostante la resistenza di alcuni frati (come gli "Spirituali"), la versione bonaventuriana e i popolari Fioretti dominarono la memoria collettiva per secoli.
Dalla fine dell'Ottocento, la riscoperta delle fonti antiche ha dato vita alla "Questione francescana", ovvero il dibattito storiografico su chi fosse il Francesco storico. Barbero spiega che ogni autore medievale ha costruito un "suo" Francesco, influenzato dalla propria ideologia. Lo scopo di questo libro non è stanare il "vero" Francesco, ma presentare sette versioni diverse della sua vita, mostrando come la sua immagine si sia riflessa e frazionata in un intricato gioco di "specchi deformanti" subito dopo la sua morte.
Capitolo 1
Il primo capitolo del libro di Alessandro Barbero analizza il Testamento di san Francesco, considerato una vera e propria autobiografia redatta negli ultimi mesi di vita del santo. Sebbene Francesco fosse a malapena alfabetizzato, scriveva in un latino sgrammaticato e con una grafia elementare; i suoi scritti sono per gli storici la fonte primaria e più autentica, meno condizionata dalle sovrastrutture ideologiche delle biografie successive.
Francesco apre il suo racconto identificando il momento di rottura con la vita passata non nella povertà, ma nella penitenza. Il punto di svolta fu l'incontro con i lebbrosi: mentre prima la loro vista gli appariva "amara", il Signore lo condusse tra loro e gli permise di fare "misericordia". Barbero nota come Francesco parli di lebbrosi al plurale, riferendosi a una comunità di sofferenti assistita in ospedali fuori città, diversamente dalle biografie tarde che trasformeranno questo impegno in un singolo incontro miracoloso con un lebbroso baciato dal santo.
Un punto centrale del capitolo è la totale obbedienza di Francesco alla Chiesa e la sua immensa fede nei sacerdoti. Egli dichiara di voler ricorrere a loro anche se perseguitato e rifiuta di predicare nelle parrocchie senza il loro permesso. Questa posizione è consapevolmente anti-ereticale: diversamente dai valdesi, Francesco sposa la tesi cattolica per cui il peccato del sacerdote non annulla la validità dei sacramenti. La ragione di tale venerazione risiede nel fatto che solo i sacerdoti amministrano l'Eucaristia, l'unica manifestazione tangibile della presenza di Cristo sulla terra. Tale devozione si estende alle parole scritte: Francesco ordina di raccogliere e onorare ogni frammento di scritto che contenga il nome di Dio.
Francesco sottolinea che, dopo l'arrivo dei primi compagni, nessuno gli indicò cosa fare, ma fu l'Altissimo stesso a rivelargli che doveva vivere secondo il modello del Santo Vangelo. La prima Regola non fu altro che la trascrizione, in poche e semplici parole, di questa rivelazione divina approvata da papa Innocenzo III. Rivendicando l'origine divina della sua missione, Francesco intende sottrarre le sue scelte a qualsiasi contestazione umana.
Francesco rievoca con nostalgia la semplicità dei primi tempi, quando i frati:
- Davano tutto ai poveri prima di unirsi al gruppo.
- Si accontentavano di una sola tonaca rattoppata.
- Dichiaravano la propria ignoranza ed erano sottomessi a tutti.
- Praticavano il lavoro manuale onesto: Francesco stesso lavorava e ordinava a tutti i frati di farlo per evitare l'ozio e dare il buon esempio.
Barbero evidenzia una distinzione fondamentale: per Francesco il lavoro doveva essere il mezzo normale di sostentamento, mentre all'elemosina (la mendicità) si doveva ricorrere solo come ripiego quando il lavoro non veniva pagato. In questo il Testamento sembra voler tornare alla Regula non bullata, in polemica con la Regula bullata del 1223 che aveva invece reso l'elemosina la modalità ordinaria di mantenimento.
Francesco ribadisce disposizioni che al momento della stesura apparivano già inattuali:
- I frati devono vivere in luoghi poveri come "ospiti di passaggio, forestieri e pellegrini", senza mai appropriarsi degli edifici.
- È severamente vietato richiedere lettere o privilegi alla curia romana per facilitare la predicazione o proteggersi dalle persecuzioni. L'unica risposta accettabile davanti a un rifiuto è andarsene altrove a fare penitenza.
Nonostante avesse rinunciato alla guida dell'Ordine, Francesco dichiara nel Testamento di voler obbedire ciecamente al Ministro Generale e al suo guardiano, definendosi loro "prigioniero". Allo stesso tempo, impone pene severissime per i frati che non rispettano l'ufficio o che si dimostrano "non cattolici": costoro devono essere consegnati al guardiano, custoditi come carcerati e portati davanti al Cardinale Ostiense, protettore della fraternità.
In conclusione, Francesco insiste affinché il Testamento non sia considerato "un'altra Regola", ma un invito a osservare la Regola esistente in modo "più cattolico". Egli ordina fermamente di non aggiungere commenti o glosse al testo ("vuol essere inteso così"), ma di comprenderlo "semplicemente e senza commenti". Tuttavia, la preoccupazione principale dei frati dopo la sua morte fu proprio quella di svincolarsi da queste disposizioni; l'operazione culminò nel 1230 con la bolla Quo elongati di papa Gregorio IX, che tolse al Testamento ogni valore giuridicamente vincolante.
Capitolo 2
Il secondo capitolo del libro di Alessandro Barbero analizza la prima biografia ufficiale di Francesco, la Vita del beato Francesco (un tempo nota come Vita prima), scritta da Tommaso da Celano su incarico di papa Gregorio IX e approvata nel 1229. Tommaso dichiara di basarsi sulla propria esperienza diretta e sulle testimonianze dei primi compagni, ma Barbero evidenzia come l'autore selezioni e modelli i fatti per presentare un'immagine di Francesco funzionale alle esigenze della Chiesa e dell'Ordine dell'epoca.
Tommaso descrive un Francesco giovane che, influenzato dalla cattiva educazione dei genitori, viveva nel peccato e nella vanità, distinguendosi tra i coetanei di Assisi per la ricchezza, l'abbigliamento sfarzoso e l'amore per il divertimento. Una lunga malattia lo costringe all'immobilità, portandolo ai primi pensieri spirituali e a una nuova indifferenza verso la bellezza del mondo materiale.
- L'incontro con il lebbroso: Tommaso aggiunge un dettaglio simbolico fondamentale (probabilmente ispirato a san Martino): Francesco, che provava ribrezzo per i lebbrosi, si sforza di baciarne uno, scoprendo che ciò che era amaro si trasforma in dolcezza.
- Il sogno delle armi e la rinuncia alla guerra: Mentre progetta di andare in Puglia per diventare cavaliere, Francesco sogna la propria casa piena di armi crociate. Inizialmente interpreta il sogno come un presagio di gloria militare, ma presto comprende che si tratta della "guerra di Dio".
- La nudità davanti al vescovo: Dopo aver tentato di donare il ricavato della vendita di panni e del cavallo a un povero sacerdote di San Damiano, Francesco affronta l'ira del padre Pietro di Bernardone. La rottura definitiva avviene davanti al vescovo di Assisi, dove Francesco si spoglia di ogni abito, restituendo tutto al padre e affidandosi totalmente a Dio.
Inizialmente, Francesco vive come un eremita solitario, riparando materialmente le chiese (San Damiano, San Pietro e la Porziuncola). La svolta avviene ascoltando il Vangelo sulla missione degli Apostoli: capisce di dover vivere in povertà assoluta, senza scarpe, né bastone, né denaro. Abbandona l'abito da eremita per una tunica a forma di croce cinta da una corda e inizia a predicare la pace.
Presto arrivano i primi compagni (Bernardo, Egidio, Filippo), attratti dal suo esempio. Quando il gruppo raggiunge il numero di dodici, Francesco scrive una Regola semplice e si reca a Roma da Innocenzo III.
- Innocenzo III inizialmente è dubbioso, ma viene convinto da un sogno in cui vede un "omino" sorreggere la basilica del Laterano che crolla. Il papa approva oralmente la Regola e autorizza i frati a predicare la penitenza.
- Il termine “Minori”: Francesco sceglie perché i suoi frati devono essere "minori", ovvero i più piccoli e sottomessi a tutti. Tommaso descrive con nostalgia la vita dei primi tempi, fatta di amore fraterno, lavoro manuale al servizio dei lebbrosi e rifugi precari in grotte o fornaci.
Francesco &egra
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