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Tra rischio e protezione – La valutazione delle competenze parentali

A cura di Paola Di Blasio

Capitolo 1: Fattori di rischio e fattori protettivi nella valutazione delle competenze parentali: la cornice teorica di riferimento

1 – La cornice teorica di riferimento: il modello process-oriented

Il protocollo sui fattori di rischio e sui fattori protettivi, elaborato per offrire uno strumento operativo nella valutazione dei bambini che vivono relazioni familiari caratterizzate da difficoltà e da disagio, nasce dall’esperienza clinica e di ricerca realizzata nell’ambito delle problematiche della promozione della salute, della prevenzione e della valutazione e trattamento delle famiglie e dei bambini vittime di violenza e di abusi. Se viene rilevato un danno, sono possibili due percorsi:

  • Il primo caratterizzato da danno lieve e da richiesta spontanea della famiglia che rendono possibile l’intervento di aiuto con la collaborazione della famiglia stessa.
  • Il secondo connotato da danno grave del bambino e da incapacità del genitore di chiedere o accettare il sostegno che rendono necessaria una segnalazione, un’indagine azioni volte alla protezione e alla tutela anche giuridica e una valutazione di recuperabilità della famiglia.

Il danno per il bambino deriva inevitabilmente dal fallimento parentale, da omissioni o da azioni intenzionali o non intenzionali connesse alle pratiche di accudimento. L’attenzione quindi ai fattori di rischio e ai fattori protettivi ci appare particolarmente utile perché permette di comprendere più approfonditamente come l’esito di adattamento o di maladattamento delle competenze genitoriali sia, in realtà, un percorso costellato da eventi accidentali, da incontri e legami significativi, da condizioni esistenziali e anche da prerequisiti che acquistano il loro significato alla luce della dinamica processuale e delle interconnessioni che vengono a determinarsi tra i diversi elementi.

Lo schema grafico del modello process-oriented consente un’immediata percezione dei diversi fattori in gioco:

  • La parte sinistra mette in luce l’importanza dei fattori biologici, genetici e psicologici, gli elementi della storia o delle condizioni attuali di tipo sociale e ambientale, familiare e individuale che influenzano o possono influenzare il modo in cui i singoli individui svolgono il ruolo di genitori.
  • La parte centrale denominata “funzionamento dei genitori”, riguarda i processi e le risposte dell’individuo che, in un certo tempo t, possono mediare la relazione tra le influenze sociali e ambientali passate e attuali, da un lato, e gli esiti connessi all’adattamento o al maladattamento, dall’altro. Questo vuol dire che la direzione delle influenze non è lineare, nel senso che non procede dai fattori individuali-familiari-sociali all’esito di adattamento-maladattamento, ma è mediata da vari e specifici processi e pattern psicologici che riflettono il funzionamento quotidiano dei genitori in molteplici contesti. I differenti fattori indicati nel modello, inoltre, assumono gradi diversi d’importanza in funzione della fase di evoluzione delle competenze parentali (ad esempio, per un buon funzionamento nello svolgimento del ruolo di genitori di un bambino piccolo sono molto importanti sia la qualità della relazione di attaccamento che i genitori stessi hanno sperimentato in età infantile con le proprie figure d’allevamento sia la relazione attuale tra i partner, mentre le competenze necessarie a occuparsi di un figlio preadolescente o adolescente dipendono in misura più elevata dall’abilità di monitorare le influenze esercitate dalle relazioni con i pari).
  • Nella parte destra del modello vengono, infine, indicate due ampie dimensioni che sono l’esito del processo evolutivo: la dimensione dell’adattamento, reinterpretata come competenza parentale capace d’integrare le molteplici influenze personali e relazionali con le esigenze del bambino e quella del maladattamento, che indica una difficoltà nella modulazione dell’esercizio della genitorialità.

Alla luce di questa prospettiva riteniamo che la dimensione dell’adattamento, che implica una relazione ancora preservata in senso positivo tra genitori-figli, possa essere compresa e spiegata nei termini di presenza o prevalenza dei fattori protettivi che possano contrastare i fattori di rischio e di stress e che consentono a genitori, pur segnati da difficoltà o ostacoli, di comprendere e affrontare adeguatamente le esigenze del bambino e di rispondere alle richieste poste dai compiti di sviluppo inevitabilmente connessi alla crescita dei figli. Nel caso del maladattamento, invece, riteniamo che i fattori di rischio siano dominanti o fortemente prevalenti. In particolare, possiamo individuare due tipi di funzionamento parentale:

  • Uno più fortemente lesivo delle esigenze di cura e d’accudimento e caratterizzato dall’assenza di fattori protettivi e dalla presenza di fattori di rischio e di fattori di stress.
  • L’altro attraversato da criticità e disequilibri che creano disagi nei figli e contrassegnato dalla coesistenza di fattori di rischio e di fattori protettivi.

2 – Fattori di rischio e fattori protettivi

La concezione basata sui fattori di rischio e protettivi si propone di far emergere non solo le caratteristiche e le peculiarità familiari che mettono a rischio il bambino, rendendo eventualmente necessaria la sua tutela, ma anche le potenzialità e le risorse residue che potrebbero contrastare o ridurre l’impatto dei fattori negativi. Si basa sull’idea che negli individui e nelle famiglie esistano una dinamicità e una stretta interrelazione tra eventi positivi e negativi, non riconducibili alla semplice individuazione descrittiva degli uni e degli altri. Sono, infatti, i meccanismi e i processi attraverso cui si sviluppano gli eventi relazionali a definirne il significato, la direzione e la coloritura affettiva.

Studiosi appartenenti a discipline diverse hanno da tempo abbandonato la tesi unidirezionale e semplificata che individuava in un fattore prevalente (per esempio, la malattia mentale di un genitore) la sola causa del fallimento nel prestare cure ai figli o della presenza, nel caso dello sviluppo, di disturbi psicologici nel bambino. Siamo oggi partecipi di una spiegazione scientifica degli eventi più complessa e articolata, che ci induce a cercare le diverse cause che concorrono a generare esiti non sempre uguali o facilmente prevedibili.

Per capire i casi di persone capaci di affrontare le avversità, di superarle e a volte pesino di uscirne rafforzati è stato introdotto il concetto di resilienza, con cui s’intende una capacità di adattamento, di flessibilità, di resistenza allo stress, all’ansia e alle avversità. La resilienza non è solo un attributo individuale che possa essere misurato direttamente, ma piuttosto un fenomeno che viene inferito dalla coesistenza di una duplice condizione: la presenza di elevate condizioni avverse e un adattamento relativamente buono, nonostante condizioni negative. La resilienza non va però confusa con la semplice capacità di sopravvivere, con la propensione a evitare i pericoli o con la spinta istintiva a mettersi in salvo. Le diverse caratteristiche dei soggetti resilienti possono confluire in due principali aree di competenze:

  • Quella relativa alla stima di sé, che si riferisce a una valutazione cognitiva e a sentimenti autoriferiti sostanzialmente positivi.
  • Quella relativa alla progettualità e pianificazione futura intesa come disposizione a perseguire scopi e obiettivi a lungo termine.

Per comprendere che cosa renda gli individui capaci di un buon adattamento anche nelle condizioni più negative oppure per favorire l’innesco di un processo di resilienza e quindi per far emergere elementi magari indistinguibili, occorre innanzitutto recuperare l’intrinseca resilience ad afluidità processuale che caratterizza i fenomeni umani. Non a caso si parla di process, per sottolineare la dimensione dinamica e non statica della resilienza, che è il risultato del modo in cui i fattori protettivi si amalgamano e assumono forme dotate di significato in relazione alla specificità della fase di sviluppo, della storia, degli eventi e del contesto, diventando così parte di un processo compensatorio che serve a promuovere l’adattamento. Un’elaborazione siffatta, chiamata anche ha introdotto alcuni concetti-chiave, utili a descrivere il modello nuovo in cui si intrecciano questi diversi concetti, opposti alla nozione di rischio perché la loro presenza diventa predittiva di un buon adattamento:

  • Risorsa: è inteso in senso generale per indicare gli aspetti concreti e materiali di cui dispongono gli individui. Esso si riferisce alle caratteristiche obiettive dell’ambiente sociale e territoriale, a quelle abitative ed economiche della famiglia, alla rete di connessioni parentali e amicali ma anche alle risorse intese come dotazione individuale, in termini di competenze cognitive e salute psico-fisica dei genitori e del bambino stesso.
  • Fattori protettivi: sono più intimamente connessi alle relazioni, alla qualità dell’ambiente e delle persone con cui si interagisce o da cui provengono le cure.
  • Processi protettivi: indicano il modo in cui i fattori protettivi agiscono in condizioni di rischio.

Sono molti i fattori di rischio e i fattori protettivi presenti nel corso della vita degli individui, anche se raramente si è consapevoli dell’influenza che essi esercitano. Il concetto di rischio rimanda a eventi di cui si possa valutare e stimare la probabilità e comprende quindi da un lato la nozione di caso e di probabilità e dall’altro quella di perdita e di danno. Spesso, quindi, tale nozione viene usata per indicare minacce, pericoli, danni potenziali e per segnalare condizioni oggettive con caratteristiche negative. Se recuperiamo il significato originale del termine “rischio” o quello adottato nell’ambito degli approcci tecnico-scientifico, vediamo tuttavia come esso ruoti essenzialmente attorno al concetto di probabilità ed è quindi inteso come il prodotto delle probabilità e delle conseguenze (dimensioni e gravità) del verificarsi di un certo evento avverso (vale a dire di un pericolo).

Per approfondire le sfaccettature del concetto di fattori di rischio è utile richiamare la distinzione introdotta da Baldwin et al. (1990) tra fattori distali e fattori prossimali.

I fattori distali sono così denominati perché esercitano un’influenza indiretta e rappresentano l’humus su cui vengono a innescarsi altri elementi più vicini e prossimi all’esperienza di cui sono intessute le relazioni. Nel nostro modello abbiamo indicato 11 fattori di rischio distali (FRD) desunti dalla diretta esperienza operativa e di ricerca o selezionati dalla letteratura di riferimento. Sebbene l’esistenza dei fattori distali faccia presupporre un potenziale pericolo per l’equilibrio del sistema familiare e generi un legittimo allarme, essi tuttavia da soli non sono sufficienti a generare danni o conseguenze Determinano piuttosto una sorta di sensibilizzazione, nel senso che introducono elementi di fragilità e debolezza che rendono le famiglie e gli individui più vulnerabili e impoveriscono le loro capacità di far fronte agli ostacoli e alle difficoltà.

I fattori prossimali possono essere di rischio o protettivi e vengono chiamati così perché sono contigui e prossimi da un punto di vista relazionale, coincidono con le esperienze del quotidiano (“day to day”) e si riferiscono a caratteristiche individuali e ambientali oppure a eventi che esercitano un’influenza diretta nelle relazioni, sono percepibili soggettivamente e investono lo spazio di vita, le emozioni e i comportamenti quotidiani. Possono avere una valenza negativa e per questo contribuiscono a potenziare il rischio, nel senso che ne amplificano l’effetto, oppure una valenza positiva che contribuisce a ridurre la portata dei fattori di rischio.

Nel primo caso, vale a dire quando hanno una valenza negativa, parliamo di fattori prossimali di amplificazione del rischio (FPR&AR) fattori prossimali, nel secondo caso di protettivi e di riduzione del rischio (FPR&RR), intesi nella specifica accezione di elementi che entrano in gioco riducendo l’effetto dei fattori di rischio. Questo vuol dire che particolari eventi o certe relazioni, che in condizioni abituali non esercitano alcuna funzione particolare e sono neutri, assumono un valore protettivo quando intersecano situazioni di rischio e quindi entrano a far parte di un processo protettivo.

In questa prospettiva, dunque, il concetto di rischio perde l’accezione di evento negativo o inteso solo come pericolo e minaccia per recuperare il suo significato originario di evento critico, connotato da incertezza, caos, disorganizzazione da cui potrebbero derivare conseguenze dannose oppure esiti che stimolano la resilienza.

I fattori di rischio distali (FRD) sono:

  • Povertà cronica
  • Basso livello di istruzione
  • Giovane età della madre
  • Carenza di relazioni interpersonali
  • Famiglia monoparentale
  • Esperienze di rifiuto, violenza o abuso subite nell’infanzia
  • Sfiducia verso le norme sociali e le istituzioni
  • Accettazione della violenza e delle punizioni come pratiche educative
  • Accettazione della pornografia infantile
  • Scarse conoscenze e disinteresse per lo sviluppo del bambino

I fattori prossimali di rischio o di amplificazione del rischio (FPR&AR):

  • Fattori individuali:
    • Psicopatologia dei genitori
    • Devianza sociale dei genitori
    • Abuso di sostanze
    • Debole o assente capacità di assunzione delle responsabilità
    • Sindrome da risarcimento
    • Distorsione delle emozioni e delle capacità empatiche
    • Impulsività
    • Scarsa tolleranza alle frustrazioni
    • Ansia da separazione
  • Fattori familiari e sociali:
    • Gravidanza e maternità non desiderate
    • Relazioni difficili con la propria famiglia d’origine e con quella del partner
    • Conflitti di coppia e violenza domestica
  • Caratteristiche del bambino:
    • Malattie fisiche o disturbi alla nascita
    • Temperamento difficile

I fattori prossimali protettivi o di riduzione del rischio (FPP&RR):

  • Fattori individuali:
    • Sentimenti d’inadeguatezza per la dipendenza dai Servizi
    • Rielaborazione del rifiuto e della violenza subiti nell’infanzia
    • Capacità empatiche
    • Capacità di assunzione delle responsabilità
    • Desiderio di migliorarsi
    • Autonomia personale
    • Buon livello di autostima
  • Fattori familiari e sociali:
    • Relazione attuale soddisfacente almeno con un componente della famiglia d’origine
    • Rete di supporto parentale o amicale
    • Capacità di gestire i conflitti
  • Caratteristiche del bambino:
    • Temperamento facile

La ricerca sulle connessioni tra rischio e protezione è ancora agli inizi e, sebbene vi siano molti studi sul rischio psicosociale, sono ancora pochi i lavori nei quali i diversi fattori vengono distinti in base alla processualità che li caratterizza. Non risulta esistano specifici studi empirici in tal senso, e per questo proviamo ad avanzare qualche ipotesi per comprendere quale combinazione di elementi concorra a orientare le relazioni familiari verso condizioni di crisi o, al contrario, quali fattori protettivi riescano a trasmettere a una traiettoria critica l’impulso necessario a cambiare direzione.

I fattori di rischio distali coincidono con elementi del contesto di vita, con concezioni, valori o esperienze personali pregresse che esercitano un’influenza sulle competenze parentali e che spesso rappresentano il territorio su cui si radicano incomprensioni, distorsioni percettive, pratiche educative oppure incompetenze nelle cure o violenza familiare. Degli 11 fattori distali alcuni sono aspecifici nel senso che sono presenti in situazioni familiari che soffrono per forme diffuse di disagio psicologico o sociale, altri sono fortemente caratterizzanti i contesti nei quali viene esercitata violenza e abuso verso i figli. In relazione ai fattori aspecifici (quali povertà, monoparentalità, basso livello d’istruzione dei genitori) che attraversano situazioni familiari multiproblematiche, sono molti i programmi di prevenzione realizzati per contrastare le conseguenze medico-sanitarie e psicologiche che derivano da condizioni economiche disagiate, dalla carente competenza nell’accudimento, dalla disinformazione o ignoranza sulle cure da prestare ai bambini o dallo stress e dall’isolamento in situazioni di monoparentalità.

Se prendiamo ora in esame i fattori che abbiamo denominato specifici si può notare come essi caratterizzino più di frequente le famiglie nelle quali vengono attuati comportamenti omissivi o commissivi che danneggiano la prole. Le esperienze di violenza subite nell’infanzia, le concezioni basate sull’accettazione della violenza come pratica educativa o l’accettazione della pornografia sono particolarmente significative e svolgono un’azione di mediazione, nel senso che, sebbene non siano eziologicamente collegabili all’espressione diretta di azioni violente, pur tuttavia legittimano l’adulto a superare barriere morali e comportamentali interne. Nello stesso modo possiamo sinteticamente dire che tutti i fattori distali agiscono come elementi facilitanti nel complesso intreccio con altre variabili che vengono definiti fattori prossimali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristinacf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo tipico e atipico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Milani Luca.
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