Le sfide della pedagogia speciale e la didattica per l’inclusione
di Roberto Dainese
Le prospettive attuali della pedagogia speciale
Cap. 1
L’umanità, oggi, ha più che mai bisogno di una risposta alle profonde crisi e all’individualismo dilagante che la stanno interessando. C’è bisogno di rispondere a questi problemi attraverso una rivoluzione del pensiero, che andrebbe ri-educato ai presupposti di pluralità, un’azione pedagogica che sostenga le persone e coltivi l’intenzione trasgressiva, un abbattimento delle barriere culturali.
La Pedagogia Speciale sorge su presupposti trasgressivi e su presupposti di giustizia ed equità, suggerendo aperture per un approccio inclusivo a tutte le persone. Questa disciplina, inoltre, intende definire risposte sempre più chiare ai bisogni delle persone e sollecitare un’effettiva partecipazione sociale di tutti, disabili compresi.
Intendiamo dunque, in questo capitolo, evidenziare come quella componente di trasgressione originaria su cui si fonda la pedagogia speciale ne sia tuttora parte fondamentale ed integrante, in grado, poi, di poter rispondere all’urgente bisogno di umanizzazione che la società di oggi richiede.
L’inclusione come risposta all’individualismo
La prospettiva inclusiva vive oggi momenti di profondo cambiamento, dovuti alle necessità di rinnovare alcuni aspetti organizzativi delle istituzioni scolastiche e dei ruoli degli insegnanti che, spesso, si trovano in difficoltà nel condurre processi inclusivi.
La Legge 13 luglio 2015, n. 107 - Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti ha avviato l’azione di riforma della scuola, che, ci auspichiamo, possa intendere la scuola come una scuola di tutti, senza fare riferimento a due tipologie di scuola, la scuola dei “normali” e la scuola di chi ha difficoltà.
Accanto a questa riflessione, se ne colloca un’altra, di natura più generale, che riguarda le aspirazioni inclusive sollecitate dal mondo contemporaneo, oltre l'individualismo.
Potremmo dire, con Bertolini, che il compito dell’educazione è permettere a ciascuno di cercare il senso da attribuire alla propria esistenza, in una prospettiva di educazione come “apertura al possibile” e ad un possibile cambiamento, oltre i limiti propri. Ne deriva che ciascuno, in quest’epoca, è chiamato a raggiungere la consapevolezza di dover sostenere responsabilmente l’impegno di vivere il mondo assolvendo un impegno di cura del mondo stesso e di chi lo abita, poiché solamente curando il mondo in cui si abita è possibile conoscere i limiti che possiamo superare. L’educazione come ricerca di senso ci convoca alla necessità urgente di prospettare un “nuovo umanesimo” che, allo stesso modo di quanto accadde tra il XIV e il XV secolo, ci inviti a ricercare un nuovo significato da attribuire all’esistenza umana.
Sentiamo la necessità di un nuovo umanesimo poiché ci troviamo, ancora una volta, ad un bivio, da una parte l’individualismo, la rassegnazione, la crisi umana e sociale, dall’altra l’avvio possibile di nuove azioni e progettualità che aprano alla fiducia, alla speranza e all’altruismo. Prospettiamo un nuovo umanesimo solidale ed includente perché pensato per la definizione di un mondo non uniforme, bensì aperto a molteplici fisionomie: un mondo inclusivo. Ciò però richiede la formulazione di almeno due principi fondamentali:
- Concepire l’esistenza come fenomeno individuale, ma strutturato su presupposti plurali, che si faccia garante della difesa del bene comune 1
- Definire un concetto di persona, sostanziato da tratti di autenticità
Il bene comune
Consideriamo il bene comune contemporaneamente fine e principio perché, in esso, gli scopi acquisiscono il significato di principi e perché è sempre un obiettivo da raggiungere (consequendum).
Appare inoltre inevitabile il collegamento tra l’idea di bene comune e quella di comunità. In questo collegamento ci viene in aiuto Husserl che, nella sua fenomenologia, definisce la società facendo riferimento al concetto di comunità intersoggettiva, che ha l’obiettivo di realizzare un mondo comune. L’intersoggettività, a differenza della soggettività richiama alla comprensione della soggettività, ma in rapporto al suo aspetto relazionale, supera ogni logica individualistica e si posiziona in una prospettiva plurale. Vivere in una comunità intersoggettiva, in altri termini, “non è quindi solamente l’affermazione dell’altro, il riconoscerlo come uguale e diverso, ma è la costituzione di un «noi»".
Tuttavia, oggi, anche le istituzioni stesse sembrano in altre logiche, favorendo una cultura dipendente da vanità personalistiche e preferendo dare risposte alle esigenze del singolo, invece di quelle comuni.
Eppure, la crisi scoppiata imprevedibilmente nel 2008 e le sue conseguenze, tuttora complesse, sembra richiedere un cambiamento che ripristini e rinnovi aspetti culturali e riscopra valori su cui rifondare il futuro.
La crisi della globalizzazione e il trionfo dell’individualismo, secondo Edgar Morin, rivelano, in realtà, molteplici paradossi, tipici della nostra epoca e della nostra società occidentale: disuguaglianze alimentari, fame nei paesi poveri, obesità nei paesi ricchi, crisi demografica, sovrappopolamento/calo, crisi urbana, ghetti poveri/megalopoli, crisi della politica, crisi delle religioni, modernismo/integralismo, etc.
A fronte degli effetti egoistici dell’individualismo, Morin avanza l’idea di una cultura intenta a promuovere un arricchimento reciproco anche tra realtà molto diverse, unite dall’aspirazione alla creazione di una nuova civiltà che scelga di creare ampie aperture, lontane da un’idea di umanità come somma di realtà univoche, settoriali e indipendenti ma in sintonia con l’idea di un’umanità solidale. Egli propone al mondo l’adozione di un indirizzo “meticciato” opposto alla controproducente via dello sviluppo che, paradossalmente, mentre lo promuove in un luogo, crea sottosviluppo altrove. Scegliere la “via meticciata” significa costruire un nuovo umanesimo planetario, solidale ed includente, che si regga sull’autenticità dell’esistenza di ciascuno.
L’autenticità
Secondo Vito Mancuso è sulla libertà che si gioca la partita della vita autentica, scrive: “riflettere sull’autenticità significa mettere a tema il buon uso della libertà per far sì che conduca sul sentiero della vita autentica e non su quello, altrettanto possibile, della vita inautentica”.
È compito dell’educazione promuovere autenticità generando in ciascuno il desiderio, la motivazione per l’attuazione del proprio progetto esistenziale, che dovrebbe sostenersi su scelte intenzionali nelle quali esprimere la propria personale libertà.
Causa dell’umanità inautentica è il narcisismo, oggi dilagante, da cui, tuttavia, si può uscire perseguendo un conoscere “nuovo” e un modo di pensare “nuovo”. Solo un pensiero complesso, dice Morin, può accompagnarci al cambiamento necessario. In una realtà in cui il riferimento alla globalità della conoscenza e la capacità di situare l’oggetto del conoscere in un sistema e in un contesto sono stati perduti, a causa dell’iper-semplificazione e della parcellizzazione dei saperi, risulta necessario un quadro di complessità in grado di sostenere ogni singolo elemento in riferimento a principi di eticità, moralità, opportunità e di tutelare l’esistenza dell’uomo e il suo significato autentico.
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La scuola quale ruolo può assumere in questa ricerca di un nuovo umanesimo pedagogico che sostiene la ricerca del bene comune e la strutturazione di persone autentiche?
E quale potrebbe essere il contributo della Pedagogia Speciale?
La pedagogia speciale e la sua prospettiva umanizzante
La Pedagogia Speciale nasce tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento per opera dei due psichiatri francesi Philippe Pinel e Jean-Étienne Esquirol, che contribuirono al superamento delle logiche dell’internamento e della segregazione. Pinel pose uno sguardo nuovo sui problemi di mente, ma fu soprattutto Esquirol a tracciare le linee di un rinnovamento della psichiatria, impegnandosi ad eliminare tutte le barriere che collocavano i malati di mente fuori da ogni prospettiva umana.
Ma fu il celebre caso di Victor, l’enfant sauvage dell’Aveyron, a sollecitare la discussione sulla possibile educabilità in alternativa alla, scontata, ineducabilità. Mentre Pinel assunse l’impossibilità del miglioramento dello stato di Victor, paragonandolo agli “idioti”, fu Jean Marc Gaspard Itard che cercò di educare il selvaggio dell’Aveyron, prendendosene cura e prospettando una possibilità di recupero attraverso iniziative psicofisiche, didattiche e ludiche. Itard riconobbe i ritardi di Victor, riscontrabili sul piano cognitivo ed affettivo, ma non li fece a quelli tipici del malato mentale o dell’idiota e attivò uno specifico intervento pedagogico educativo e ri-educativo. La specif
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