CAP 1. “IL CAMPO DELL’ORIENTAMENTO”
Cos'è l'orientamento?
Nel Novecento la società è profondamente cambiata— nuovi modelli economici, nuovo
mercato del lavoro — e questo ha reso centrale il tema dell'orientamento, cioè aiutare
le persone a fare scelte scolastiche e professionali. Diversi studiosi (Pombeni, Di Fabio,
Polacek, Zanniello, Scarpellini) hanno sottolineato che non esiste una definizione unica
di "orientamento": il termine indica sia il processo psicologico che ogni persona vive
quando deve scegliere il proprio percorso, sia l'intervento di professionisti che aiutano
in questo processo. In pratica, orientarsi significa imparare a conoscere sé stessi e le
opportunità disponibili, per potersi adattare a un mondo che cambia in continuazione.
1. Modelli e sistemi di orientamento
I diversi "tipi" di orientamento. Di solito si distingue tra orientamento scolastico
(ossia l’aiuto finalizzato alla scelta e alla buona riuscita del percorso scolastico) e
professionale (ossia l’assistenza al soggetto nella fase di ricerca del lavoro), ma in
realtà questa divisione è artificiale, perché orientarsi riguarda tutta la vita di una
persona, non solo alcuni momenti. Viglietti distingue infatti quattro ambiti:
Educativo: aiuta l’individuo nel suo processo di sviluppo verso la maturità;
Scolastico: aiuta l’alunno a risolvere problemi legati allo studio
Professionale: prepara alla scelta del lavoro
Personale: aiuta a stabilire una relazione di rapporto interpersonale.
C'è anche un'altra distinzione utile: orientamento informativo (dare semplicemente
informazioni su corsi e lavori) e orientamento formativo (aiutare a costruire la
propria identità, scoprendo attitudini e interessi).
Le fasi storiche. Secondo Viglietti, l'orientamento nel Novecento si è evoluto in fasi:
1910-1930 FASE DELL’ANALISI DIAGNOSTICO-ATTITUDINALE: si
valutavano solo le attitudini della persona (test attitudinali).
1930-1950 FASE DELL’ADATTAMENTO CARATTEROLOGICO-AFFETTIVO:
ci si è spostati verso l'analisi della personalità nel tempo, non più un singolo
test.
1945-1960 FASE DELL’ADATTAMENTO DINAMICO: grazie alla psicanalisi,
si è capito che anche l'inconscio influenza il successo scolastico e lavorativo.
1955-1980 FASE ESISTENZIALE-VOCAZIONALE: si è affermata l'idea che
orientare significhi dare alla persona libertà e responsabilità di scegliere il
proprio percorso.
Altri studiosi (Di Fabio, Simeone, Cesa-Bianchi, Mancinelli) hanno proposto
classificazioni simili, aggiungendo per esempio una fase più legata agli aspetti
economico-sociali, e più recentemente anche un modello basato sugli strumenti
informatici.
I modelli di intervento più usati oggi, secondo Simeone, sono tre:
Psicosociale: guarda alla persona nel suo contesto sociale, aiutandola ad
acquisire ruoli e abilità sociali.
Globalistico-interdisciplinare: mette insieme diversi approcci sul tema
dell’orientamento in una visione integrata.
Counselling: un rapporto tra operatore e persona per aiutarla a fare scelte,
usando strumenti come il bilancio delle competenze e il career counselling —
molto utili oggi perché il mondo del lavoro è flessibile e instabile.
A questi si aggiungono altri approcci più specifici (ADVP, EDC, AEEO) e, dagli anni '90,
l'orientamento narrativo, nato in Italia, che parte dall'idea che ogni persona, se ha
gli strumenti giusti, sia in grado di gestire da sola la propria vita — spesso usando
racconti e storie come strumento di lavoro. Sempre dagli anni '90 nascono anche il
paradigma formativo, che punta a rendere le persone autonome nel gestire le
proprie scelte, e il Life Design Model, secondo cui la vita non è solo frutto del caso
ma può essere progettata attivamente.
È bene specificare che ogni Paese organizza l'orientamento a proprio modo: ciò che
cambia sono i luoghi dove si fanno i servizi, gli obiettivi principali, le attività offerte
(informazione, valutazione, counselling, aiuto nella ricerca del lavoro,
controllo dei risultati, ecc.). Una ricerca dell’OCSE del 1995 su sette Paesi (tra cui
l'Italia) ha confermato questa varietà, individuando tre grandi categorie: orientamento
scolastico, professionale, e personale/sociale. Le differenze dipendono dalla storia e
cultura di ciascun Paese.
Oggi si tende a superare i modelli rigidi e prefissati, a favore di un orientamento visto
come processo continuo nel tempo, che coinvolge insieme famiglia, scuola e
società.
Il riconoscimento internazionale come processo educativo
Dagli anni '70 diversi organismi internazionali (UNESCO, Unione Europea) hanno
iniziato a considerare l'orientamento non come un singolo intervento ma come un vero
processo educativo:
La Raccomandazione di Bratislava (1970) dell'UNESCO sosteneva che
orientare significa aiutare la persona a conoscere sé stessa e a crescere insieme
alla società.
Il Rapporto Faure (1972) ribadiva che lo sviluppo umano deve realizzare
pienamente la persona in tutti i suoi ruoli (individuo, cittadino, lavoratore, ecc.).
Conferenze successive (Ginevra 1975, Würzburg 1976) hanno ampliato il
concetto: l'orientamento riguarda tutte le età della vita, non solo i giovani, ed è
un aiuto per affrontare ogni tipo di scelta.
Anche l'Europa, già dalla fine degli anni '60, ha prodotto documenti su questo tema,
sottolineando l'importanza di collegare i servizi di orientamento con il mondo del
lavoro, e più avanti (nei Libri Bianchi europei) l'importanza di "imparare ad imparare"
per tutta la vita.
In Italia, due documenti ministeriali del 1997 hanno stabilito che l'orientamento è
parte integrante del percorso educativo fin dalla scuola dell'infanzia, per aiutare gli
studenti a conoscere sé stessi, l’ambiente in cui vivono, i mutamenti sociali e
diventare protagonisti attivi della propria vita. Questo approccio non è una novità
recente: le più recenti Linee guida ministeriali del 2022 si inseriscono in una
tradizione già consolidata.
Verso una visione più ampia
I soggetti in crescita hanno bisogno prima di tutto di un orientamento educativo e
scolastico, e solo dopo di uno attitudinale e professionale — i due si completano a
vicenda. L'orientamento oggi deve aiutare ogni persona a realizzare sé stessa secondo
le proprie potenzialità, non secondo un modello imposto dagli adulti, e a compensare
eventuali difficoltà (genetiche o ambientali). Per questo il tema riguarda soprattutto la
pedagogia, in particolare quella sociale. Il Rapporto Delors dell'UNESCO indica
quattro "pilastri" dell'educazione permanente: imparare a conoscere, a fare, a
vivere insieme, a essere. Questi possono guidare un'idea rinnovata di orientamento
come aiuto educativo permanente per scelte responsabili.
Verso un "orientamento 5.0". Se l'orientamento del passato si è concentrato prima
sui test attitudinali (1.0-2.0), poi sui modelli socio-cognitivi (3.0) e infine sulle
tecnologie digitali (4.0), oggi serve un orientamento "5.0", adatto a una società più
inclusiva, sostenibile e attenta alla natura, che metta al centro la felicità delle persone.
L'aggettivo che meglio descrive l'orientamento ancora oggi, dal punto di vista
pedagogico, è vocazionale (secondo R. Buyse): conoscere sé stessi e capire la
comunità in cui si vive per trovare il proprio posto nel mondo in modo libero e
autentico. In questo senso, l'orientamento diventa un percorso di riflessione continua
sulla propria vita, che porta la persona a scoprire le proprie capacità, fare scelte libere
e costruire la propria identità — sempre guardando al futuro in modo ampio, senza
limitarsi solo a ciò che il mercato del lavoro richiede nell'immediato.
Chi sono le persone e le istituzioni coinvolte nell'orientamento?
L'orientamento è visto come un'azione educativa che aiuta a costruire il proprio
"progetto di vita". Per farlo, serve un orientatore che non sia solo un tecnico capace di
risolvere problemi, ma una persona integrale: con comprensione, energia, maturità
ed esempio.
Il soggetto stesso. Il primo "orientatore" di ognuno è la persona stessa. Come dice
Guardini, agire seriamente non significa fare grandi discorsi, ma affrontare i compiti
concreti della vita quotidiana. Naturalmente il soggetto non è autosufficiente:
ognuno ha comunque bisogno dell'aiuto di famiglia, scuola, società e comunità
religiosa.
L'autoformazione. La persona è protagonista del proprio orientamento soprattutto
attraverso l'autoformazione, cioè l'impegno costante a costruire il proprio progetto di
vita: darsi obiettivi, rispettare scadenze, affrontare le difficoltà. Serve però anche
l'aiuto di educatori che sappiano guidare questo percorso. Educazione e
autoformazione, quindi, non sono in contrapposizione ma si completano a
vicenda. Secondo la visione "personalista" seguita in questo studio, ogni persona è
chiamata a realizzare sé stessa prendendo consapevolezza delle proprie capacità: chi
si lascia semplicemente trasportare dagli eventi, senza fare scelte proprie, in realtà
non "dispone di sé". Per questo la cura di sé (prendersi cura della propria crescita) è
centrale: è una spinta continua a mettersi in discussione e a migliorarsi per tutta la
vita, anche se ovviamente cambia forma a seconda dell'età.
La famiglia. La famiglia resta un ambiente fondamentale per l'orientamento. C'è un
dibattito su quanto essa "condizioni" le scelte scolastiche e professionali dei figli: gli
studi psicosociali mostrano che spesso i ragazzi scelgono in continuità con le
aspettative dei genitori. Tuttavia, dire che la famiglia orienta non significa dire che
decide al posto del figlio: significa che l'educazione familiare trasmette valori, modelli
di riferimento e modalità di relazione con gli altri, aiutando il figlio a costruire il proprio
progetto di vita. È quindi un ruolo diretto ma non determinante.
Purtroppo, a volte questo ruolo viene esercitato in modo scorretto — con punizioni,
umiliazioni, o genitori che impongono le proprie aspettative senza lasciare spazio al
dubbio e alla scelta autonoma del figlio. Un genitore che non lascia spazio al dubbio,
infatti, non permette al figlio di imparare a scegliere da solo. Questi atteggiamenti,
anche se meno visibili di una volta, esistono ancora, soprattutto quando il figlio
incontra difficoltà a scuola o nel lavoro, e possono sfociare in forme di pressione
psicologica. La vera funzione orientativa della famiglia, invece, è aiutare il figlio a
vivere pienamente la propria vocazione, basandosi su un progetto d'amore coniugale e
familiare condiviso, fatto di valori, tolleranza, solidarietà e partecipazione sociale.
Il sistema scuola-formazione. Anche la scuola e il sistema formativo hanno un ruolo
orientativo, non perché "imposto" dall'esterno (dallo Stato o dalla società), ma perché
è intrinseco al modo stesso in cui insegnano ed educano. Nel tempo, le istituzioni
scolastiche sono passate da una funzione più selettiva (scegliere chi "vale" e chi no) a
una più orientativa (aiutare ciascuno a trovare la propria strada) — anche se c'è chi
teme che questo porti a competenze troppo generiche, poco spendibili nel mondo del
lavoro.
In realtà, orientamento e selezione non sono necessariamente in conflitto: se la scuola
valuta in modo equo e scientificamente fondato le capacità di ciascuno, aiuta lo
studente a trovare il proprio posto nella società e nel lavoro — e questo è un buon
orientamento, non qualcosa di negativo.
La scuola, quindi, rappresenta una delle istituzioni più importanti per l'orientamento,
perché è il luogo dove si definisce l'identità professionale dei giovani. Rimane però
aperto un dibattito: la scuola deve puntare su un principio "selettivo" (che rischia di
aumentare i fallimenti) o "egualitario" (stessi corsi per tutti, rischiando di non
valorizzare i talenti individuali)? Negli ultimi anni si è affidato alla scuola un compito
sempre più centrale su questo tema, ma c'è il rischio che famiglia e territorio
scarichino tutta la responsabilità sulla scuola, come una "delega".
La funzione orientativa si manifesta nel rapporto insegnante-studente, nelle
materie insegnate, nella didattica e nella valutazione: tutto questo aiuta lo studente a
costruire un progetto di realizzazione personale e a scegliere un percorso formativo
adatto al proprio futuro. Bisogna fare attenzione ad un aspetto: fare "didattica
orientativa" non significa semplicemente fare una buona didattica motivante — è
qualcosa di più specifico, mirato a sviluppare proprio le competenze utili per orientarsi.
Anche la valutazione ha un ruolo orientativo: aiuta lo studente a costruire
un'immagine positiva di sé, a riconoscere le proprie capacità e a impostare progetti
futuri.
Il docente stesso diventa un modello: con il suo modo di comunicare ed educare
può confermare o mettere in discussione le scelte dello studente. Se il docente non
sostiene la crescita dello studente come persona autonoma e creativa, la relazione
educativa rischia di disorientarlo invece di aiutarlo. È importante inoltre che le diverse
materie scolastiche siano organizzate in un "curriculo orientativo", cioè in un percorso
coerente di conoscenze e competenze che accompagni lo studente nel tempo,
aiutandolo a capire se le sue aspettative corrispondono davvero alle sue capacità.
La formazione professionale. Spesso vista erroneamente come una scelta "di
ripiego" per chi ha difficoltà a scuola o per chi ha disabilità, o come qualcosa di
culturalmente "inferiore" perché legata al lavoro manuale, la formazione professionale
in realtà ha un valore orientativo importante: prepara concretamente al lavoro,
sviluppando abilità pratiche specifiche. Va vista come un percorso di alternanza tra
studio e lavoro, utile a prevenire l'abbandono scolastico e l'emarginazione sociale, e
capace di valorizzare sia le competenze pratiche che quelle intellettuali — perché
studio e lavoro manuale hanno pari dignità.
L'istruzione superiore (l'università). Anche l'università ha una funzione orientativa
fondamentale: non è solo un luogo dove si trasmette conoscenza, ma anche dove se
ne crea di nuova. Secondo la Commissione Delors dell'UNESCO, le università
dovrebbero: preparare gli studenti alla ricerca e all'insegnamento, offrire
formazione specializzata per il mondo del lavoro, essere aperte a tutti, e
favorire la collaborazione internazionale.
C'è però il rischio che i servizi di orientamento universitario si riducano a semplice
supporto didattico o, peggio, a strumenti di marketing per attirare studenti (trattandoli
come "clienti" invece che come persone). La vera funzione orientativa dell'università
dovrebbe aiutare lo studente a completare il proprio percorso di formazione in modo
coerente con il proprio progetto di vita, ad autorealizzarsi e non ad alienare il proprio
progetto di vita — anche attraverso esperienze come tirocini, stage e i PCTO (Percorsi
per le Competenze Trasversali e l'Orientamento), utili se aiutano davvero lo studente a
maturare consapevolezza di sé, e non se restano esperienze frammentate e senza un
vero senso.
Degna di nota è anche la formazione permanente. Anche imparare per tutta la
vita (non solo a scuola o all'università) ha una funzione orientativa, legata a tre
aspetti: l'aggiornamento professionale (restare al passo con il proprio lavoro), il
perfezionamento professionale (migliorare le proprie competenze) e il
riorientamento (aiutare chi ha perso il contatto con il proprio lavoro a "rimettersi in
gioco").
Alla famiglia e al sistema istruttivo-formativo si affianca il mondo
professionale. Anche il mondo del lavoro (associazioni di categoria, sindacati, ordini
professionali) ha un ruolo orientativo: può aiutare le persone a vivere il lavoro con un
senso più umano e sociale, promuovendo il dialogo tra lavoratori, imprese e istituzioni.
Il suo compito principale è favorire nelle persone il senso di "potere fare" (self-
empowerment) e il senso di vocazione professionale, cioè sentire il proprio lavoro
come una missione o un compito, non solo come un impiego.
La comunità locale. Anche le istituzioni pubbliche del territorio hanno un compito
educativo e orientativo: devono creare politiche che aiutino le persone a fare scelte
libere e consapevoli sul proprio futuro — per esempio organizzando reti informative
per i giovani o coordinando i vari servizi di orientamento presenti sul territorio. In
questo ambito ha un ruolo importante anche l'associazionismo educativo (gruppi
giovanili, associazioni culturali, sportive, di volontariato): offrono ai giovani spazi dove
sviluppare le proprie capacità, vivere relazioni positive e sperimentare il valore
dell'amicizia e della solidarietà. In particolare, è possibile applicare il principio di
personalizzazione attraverso il quale l’adulto, rivolgendosi alla comunità, cerca d
promuovere le difficoltà dei singoli, aitandoli a dissipare i loro dubbi.
La comunità religiosa. Anche le comunità religiose svolgono attività orientativa, per
esempio accompagnando
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