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Politiche di prezzo

Finora abbiamo sempre ipotizzato che tutti i consumatori paghino lo stesso prezzo per lo stesso bene (CP). Ma in molti casi le imprese praticano prezzi diversi a consumatori diversi per lo stesso bene, cioè praticano la discriminazione di prezzo: l'idea è quella di far pagare un prezzo maggiore per le unità la cui disponibilità è alta e viceversa. Le imprese praticano la discriminazione di prezzo perché in tal modo aumentano i profitti; per farlo devono avere potere di mercato.

Importanza del potere di mercato

È importante ricordare che:

  • La disponibilità a pagare per una certa unità del bene non è la stessa tra i diversi consumatori;
  • La disponibilità a pagare di un consumatore non è la stessa per tutte le unità che acquista (curve di domanda decrescenti).

Con un prezzo unico, c'è una disponibilità a pagare non sfruttata espressa dal surplus del consumatore (per il singolo) e dal surplus dei consumatori (per tutti i consumatori sul mercato). La discriminazione di prezzo, in tutte le sue varie forme, è un modo in cui il venditore cerca di appropriarsi del surplus dei consumatori ed aumentare i profitti.

Tipi di discriminazione di prezzo

La discriminazione di prezzo può essere di:

  • Primo grado (anche detta discriminazione perfetta): prezzo di vendita diverso per ogni unità venduta. In questo caso, l’impresa conosce in maniera perfetta la disponibilità a pagare dei consumatori per ogni unità che vende, quindi può applicare prezzi diversi;
  • Secondo grado: prezzo uguale per tutti i clienti, ma varia secondo la quantità acquistata;
  • Terzo grado: mercati segmentati su caratteristiche osservabili dei consumatori e prezzi diversi sui diversi segmenti di mercato.

Discriminazione perfetta di prezzo (1° grado)

L’impresa vende ogni unità del bene ad un prezzo che coincide con la massima disponibilità a pagare per quella unità presente sul mercato. Non solo consumatori diversi pagano prezzi diversi per lo stesso bene (come Ms. Ricca e Mr. Povero nell’esempio), ma lo stesso consumatore paga prezzi diversi per diverse unità dello stesso bene. Per effettuare questo tipo di discriminazione l’impresa deve conoscere con esattezza la disponibilità a pagare di ogni consumatore per ogni singola unità di bene.

Il ricavo marginale del monopolista perfettamente discriminante

Il monopolista discriminante vorrà sempre massimizzare il profitto e dunque produrre quella quantità che soddisfa MR = MC. Qual è il MR per il monopolista perfettamente discriminante? Ogni unità aggiuntiva venduta frutta al monopolista un ricavo pari al prezzo di riserva, ovvero al prezzo che leggiamo sulla curva di domanda inversa in corrispondenza dell’ultima unità: MR = P. La curva MR (di ricavo marginale) coincide con la curva di domanda (non c'è perdita sulle unità infra-marginali!). Non c'è perdita marginale perché c'è la possibilità di modificare i prezzi in corrispondenza di ogni unità: l’altezza in corrispondenza del prezzo rappresenta i costi marginali.

Scelta ottima nel monopolio perfettamente discriminante

Il monopolista perfettamente discriminante produrrà la quantità in corrispondenza della quale MR(Q) = MC(Q) P(Q) = MC(Q), cioè la stessa quantità che è prodotta dal produttore e consumata dal consumatore in una situazione di concorrenza perfetta.

NB! Nel caso di discriminazione perfetta non c'è un solo prezzo perché ciascuna unità è venduta ad un prezzo diverso. I ricavi del monopolista discriminante, R(Q), sono rappresentati dall’area sotto la curva di domanda (= MR) fino alla quantità prodotta.

Surplus ed efficienza nel monopolio con discriminazione perfetta

Viene così massimizzata l’efficienza del sistema.

Quantità ottimale nel monopolio perfettamente discriminante

Discriminazione perfetta nel mondo reale

Nella realtà è praticamente impossibile praticare la discriminazione perfetta. Tuttavia, le imprese hanno escogitato dei modi per ottenere ugualmente il risultato per loro importante: appropriarsi del surplus del consumatore. Una strategia molto comune è la cosiddetta tariffa in due parti. Con una tariffa in due parti, i consumatori pagano una quota fissa forfettaria più una somma addizionale per ciascuna unità che acquistano. Es: Gardaland, abbonamenti telefonici.

Tariffa in due parti

La tariffa in due parti permette al monopolista di ottenere lo stesso profitto che avrebbe con la discriminazione perfetta di prezzo, ma in modo molto più semplice. Anziché individuare un prezzo diverso per ogni unità venduta, il monopolista deve solo individuare una quota fissa e un unico prezzo (uguale per tutte le unità acquistate).

  • Il prezzo sarà quello di concorrenza, tale per cui P = MC.
  • La quota fissa sarà appena meno del surplus del consumatore se acquistasse il bene al prezzo P in un mercato concorrenziale (ovvero SC - ).

Il consumatore preferirà pagare la quota fissa e consumare il bene, piuttosto che non pagare la quota fissa e non consumare il bene, ed avrà un surplus pressoché nullo. Per massimizzare il profitto con una tariffa in due parti, il monopolista che discrimina in maniera perfetta deve fissare il prezzo unitario ad un livello uguale al proprio costo marginale.

Discriminazione di prezzo basata su caratteristiche osservabili dei consumatori (3° grado)

Spesso, la capacità di un’impresa di discriminare il prezzo è imperfetta. La disponibilità a pagare da parte dei consumatori difficilmente è perfettamente osservabile dal monopolista, ma capita che sia associata a caratteristiche osservabili (es. gli studenti hanno tipicamente minore disponibilità a pagare degli adulti). L’impresa può quindi classificare i consumatori in gruppi diversi basandosi su caratteristiche osservabili che riflettono, appunto, diverse disponibilità a pagare e applicare prezzi diversi a ciascun gruppo.

Per massimizzare il profitto, il monopolista dovrebbe considerare le curve di domanda di ciascun gruppo in maniera separata, fissando il prezzo. Il monopolista fisserà, quindi, un prezzo diverso ogni volta che i gruppi hanno una diversa elasticità di domanda: il gruppo che fronteggia il prezzo più alto è quello la cui domanda è meno elastica in corrispondenza del prezzo che massimizza il profitto quando non è praticata discriminazione dei prezzi.

A partire da tale prezzo, il monopolista vorrà aumentare il prezzo del gruppo con l’elasticità più bassa e diminuire quello con l’elasticità maggiore. Il profitto lo si ottiene dalle derivate (il costo marginale è il costo addizionale derivante da un’unità in più): è indifferente derivare rispetto a Qa o Qb; il ricavo marginale dipende da Qa o Qb (in base al segmento di appartenenza).

Esempio 1: Scelta ottima in termini di elasticità

I ricavi marginali devono essere uguali nei due sottomercati! Sul segmento A i consumatori sono più sensibili alle variazioni di prezzo (la domanda tende ad essere più piatta). Il monopolista produce sempre in un tratto elastico della domanda. I consumatori con domanda più elastica (ad esempio, studenti e anziani nel mercato degli spettacoli o dei trasporti) pagano un prezzo più basso non per la generosità delle imprese, ma come effetto di una politica di discriminazione di prezzo. Si può dimostrare che, con discriminazione, il prezzo pagato dai consumatori con domanda meno elastica è maggiore di quello che avrebbero pagato in assenza di discriminazione, cioè con un prezzo unico per tutti (si veda Esempio 2 che segue). Dunque, con discriminazione i consumatori con domanda più elastica pagano di meno grazie al fatto che quelli con domanda meno elastica pagano di più.

Esempio 2

Discriminazione su caratteristiche osservabili ed efficienza

Nel caso di una discriminazione di prezzo basata su caratteristiche osservabili, il profitto è almeno pari a quello che si registra in caso di assenza di discriminazione; il monopolista può decidere di applicare a tutti i gruppi lo stesso prezzo se per lui è profittevole. Rispetto al monopolio senza discriminazione, il monopolista ha profitti più alti (se così non fosse, non farebbe discriminazione di prezzo). I consumatori con domanda più elastica stanno meglio: rispetto al monopolio senza discriminazione pagano un prezzo più basso. I consumatori con domanda meno elastica stanno peggio: rispetto al monopolio senza discriminazione pagano un prezzo più alto. Su ognuno dei due mercati, l’impresa agirà da monopolista offrendo una quantità minore di quella ottimale.

Per quanto riguarda il surplus totale, la discriminazione di prezzo ha due effetti. Il primo effetto è negativo: consumatori diversi pagano prezzi diversi e, pertanto, un consumatore, che fronteggia un prezzo più basso e decide di acquistare, potrebbe avere una disponibilità inferiore rispetto a chi fronteggia un prezzo più alto e decide di non acquistare. Tale risultato non è efficiente: sia il surplus del consumatore che il surplus totale sono maggiori quando il bene è consumato da coloro che lo valutano di più.

Il secondo effetto può spingere, tuttavia, in direzione opposta: potrebbe incoraggiare il monopolista a vendere di più. Questi due effetti, quindi, si possono combinare in modo da aumentare o diminuire il surplus totale e complessivo del consumatore (rispetto al monopolio senza discriminazione). In particolare, il surplus può aumentare se con la discriminazione il monopolista produce una quantità maggiore:

Discriminazione di prezzo e potere di mercato

In un mercato concorrenziale, le imprese non possono attuare discriminazione di prezzo. Un’impresa concorrenziale sa di poter vendere quanto desidera al prezzo di mercato e nulla ad uno superiore. Perciò, ciascuna unità prodotta è venduta ad un prezzo che eguaglia il costo marginale. Detto ciò, risulta molto complesso stabilire se in un mercato ci sia discriminazione di prezzo; anche per il fatto che la presenza di quest’ultima non implica necessariamente che il mercato sia lontano dall’essere concorrenziale. La distanza, infatti, è poca. Gli oligopolisti possono discriminare di più dei monopolisti.

Discriminazione di prezzo basata sull’autoselezione (2° grado)

Quando le imprese non sono in grado di classificare consumatori con diversa disponibilità a pagare in base a caratteristiche osservabili, possono offrire un menù di alternative con prezzi diversi disegnati in modo che i consumatori con disponibilità a pagare più alta scelgano le alternative più costose (in modo indiretto).

Vendite a pacchetto o bundling (2° grado)

Un’impresa che vende più di un prodotto può fissare il prezzo di ciascun prodotto in maniera separata. Per tali imprese, tuttavia, talvolta risulta profittevole rendere il prezzo o la disponibilità di un bene dipendente dall’acquisto di un altro bene. Una versione di tale strategia è la vendita a pacchetto (bundling), che consiste nel vendere diversi beni insieme, come fossero un oggetto unico. In questi casi tipicamente l’impresa vende il «pacchetto» ad un prezzo complessivo inferiore alla somma dei prezzi a cui vende i singoli beni. La vendita a pacchetto può essere profittevole anche perché accresce la capacità dell’impresa di estrarre surplus del consumatore.

Esempio: Sofia Milano

Quando la disponibilità a pagare per due beni esibisce la particolare caratteristica che un euro in più della disponibilità a pagare per un bene implica un euro in meno della disponibilità a pagare per l’altro bene, la vendita a pacchetto consente sempre di avere profitti maggiori (a patto che il costo marginale sia nullo). In generale, però, la vendita a pacchetto non è necessariamente la politica di prezzo che massimizza il profitto di un monopolista multiprodotto. Può capitare che i prezzi indipendenti di due beni siano più profittevoli della vendita a pacchetto.

Vendite a pacchetto mista

Un’impresa potrebbe vendere i propri prodotti sia a pacchetto sia individualmente. Tale situazione è nota come vendita a pacchetto mista (es. società di calcio che vendono sia abbonamenti che biglietti singoli). Essa offre un modo per evitare lo spreco.

Scelte strategiche

La teoria dei giochi: in molte situazioni, l’utilità di un individuo o il profitto di un’impresa dipendono non solo dalle sue azioni, ma anche dalle azioni di altri agenti (es. giochi in senso stretto e sport, scelte militari, concorrenza tra imprese, concorrenza tra candidati nelle elezioni). Questo tipo di situazioni sono dette di interazione strategica: si tratta di situazioni in cui il benessere (utilità o profitto) di un soggetto economico dipende non solo dalle scelte dell’individuo stesso, ma anche dalle scelte intraprese singolarmente (vs. collettivamente) dagli altri soggetti: quando sceglie, ogni agente deve chiedersi (formarsi delle aspettative su) come si comporteranno gli altri agenti.

Le situazioni di interazione strategica sono studiate dalla teoria dei giochi. Un gioco è una situazione in cui ciascuno dei membri di un gruppo deve prendere almeno una decisione e nel fare ciò ragiona strategicamente, cioè si interessa sia della propria decisione che delle decisioni degli altri membri del gruppo. Ci sono diverse tipologie di giochi:

  • Giochi a uno stadio (o simultanei): ogni giocatore compie le sue scelte prima di osservare qualsiasi scelta compiuta da qualche altro partecipante: in questo caso, azioni e strategie coincidono;
  • Giochi a più stadi (o dinamici): almeno un giocatore osserva la scelta compiuta da un altro partecipante prima di prendere la propria decisione (il secondo, quando sceglierà, già avrà visto cosa ha scelto il primo): in questo caso, azioni e strategie non coincidono.

Gli elementi del gioco sono:

  • Giocatori: l’insieme di decisori che agiscono strategicamente a livello economico;
  • Azioni: ciò che ciascun giocatore può fare, le mosse a sua disposizione;
  • Strategie: specificano quale azione sceglierà un giocatore in ognuna delle possibili situazioni in cui il giocatore può essere chiamato a decidere: la strategia è un piano completo di azioni. Se il giocatore è chiamato a decidere in una situazione soltanto, le azioni coincidono con le strategie;
  • Regole del gioco;
  • Struttura informativa del gioco: ciò che i giocatori sanno su azioni e preferenze altrui;
  • Esiti del gioco;
  • Payoff / vincite: utilità/profitti associati per ciascun giocatore agli esiti del gioco;

Gioco 1: Dilemma del prigioniero

Due studenti, Oscar e Ruggero, sono accusati di aver copiato durante un esame. Vengono interrogati separatamente. Ciascuno può scegliere di fare due sole cose: fare la spia / negare. Oscar e Ruggero non hanno modo di parlarsi e non conoscono la decisione dell’altro. La commissione disciplinare propone a ciascuno, separatamente:

  • Se tu confessi e l’altro nega, tu sarai sospeso per 1 trimestre e lui per 6 trimestri;
  • Se tu neghi e lui confessa, tu sarai sospeso per 6 trimestri e lui per 1 trimestre;
  • Se confessate entrambi, sarete sospesi entrambi per 5 trimestri;
  • Se negate entrambi, sarete sospesi entrambi per 2 trimestri.

Analisi del gioco

Tipologia: gioco a 1 stadio;

  • Giocatori: Oscar e Ruggero + commissione che impersona le regole;
  • Azioni = Strategie (perché a 1 stadio): per entrambi, confessare o tacere (C;T);
  • Payoff: -1, -2, -5, -6 trimestri di sospensione.

Il gioco di Oscar e Ruggero è detto dilemma del prigioniero

Il gioco di Oscar e Ruggero è detto dilemma del prigioniero perché la versione originaria del gioco è la seguente:

  • La polizia ha catturato due malviventi (Oscar e Ruggero, appunto);
  • Ha raccolto le prove di un reato minore che presumibilmente porterà una condanna a 2 anni di carcere;
  • Tuttavia, il pubblico ministero sa che hanno commesso un reato maggiore, ma non può provarlo a meno che uno dei due carcerati non confessi;
  • In questo caso la condanna è a 6 anni. Per incentivare la confessione, chi confessa ottiene soltanto 1 anno di carcere, perché ritenuto utile all’individuazione del reato;
  • Se entrambi confessano, nessuna confessione è essenziale e i due carcerati ottengono unicamente sconti generici di pena: "legge sui pentiti" o leniency programs.

Rappresentazione di un gioco

Ogni gioco, sia a uno stadio che a più stadi, può essere rappresentato in due modi:

  • Forma normale o strategica (è una matrice)
  • Forma estesa (è un albero decisionale).

Forma normale: Dilemma del prigioniero gioco ad uno stadio forma normale

  • Forma normale: matrice dei payoff;
  • Righe: strategie del giocatore 1 (nel nostro esempio Oscar);
  • Colonne: strategie del giocatore 2 (nel nostro esempio Ruggero);
  • Nei giochi ad uno stadio: strategie = azioni;
  • Casella: esito del gioco prodotto dalle strategie scelte dai giocatori;
  • Dentro ogni casella: payoff di entrambi i giocatori corrispondenti all’esito del gioco.

Soluzione / Equilibrio di un gioco

Chiedersi come finirà il gioco equivale a chiedersi qual è l’equilibrio del gioco e quali sono le strategie di equilibrio dei giocatori, ovvero quelle scelte che garantiscono a ciascuno il massimo risultato, tenendo conto dell’interazione strategica.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SofiaMilano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Mancusi Maria Luisa.
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