WISC-IV Wechsler Intelligence Scale for Children
Parte I: il razionale sotteso all’evoluzione delle scale WISC
Bambini e realtà clinica
Quali modelli psicopatologici per i bambini
Fino a quanto la psichiatria infantile non è riconosciuta come disciplina autonoma, le conoscenze relative alla patologia infantile differiscono in maniera significativa da quelle degli adulti. Verso la metà del XIX secolo, quando la psichiatria si afferma come specialità a sé, nei volumi dedicati alle patologie psichiche dei bambini e di adolescenti sono descritti il ritardo mentale, le convulsioni, l’insonnia, gli incubi e l’enuresi notturna.
La maggior parte degli autori presta poca attenzione a eventuali nessi tra i disturbi mentali dei bambini e quelli degli adulti. Alla base di tale convinzione c’è l’idea che per esempio le allucinazioni, non possano essere presenti nei minori perché questi non hanno raggiunto un adeguato livello di sviluppo. Si ritiene altresì che i disturbi gravi nei bambini non siano stabili e pervasivi come quelli degli adulti.
La maggior parte dei pediatri, delle persone socialmente impegnate è convinta tuttavia che, se si migliora la qualità della vita dei bambini in modo da garantire loro una crescita adeguata, si potrebbe ridurre l’incidenza dei disturbi psichici. Si deve privilegiare “qualsiasi attività che potenzi la dotazione fisica, morale e mentale dei bambini”.
La psichiatria infantile nasce nel 1935, quando Kanner introduce il termine child psychiatry, che utilizza anche come titolo per il suo volume. In questa specialità convergono gli studi della psichiatria adulta, lo studio del ritardo mentale, lo studio della psicoanalisi, psicologia medica, lavoro sociale, riabilitazione educativa, criminologia e pediatria.
Tra gli anni Venti e Quaranta negli Stati Uniti l’attenzione si sposta dal bambino cresciuto in ambiente sfavorevoli a quello “normale”; il bambino “di tutti i giorni con problemi di tutti i giorni” diventa la nuova utenza. Si impone la necessità di intervento che “tenga conto di tutti gli aspetti dell’adattamento di un bambino dalla nascita all’adolescenza, che consideri le malattie corporee e le possibili anomalie, dalle carenze intellettive, agli atteggiamenti genitoriali, ai disturbi emotivi”.
L’approccio alla psicopatologia infantile è molto diverso da quello impiegato con gli adulti. I sistemi classificatorio (DSM-ICD) sono poco significativi quando impiegati con i minori, per cui i clinici si orientano verso alternative che sembrano rispondere meglio alla realtà dei bambini. Alla base vi è la convinzione che i criteri fondamentali per la diagnosi dei disturbi clinici in età adulta, non corrispondano alla realtà dei bambini. Il processo evolutivo dei bambini è contraddistinto da variabilità del livello di funzionamento e da fluttuazioni nelle competenze. Un comportamento particolare o un sintomo diventano indicatori di psicopatologia solo se interferiscono con uno sviluppo adeguato.
Compaiono diversi sistemi diagnostici: Anna Freud propone un sistema diagnostico basato sulle sequenze evolutive secondo la teoria psicoanalitica.
Il Group for the Advancement of Psychiatry presenta un sistema clinici descrittivo che può essere usato da diversi operatori a prescindere dal modello della mente privilegiato.
Elementi diagnostici fondamentali non sono più i comportamenti specifici che possono cambiare nel corpo del tempo e a seconda della situazione, ma le modalità di elaborazione, di riorganizzazione e di integrazione delle informazioni, unitamente alle capacità adattative.
Un modo diverso di considerare la realtà del bambino
L’interesse per un approccio diverso alla realtà del bambino inizia più di un secolo fa, quando alcuni autori – tra cui Preyer, Stanley Hall, Baldwin – prendono in considerazione alcuni principi che derivano dalla biologia, dalla genetica e dall’embriologia. Si modificano i parametri di riferimento; alcuni autori evidenziano la necessità di non circoscrivere l’approccio diagnostico a un’unica variabile, ma di includere il funzionamento cognitivo in un contesto più ampio. Questo permette di rendersi conto meglio della continuità vs discontinuità delle traiettorie evolutive e soprattutto della continuità tra uno sviluppo tipico o uno atipico.
Gesell, per esempio, sostiene un approccio maturazionale. Si deve diagnosticare “tutta la condizione evolutiva che si esprime nei pattern motori e adattivi, nel linguaggio e nel comportamento personale e sociale”. Le abilità si manifestano in una tempistica che non è predefinita, cioè in modo asincrono.
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Il concetto di “asincronia nello sviluppo” è centrale e va differenziato da quello di “ritardo nello sviluppo”. Poiché esiste un’asincronia nello sviluppo, Gesell dubita che sia possibile isolare e misurare una singola caratteristica “in evoluzione”, come per esempio, l’intelligenza.
Compito del clinico è rilevare il livello di maturità evolutiva raggiunta dal soggetto grazie anche alle capacità adattative.
Il costrutto di “asincronia dello sviluppo” è oggetto di interesse anche da parte di Werner; si riconosce nella psicologia della Gestalt di Lipsia che privilegia l’analisi degli aspetti evolutivi. Lo sviluppo “procede da uno stato di relativa globalità e mancanza di differenziazione a uno stato di crescente differenziazione, articolazione e integrazione gerarchica e avviene in base a una sequenza sistemica e ordinata di progressione e di regressione”. Lo sviluppo cognitivo è costituito dalla trasformazione di pattern di processi cognitivi dai livelli inferiori a quelli superiori. I livelli inferiori permangono nonostante compaiano quelli superiori: a fronte di un aumento dello stress, la persona può ricorrere a livelli di funzionamento inferiori nonostante abbia a disposizione quelli più elevati.
Dall’osservazione di bambini si evince che i cambiamenti sono discontinui, talvolta improvvisi e altre volte graduali e che possono comparire nuove forme di pensiero e di comportamento che non sembrano essere la naturale conseguenza delle fasi precedenti. È erroneo pensare che il processo evolutivo sia unitario e progressivo: bisogna contestualizzarlo come la comparsa, in momenti diversi, di singoli processi evolutivi.
Altri studi hanno evidenziato:
- La velocità di elaborazione incide sui cambiamenti relativi all’intelligenza fluida in tutte le fasi di vita higher-risk.
- Le situazioni familiari possono concorrere a una minore competenza cognitiva.
- Lo sviluppo dell’attenzione è fondamentale per l’autoregolazione emotiva.
Developmental psychopathology
Un approccio developmental è più che un modo di guardare ai problemi, è la ricerca di una soluzione globale ai problemi. A differenza delle teorie simple and sovereign di un tempo, un approccio developmental alla psicopatologia non offre una terminologia o delle spiegazioni omnicomprensive. Pone, invece, domande rispetto all’andamento developmental del comportamento adattativo e disadattivo e offre delle linee guida per rispondere a questi interrogativi. È improprio considerare la developmental psychopathology una teoria, è un approccio che facilita il clinico nel compito di comprendere come la psicopatologia si manifesti nell’arco della vita. La definizione di tale approccio è “studio dei processi evolutivi che contribuiscono o che proteggono dalla psicopatologia”.
L’assunto su cui si basa l’approccio è l’esistenza di una continuità tra uno sviluppo tipico e uno atipico. È necessario comprendere le caratteristiche dello sviluppo adattativo così da comprendere un quale modo un processo possa non aver seguito la via evolutiva considerata normale.
Il clinico dovrebbe individuare in quale momento e per quali motivi lo sviluppo si è discostato dalla traiettoria evolutiva. È fondamentale aver presente che non tutti i bambini considerati a rischio presentano successivamente tratti psicopatologi, per cui è necessario scoprire quali fattori li abbiano efficacemente protetti.
L’evoluzione psicopatologica rispondere a due principi differenti: l’equifinalità e la multifinalità.
Secondo il primo principio vie differenti possono portare a uno stesso esito. Secondo il principio di multifinalità, uno specifico fattore di rischio può avere implicazioni evolutive differenti in base a variabili di contesto individuali. L’eziologia di un quadro psicopatologico è quindi sempre multi-determinata.
L’evoluzione degli strumenti
Tra la fine del XIX secondo e i primi decenni del XX, i mental test sono un ausilio per l’identificazione dei criminali, dei malati di mente e delle persone con ritardo mentale tra gli immigrati negli Stati Uniti.
Le prime scale di valutazione del bambino
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La maggior parte delle persone ritiene che il primo strumento per la valutazione dell’intelligenza del bambino o l’eventuale ritardo mentale sia stato costruito da Binet, questo è in parte erroneo. Le prime ricerche di Binet non riguardano l’intelligenza, ma la misurazione dei processi semplici (per esempio, il tempo di reazione) e dei processi complessi (per esempio, la memoria e la percezione). Binet sostiene che quando si valuta il bambino, non ci si può limitare alle misurazioni dei processi semplici e/o di quelli complessi; la posizione che il soggetto occupa rispetto al gruppo di riferimento è un dato parziale, le misure psicometriche danno solo informazione rispetto a “che cosa” l’individuo fa e indicano “dove” la prestazione si colloca ma non ci dicono niente rispetto a “come” il bambino ha eseguito quello che gli è stato chiesto di fare. Conoscere il “come” di un comportamento è il risultato di una diagnosi a posteriori, che si basa sull’osservazione clinica.
Binet, in questo contesto di laboratori ed esperimenti, si occupa di costruire uno strumento di screening per il ritardo mentale (la Scala Binet-Simon) – questa scala permette di ordinare i soggetti lungo una linea immaginaria in base al loro livello di competenza e pertanto di individuare coloro che richiedono un’istruzione speciale. Il limite è costituito dal fatto che le abilità cognitive non sono quantità discrete, ma sono interrelate: non si può avere la certezza che il “posto” attribuito a un soggetto rispecchi le sue effettive competenze.
Quando la domanda di screening diventa una richiesta di valutazione diagnostica, lo psicologo deve avere a disposizione anche altri strumenti che gli permettano di indagare il livello di funzionamento di abilità specifiche.
Dalla scala Binet-Simon alla scala Terman-Merrill
Il passaggio dalla scala Binet-Simon alla WISC è un indicatore del fatto che l’interesse dei clinici si orienta verso l’esame di abilità cognitive più specifiche, nonostante la valutazione dell’intelligenza generale mantenga la sua rilevanza.
La prima revisione della Scala Binet-Simon, nel 1908, è il risultato di un progetto che prevede di valutare l’intelligenza e non solo il ritardo mentale. Binet e Simon ripropongono quanto già da loro sostenuto: i bambini sono diversi dagli adulti perché ragionano in modo differente e l’obiettivo è scoprirne e misurarne il funzionamento.
Cambia l’architettura della scala: avendo una diversa finalità è costruita seguendo le tappe dello sviluppo cognitivo. Le prove incluse sono rivolte a valutare i processi mentali che il bambino dovrebbe acquisire nel corso di uno sviluppo tipico. Sono inoltre presenti prove che misurano alcune abilità scolastiche.
Il cambiamento dalla Scala Binet-Simon alla Stanford-Binet (1916) e alla Terman-Merrill (1937), testimonia un cambiamento degli obiettivi per cui si impiega il reattivo. Mentre Binet sostiene che l’intelligenza sia modificabile, sia influenzata dall’ambiente, Terman invece sostiene che l’intelligenza sia innata ed ereditaria.
Nelle revisioni dello strumento emergono alcuni limiti. Il punteggio totale come rapporto tra età mentale ed età cronologica è poco utile ai fini diagnostici, soprattutto in caso di soggetti adulti.
I clinici si lamentano che la forte componente verbale possa essere un ostacolo a una corretta valutazione. L’architettura delle Scale Binet e di Terman permette il computo di un unico punteggio totale, per cui diventa complesso individuare singoli punti di forza o di debolezza del soggetto.
La Wechsler Bellevue Intelligence Scale, Form I, la prima scala di Wechsler, tenta di superare il limite del punteggio totale: poiché l’intelligenza è multidimensionale, deve essere misurata da strumenti che permettano il computo di più punteggi. Oltre al calcolo del punteggio totale, la sua scala permette il calcolo di due punteggi compositi: QI verbale (QIV) e quello di performance (QIP) che misurano aspetti differenti dell’intelligenza.
Dalla scala Wechsler-Bellevue alla WISC
L’architettura di tutte le Scale Wechsler risponde alla concezione dell’intelligenza dell’autore: il fattore G, per quanto fondamentale, non è sufficiente a spiegare il funzionamento cognitivo degli esseri umani. Wechsler sostiene l’affermazione di Boring che “l’intelligenza non è dimostrabile se non in relazione a specifiche abilità”.
Wechsler condivide quanto sostenuto da Binet: il comportamento intelligente implica l’impegno di varie funzioni cognitive. Quando si parla di intelligenza ci si riferisce alla “capacità dell’individuo di percepire, di comprendere e di avere a che fare con il mondo che lo circonda.”
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L’intelligenza è quindi “la capacità globale della persona di agire con uno scopo, di pensare razionalmente e di avere a che fare in modo efficace con il suo ambiente di vita”.
Un test di intelligenza che sia di ausilio al clinico deve essere composto da più prove di natura differente in modo da valutare varie abilità cognitive.
Durante la sua esperienza come psicologico militare a Camp Logan, Wechsler si rende conto che “una scala di intelligenza che includa test verbali e non-verbali, sarebbe un’utile aggiunta all’armamentario degli psicometristi”.
Terman ritiene che la finalità di un test sia ordinare le persone in base alle competenze misurate dallo strumento, il suo obiettivo principale è quello di “misurare” l’intelligenza nell’accezione psicometrica del termine. Wechsler sostiene che l’impiego di un test si giustifica solo se lo strumento è usato per “cambiare la vita degli individui, per essere di aiuto nella comprensione della malattia mentale, della patologia cerebrale e del comportamento psicopatico e per vedere al di là dei punteggi”.
L’architettura delle due Scale – la Wechsler-Bellevue e la WISC – rispecchia la convinzione dell’intelligenza come costrutto multicomponenziale.
Gli strumenti però non rilevano due variabili fondamentali per l’autore: il ruolo dell’ambiente nello sviluppo di abilità specifiche e l’incidenza dei cosiddetti nontest factors sul livello di prestazione del test.
La Wechsler-Bellevue Intelligence Scale, Form I e Form II valutano i soggetti tra i 10 e i 59 anni.
La Wechsler Intelligence Scale for Children misura le abilità di bambini compresi tra i 5 e 15 anni.
Entrambe le scale includono prove di natura sia verbale sia visuo-percettiva e motoria.
L’interesse del clinico non si limita a rilevare la presenza/assenza del ritardo mentale e/o delle difficoltà di apprendimento: “quello che vogliamo conoscere è se sia presente in qualche misura un tratto mentale specifico”.
Valutazione di abilità specifiche e dei processi di elaborazione delle informazioni
Nel corso degli anni l’importanza della valutazione di costrutti cognitivi specifici aumenta progressivamente in concomitanza con la ricerca di modelli che descrivano e spieghino i costrutti, le loro relazioni e le loro basi neuro-anatomiche e funzionali. Successivamente alla “rivoluzione cognitiva”, l’oggetto di valutazione dei test cognitivi non è solo “cosa” si conosce tipico dell’approccio psicometrico, ma “come” lo si è appreso e “come” lo si impiega per affrontare situazioni note o nuove, sviluppando strategie più o meno efficaci.
Attualmente si possono suddividere i test di intelligenza in tre gruppi:
- Strumenti che non sono realizzati in base a un modello teorico specifico (esempio, le Scale Wechsler) per cui i risultati possono essere interpretati applicando dei modelli a posteriori.
- Gli strumenti che si basano sul modello di elaborazione delle informazioni descritto da Lurija.
- Strumenti realizzati in base al modello CHC che orienta la lettura dei risultati.
La Cattell-Horn-Carroll Theory of Intelligence (CHC)
La Cattell-Horn-Carroll Theory of Intelligence (CHC) è l’esito dell’integrazione tra il modello di intelligenza proposto da Carroll (1993) e quello di Horn e Cattell (1997) e nasce come risposta a esigenze cliniche. Negli anni Novanta, infatti, i clinici hanno a disposizione numerosi test cognitivi che non sono costruiti in base a un modello di intelligenza e si rifanno a costrutti cognitivi non operazionalizzati.
McGrew riprende il lavoro di Carroll e supera questi limiti proponendo la definizione di una tassonomia delle abilità cognitive – l’autore osservare che i modelli di intelligenza di Horn e Cattell e di Carroll presentano analogie e differenze, per cui, se si trovasse una mediazione, si
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