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L'italiano nel mondo

Italiano e italiani all'estero prima dell'Unità

Fin dal Medioevo l'italiano si è diffuso all'estero sulla spinta del commercio e della cultura. Nei secoli XII-XV dapprima i mercanti delle città costiere come Pisa, Genova e Venezia, poi i colleghi fiorentini conquistarono gradualmente l'egemonia economica e commerciale sia in parte dell'Europa continentale sia nel bacino del Mediterraneo. In seguito al Rinascimento, l'italiano vive per almeno due secoli una stagione di enorme fortuna in Europa; si stabilisce proprio in questo periodo il nesso tra la nostra lingua e la categoria del "bello" nelle sue molteplici declinazioni: la letteratura, le arti figurative, l'architettura, la musica. Grazie a questi canali si sedimenta gradualmente nell'immaginario degli europei una certa idea dell'Italia e dell'italiano, che persiste ancor oggi.

Canali di diffusione dell'italiano

Nel caso dei mercanti e dei marinai gli italianismi furono esportati grazie a contatti tra persone, per la letteratura il veicolo di diffusione furono le pagine dei libri: a partire dal Cinquecento, complice la diffusione della stampa a caratteri mobili, si registra un enorme successo della letteratura italiana in Europa. I nostri autori, dalle Tre Corone (Dante, Petrarca, Boccaccio) fino a Machiavelli, Ariosto e Tasso, erano letti in italiano dagli intellettuali dell'epoca. La circolazione delle opere letterarie creò la domanda per la pubblicazione di grammatiche e manuali di insegnamento dell'italiano per stranieri. Non molti anni dopo la pubblicazione delle prime grammatiche a stampa per italiani in patria, videro la luce nel 1548 la prima grammatica per francesi e due anni dopo quella per inglesi.

La distinzione tra artista e artigiano, piuttosto radicata nella nostra cultura, era meno netta in epoca medievale, nella quale il termine artifex (artigiano) indicava sia chi progettava un'opera sia chi la realizzava concretamente. Nel Rinascimento i grandi Maestri italiani continuarono a essere apprezzati all'estero e a lavorare per committenti stranieri. A partire dal Seicento la fortuna dell'italiano in Europa si affievolisce col passaggio alla Francia della supremazia culturale sul continente.

Ciò non comporta tuttavia l'esaurirsi del prestigio della lingua italiana, ma il suo concentrarsi in precisi ambiti. Si instaura in questo periodo il primato dell'italiano come lingua della musica, sia per la scrittura dei testi del melodramma sia per la diffusione della terminologia musicale. Ancor oggi, per designare i nomi di strumenti (pianoforte), le indicazioni sullo spartito (allegro, andante), i termini specifici della lirica (tenore, soprano) si usano termini italiani. L'italiano vive in questo periodo la sua stagione d'oro in Europa anche grazie alla musica e al successo della commedia dell'arte.

Dalla metà del Seicento familiarizzare con la nostra lingua diviene condizione necessaria per intraprendere il Grand Tour, un viaggio di formazione (anche) in Italia, considerato momento necessario per l'educazione dei rappresentanti dell'aristocrazia e dell'alta borghesia europea. All'inizio dell'Ottocento Lord Byron osservava che l'italiano aveva in Grecia e in Albania la stessa funzione veicolare del francese nell'Europa centroccidentale.

Di là dai singoli settori e percorsi di diffusione, due aspetti peculiari hanno caratterizzato la fortuna dell'italiano fuori dei confini:

  • A differenza di quanto è avvenuto in altre realtà e in altri momenti, l'italiano si è diffuso insieme ai manufatti, tale abbinamento tra manufatti e lingua d'origine non è scontato, basti pensare che né la fortuna del romanzo russo nell'Ottocento ha stimolato la conoscenza di quella lingua in Europa occidentale né la grande quantità di prodotti tecnologici di provenienza orientale ha determinato la diffusione del giapponese, del cinese, del coreano.
  • L'italiano si è affermato in Europa con l'invasione dell'Italia da parte di eserciti stranieri e con la definitiva perdita di autonomia degli Stati regionali medievali. Dunque, come era già avvenuto con l'affermazione del fiorentino nel resto d'Italia, dove la lingua fu scelta liberamente e non imposta dall'alto, la fortuna della nostra lingua in Europa fu il risultato di un primato conquistato grazie all'attrattività culturale.

Giudizi e stereotipi dell'italiano

Esistono specifici caratteri nazionali: tedeschi poco elastici, francesi narcisisti. Gli stereotipi linguistici, se correttamente inquadrati nel contesto che li ha generati, possono contenere una base di verità e in ogni caso forniscono informazioni preziose per comprendere l'immaginario collettivo riguardo alle lingue. I giudizi dagli stranieri sono una chiave importante per comprendere come si sia radicata una certa immagine dell'italiano.

L'aneddoto secondo cui l'imperatore Carlo V avrebbe usato il tedesco per comandare, l'italiano per amare, il francese per fare affari, lo spagnolo per parlare con Dio. La cosa interessante è che l'aneddoto ha circolato nei secoli in diverse versioni, in cui cambiavano i ruoli attribuiti alle diverse lingue, ma rimaneva fissa l'associazione tra l'italiano e la dimensione amorosa. Nelle rivisitazioni in chiave linguistica della cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden, rimaneva fissa l'identificazione del tedesco come lingua dell'autorità mentre l'italiano condivideva col francese il ruolo di lingua della seduzione. A questo primo stereotipo si aggiunge ben presto quello dell'italiano come lingua cantabile.

Le testimonianze sono moltissime a partire dal 500, ma ancora alla metà del Settecento Jean-Jacques Rousseau sosteneva che non ci fosse in Europa una lingua più adatta al canto dell'italiano. Alcune caratteristiche fonologiche della nostra lingua la rendono effettivamente "musicale". La sonorità, frutto della presenza di molte vocali e di consonanti sonore, la mancanza di vocali indistinte e turbate, le sillabe prevalentemente libere. Chapman difende la maggiore ritmicità dell'inglese nei confronti dell'italiano e del francese, consentita dalle parole brevi e terminanti in consonante, contro la antimetricità dell'italiano e del francese, che non potevano costruire versi brevi quindi inadatte per una poesia ritmica. A partire dal 600 il prestigio dell'italiano in Europa comincia a declinare. La nostra lingua, declassata nell'immaginario di molti europei a idioma poco serio, adatto soltanto ai lazzi di teatranti e buffoni. Abbiamo accennato al grande successo europeo della commedia dell'arte. René Rapin: "les Italiens [...] sont naturallement Commediens". L'associazione tra italianità e teatralità è tuttavia ancora ben radicata.

Italiano scritto da stranieri

L'uso dell'italiano da parte di scrittori stranieri costituisce un'ulteriore cartina di tornasole dell'immagine dell'italiano costruitasi nei secoli fuori d'Italia. Gli inserti occasionali in italiano in opere scritte in altre lingue rientrano nella categoria del plurilinguismo letterario; la scelta di autori stranieri di utilizzare la nostra lingua come veicolo di comunicazione e d'espressione artistica prende il nome di eteroglossia. Esempi di inserti di volgari italiani in opere straniere si hanno fin dal Medioevo, prima ancora delle origini della letteratura italiana: sul finire del XII secolo il trovatore provenzale Raimbaut de Vaqueiras inserì nel suo contrasto plurilingue Domna, tant vos ai preiada una strofa in genovese.

Citazioni di termini ed espressioni italiane continuano a essere sporadicamente presenti nella letteratura straniera in tempi più recenti. Il catalogo degli scrittori che si sono cimentati con l'italiano è lungo, e costituisce di per sé una conferma dell'attrattività dell'italiano fuori d'Italia. Spesso si tratta di singole lettere o epistolari (Voltaire, Mozart, Byron e Joyce). Quello di Joyce è un caso di rapporto particolarmente intenso con l'italiano. Lo scrittore visse per cinque anni a Trieste e insegnò privatamente inglese.

Un caso diverso è quello dell'uso scritto ufficiale che la nostra lingua ha conosciuto fra il Cinquecento e l'Ottocento nei territori dell'impero ottomano. I funzionari dell'impero usavano l'italiano come spazio comunicativo condiviso per dialogare con i governi del mondo cristiano-occidentale. I redattori di questi documenti erano il più delle volte greci o ebrei originari della Spagna o del Portogallo, esuli nell'impero ottomano dopo l'espulsione dalla penisola iberica nel 1492.

Italiano e italiani all'estero dopo l'Unità

La crisi economica che seguì all'edificazione dello Stato unitario determinò la crescita esponenziale dell'emigrazione. L'avventura coloniale, intrapresa dai governi liberali e proseguita poi nel ventennio fascista, costituisce un capitolo della storia linguistica italiana poiché determina nuove vie di diffusione dell'italiano all'estero e di accoglimento di parole esotiche nel nostro lessico. Nel secondo dopoguerra l'emigrazione ha prevalentemente destinazione europea, e si rivolge soprattutto verso la Francia, la Germania, il Belgio e la Svizzera, dove si creano comunità di italiani oggi di seconda e terza generazione. Il secolo e mezzo di storia unitaria ha creato le condizioni per la presenza nel mondo di una comunità di milioni di persone di origine italiana, che non necessariamente parla la nostra lingua, ma ha determinato una forte attrattività dell'italiano come sistema culturale. Anche grazie a questo traino l'italiano continua a essere in cima alla classifica delle lingue più studiate nel mondo.

L'emigrazione

Si calcola che dal 1870 al 1970 siano espatriati tra i 20 e i 25 milioni di persone. Gli italiani erano poco più di 25 milioni nel 1861 e crebbero fino a 35 milioni nel 1911. Il saldo migratorio (cioè la differenza tra immigrati ed emigrati) si mantiene negativo nel primo cinquantennio. Entro tale periodo possiamo tuttavia distinguere due fasi: un primo trentennio di emigrazione più contenuta, un periodo di massima intensità nel ventennio. Per circa 7 milioni di nostri connazionali si trattò di un'emigrazione definitiva, per i rimanenti di un'esperienza temporanea, conclusasi col rimpatrio. La destinazione principale furono le Americhe. Dapprima verso l'America del Sud; verso la fine del secolo e ancor più nei primi decenni del successivo gli emigrati iniziarono a dirigersi sempre più verso la parte settentrionale del continente e verso l'Oceania. L'Europa fu meta di migrazioni consistenti solo più tardi, in particolare nel secondo dopoguerra.

Circa il 40% degli emigrati era originario di regioni del Nord (Veneto) il rimanente del Mezzogiorno (Campania, Calabria e Sicilia). Se agli emigrati aggiungiamo i discendenti, si può a ragione stimare una popolazione di oltre 60 milioni di italiani - o, più precisamente, di persone di origine italiana, sparsa per il mondo. L'inversione di tendenza, che ha portato l'Italia a divenire meta di immigrazione, si è avuta negli anni Settanta del Novecento. Nel 1972 si registra per la prima volta nella storia italiana un saldo migratorio positivo. Nelle figure 8.1-8.3, basati sulle serie storiche elaborate dall'ISTAT, riporto il saldo migratorio dall'Unità a oggi espresso in valori per mille abitanti. Non ho considerato i dati del primo decennio di storia unitaria e quelli relativi agli anni dei due conflitti mondiali, per ragioni diverse-poco attendibili. Per comodità di lettura ho suddiviso i dati in tre periodi distinti: quello dello Stato liberale, il ventennio fascista, il dopoguerra.

Negli ultimi quarant'anni i flussi di italiani verso l'estero non sono cessati, ma si sono modificati, quantitativamente e qualitativamente. Sono oltre 5 milioni, ma tale cifra è da considerarsi approssimata per difetto. Fra loro sono sempre di più i giovani con alto tasso di scolarizzazione. Una situazione determinata sia dalla maggiore disponibilità alla mobilità lavorativa che caratterizza la società globale, sia dalle scarse opportunità di lavoro e alle basse retribuzioni che si offrono in Italia. Il risultato è che quasi 100.000 giovani lasciano ogni anno l'Italia, con tendenza all'aumento; di questi, circa un terzo sono laureati. Le aree più interessate all'emigrazione sono cambiate rispetto al passato: i più alti numeri di partenza si registrano ora da regioni come il Lazio, la Lombardia e il Veneto. Le nuove comunità di italiani all'estero rispecchiano non più riassumibile nello stereotipo dell'emigrato con la valigia di cartone. Si tratta di individui più consapevoli dei legami con l'identità italiana, l'attaccamento alle proprie radici e spesso unito al risentimento per il sentirsi abbandonati dalle nostre istituzioni.

Effetti linguistici dell'emigrazione

Quali sono stati gli effetti determinati dall'imponente flusso migratorio sulle abitudini linguistiche degli italiani? Occorre considerare il quadro socioculturale in cui avvenne l'emigrazione, caratterizzato da forti livelli di analfabetismo e, conseguentemente, di dialettofonia. L'emigrazione fu un potente fattore propulsivo per l'alfabetizzazione e il progresso socioeconomico degli emigranti e dei loro familiari. Queste persone hanno dovuto stabilire una piattaforma comunicativa comune con gli italiani provenienti da altre regioni, con i quali avevano in comune non un sistema linguistico stabile e codificato, ma brandelli di lessico e fraseologia innestati su basi dialettali diverse.

L'urgenza di condividere gli affetti e gli affari con i familiari rimasti a casa ha costituito un fondamentale incentivo all'alfabetizzazione, sia per chi era partito, sia per chi restava. Gli emigrati "vanno via bruti e tornano uomini civili". Effettivamente i nostri connazionali partirono dialettofoni e in un buon numero di casi furono costretti a impadronirsi di un rudimentale italiano, per comunicare coi connazionali all'estero e coi propri familiari in patria. Per milioni di italiani l'emigrazione è stata dunque un'importante "officina d'italiano".

Si svilupparono in epoca postrisorgimentale varie iniziative private a carattere solidaristico, come le società di mutuo soccorso. Esse cercavano di garantire, oltre all'assistenza in campo sanitario e sociale, i rudimenti dell'alfabetizzazione agli emigrati e ai loro familiari. Si inserisce la nascita della Società Dante Alighieri, fondata nel 1889 da un gruppo di intellettuali guidati dal Carducci. Nel Manifesto agli italiani del luglio 1889 si invita a prendere esempio dalle altre nazioni europee per costruire le basi di una politica culturale mirata a non abbandonare al loro destino gli emigrati e a mantenere vivo il legame linguistico e culturale con gli italiani nel mondo. Quest'opera meritoria di alfabetizzazione comportò tuttavia un taglio netto con la condizione di dialettofonia di partenza: per poter comunicare con le famiglie a casa e per stabilire una più efficace comunicazione con le altre comunità italiane presenti all'estero gli emigrati furono costretti a realizzare un language shifting dal dialetto all'italiano. Le testimonianze linguistiche degli emigrati ci consegnano non solo un repertorio di strafalcioni (carro per macchina) ma costituiscono un documento importante della nostra identità nazionale.

Il rapporto con la lingua d'origine

Lo sviluppo del repertorio linguistico delle seconde e terze generazioni di emigrati mostra delle caratteristiche ricorrenti, fortemente influenzate dal grado di scolarizzazione della prima generazione. Nel caso di gran lunga più frequente nell'emigrazione storica, vale a dire di genitori dialettofoni e con livello di scolarizzazione scarso o nullo, nella seconda generazione si osserva un processo di progressiva perdita del dialetto, che non viene trasmesso ai figli perché dalla famiglia stessa gli viene attribuito un basso grado di prestigio. A tale perdita si accompagna la conquista di una padronanza buona o soddisfacente della lingua del paese di residenza.

Con le terze generazioni, nel repertorio linguistico rimangono pochi elementi cristallizzati del dialetto d'origine, che convivono con una padronanza completa della lingua del paese di residenza. Di conseguenza le terze generazioni non ricevono l'italiano per trasmissione verticale dalla famiglia, ma se vogliono devono impararlo da zero, in scuole. Emigrati italiani negli USA si sono evoluti seguendo tre fasi:

  • Una prima fase, di diglossia, in cui gli emigrati alternano il proprio dialetto di origine con varietà rudimentali di American English;
  • Una seconda fase, di triglossia, in cui gli emigrati alternano il proprio dialetto d'origine con rudimentali forme di italiano e con l'American English;
  • Una terza fase, nuovamente di diglossia, in cui le varietà in gioco sono oramai l'italiano e l'American English.

Queste fasi presentano sovrapposizioni e intersezioni e le varietà in contatto innescano i meccanismi di interferenza tipici dell'italiese (italiano e inglese). Un'identità mutila, dovuta alla consapevolezza di una competenza parziale, sia nella lingua di partenza che in quella d'arrivo. Perdita della lingua d'origine: l'erosione linguistica della lingua d'origine nelle generazioni successive a quella di emigrazione, va aggiornato tenendo conto del modificarsi del flusso delle comunicazioni nella società.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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