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Italiano nel tempo

Prima dell'italiano

Solo in una parte dei territori assoggettati all'impero romano nella sua fase di massima espansione (intorno al III sec. d.C.) si parlano oggi lingue derivanti dal latino. Nella parte orientale dell'impero la lingua più utilizzata era il greco, nell'area rimanente dell'impero il latino ha invece avuto modo di radicarsi al punto da diffondersi anche nell'uso orale e sovrapporsi alle lingue locali. Quest'area era la Romania e le lingue che oggi vi si parlano sono chiamate romanze.

Le lingue romanze sono in un certo senso «glie» del latino e comprendono, oltre alle centinaia di dialetti di origine latina parlati nella Romania, alcune lingue nazionali (l'italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese, il rumeno) e alcune lingue minoritarie (sardo, friulano). In seguito all'espansione coloniale delle nazioni europee avvenuta dopo il Cinquecento, il territorio in cui si parlano lingue romanze si è notevolmente esteso e interessa aree dell'America del nord, del centro e del sud e dell'Africa.

Attualmente a livello mondiale le lingue romanze sono lingua nativa per oltre 800 milioni di persone, mentre se si includono coloro che conoscono un idioma romanzo come seconda lingua si arriva a circa un miliardo e mezzo di persone. Le lingue sono «organismi sociali» in continua trasformazione, che si evolvono nel tempo e variano nello spazio e negli usi.

Il latino con cui abbiamo a che fare è un insieme di varietà usate in tempi e in luoghi diversi e lascia quindi intravedere la mutevolezza della lingua. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento si è iniziato a riferirsi a questo insieme di varietà come al latino volgare. Il latino volgare può essere confuso col volgare italiano, perciò è preferibile l'etichetta più neutra di latino parlato; anzi bisognerebbe parlare di tanti latini parlati perché la vastità dell'impero portò con sé una forte differenziazione su base geografica del latino, in particolar modo di quello parlato. Dalla disgregazione dell'unità latina e dalla successiva riorganizzazione delle parlate locali in sistemi autonomi hanno avuto origine le lingue romanze.

Nel valutare l'eredità del latino sull'italiano dobbiamo tener presente la distinzione tra lessemi ereditari (lo parole di tra la popolare) e latinismi (o parole di tra la dotta). Dei latini parlati nelle diverse aree della Romania abbiamo poche fonti come iscrizioni murali: per es. gli scavi archeologici di Pompei hanno permesso di riportare alla luce alcune scritte conservatesi grazie all'azione protettiva esercitata dai detriti vulcanici; non possono infatti essere di molto antecedenti al 79 d.C., data dell'eruzione del Vesuvio. Si tratta di scritte di argomento politico, osceno, ma anche poetico filosofico.

Altrettanto importanti per la ricostruzione del latino parlato sono le liste di errori stilate da grammatici ed eruditi: questi documenti sono preziosissimi perché l'insistenza sulla forma scorretta ne testimonia proprio la diffusione nella lingua di tutti i giorni. Il più importante è l'Appendix Probi, realizzata da un autore ignoto. Sulla datazione dell'originale le ipotesi fatte oscillano tra il III e il VI secolo: è un documento in cui vi è un elenco di 227 parole seguite dalla corrispondente forma scorretta secondo lo schema «A non B». Da esso apprendiamo che già allora erano diffusi errori. Per la stessa ragione sono importanti le iscrizioni incise su pietra. Importanti le lettere scritte da persone poco istruite (in genere soldati): commettevano degli errori che spesso rivelavano l'oralità sottostante.

Utili anche alcuni passi letterati in cui l'autore riproduce intenzionalmente la lingua quotidiana. Cena di Trimalcione, un episodio del Satyricon dello scrittore Petronio Arbitro è uno strumento per la ricostruzione del latino parlato la comparazione linguistica fondata sui principi della fonetica storica. Queste corrispondenze regolari di suono consentono di spiegare l'evoluzione italiana di molte parole latine.

Per esempio per capire come mai in stetti, stette e stettero la /t/ sia intensa non possiamo partire dal latino STETĪ, STETIT, STETĒRUNT ma dobbiamo ipotizzare che nel latino parlato fossero usate le forme *STETUI, *STETUIT, *STETUERUNT. Il nesso di -u- + vocale determina infatti il raddoppiamento della consonante precedente.

Latino, fiorentino, dialetti, italiano

I mutamenti subiti da suoni, forme e costrutti nel passaggio dal latino all'italiano sono oggetto di studio della grammatica storica. Quando diciamo che da VETULU(M) abbiamo vecchio, passando attraverso il lat. parlato VECLU(M) e che da CALIDA(M) abbiamo calda, adottiamo una prospettiva che ha come punto di partenza il latino e come punto d'arrivo uno dei dialetti italiani, il fiorentino. Sono esiti di VETULU(M) anche il lombardo veç o il napoletano viecchiə; sono esiti di CALIDA(M) anche il romanesco calla. Viecchiə e calla non sono storpiature di vecchio e calda ma costituiscono evoluzioni autonome della stessa base latina.

I dialetti non sono delle varietà corrotte della lingua italiana, ma dei sistemi linguistici autonomi sviluppatisi, al pari del fiorentino, a partire dal latino. Il rapporto tra latino e dialetti è dunque un rapporto di filiazione diretta: le forme del fiorentino, del napoletano o del genovese evolvono seguendo strade diverse senza mischiare reciprocamente le proprie acque.

Non è corretto parlare di dialetti dell'italiano, semmai di dialetti italoromanzi presenti nello spazio linguistico italiano. Diverso è il discorso per gli italiani regionali, nati in epoca più recente dalla contaminazione tra parlate locali e lingua comune: in questo caso le acque dei fiumi si sono effettivamente mescolate. L'italiano è il frutto di un lungo processo di elaborazione, selezione e codificazione del fiorentino trecentesco.

Cenni di grammatica storica

Il latino distingueva le vocali sul principio della quantità (o durata) e presentava un sistema a dieci vocali, valido sia per le vocali toniche che per quelle atone: Ā, Ă, Ē, Ĕ, Ī, Ĭ, Ō, Ŏ, Ū, Ŭ (il simbolo indica la vocale breve, il simbolo la vocale lunga). La differenza di quantità aveva valore distintivo, per es. VĒNIT significava 'venne', VĚNIT ‘viene’; ŌS, ‘bocca', ŎS ‘osso’.

Anche in italiano è presente la distinzione tra vocali brevi e lunghe in sillaba tonica, ma è defonologizzata, cioè ha perso valore distintivo: si tratta di una variante combinatoria dipendente dalla struttura della sillaba (vocale lunga in sillaba aperta tonica, vocale breve in tutti gli altri casi). La perdita del valore distintivo della lunghezza vocalica determinò un riassetto complessivo del sistema vocalico che ha dato luogo a sistemi vocalici diversi nei vari dialetti, ma comunque basati sulla distinzione di timbro, non di quantità.

Rappresentiamo qui sotto l'evoluzione tra il latino classico e il fiorentino, su cui è modellato l'italiano standard: a questa risistemazione fece seguito il dittongamento che ebbe luogo solo in sillaba aperta: PĔDE(M) > piède, FŎCU(M) > fuòco ma TĔRRA(M) > tèrra, CŎRPUS > còrpo.

Nel vocalismo atono si verifica un'ulteriore semplificazione, con la riduzione a cinque vocali e la conseguente neutralizzazione della distinzione tra vocali medioalte e mediobasse: la natura dell'accento, che nel latino era prevalentemente tonale (cioè la sillaba tonica era pronunciata con un'altezza maggiore) mentre in italiano e nelle altre lingue romanze (la sillaba tonica è pronunciata con maggiore forza articolatoria).

Nel consonantismo le modifiche principali riguardano:

  • La caduta delle consonanti finali. Le prime consonanti interessate furono la M (che però si è mantenuta nei monosillabi: CUM > con) e la -T. La caduta della -M in particolare è attestata molto precocemente: per questa ragione quando si citano le basi latine solo questa consonante è posta tra parentesi: AQUA(M) > acqua.
  • La -s finale, pure frequente nelle parole latine, non cadde ma si trasformò in vocale palatale (NOS > noi) o determinò la chiusura e l'avanzamento articolatorio della vocale precedente (CAPRAS > capre, MONTES > monti).
  • La palatalizzazione delle velari seguite da vocale palatale. Nel latino classico la pronuncia di C e G era velare in ogni contesto: quindi CENTUM si pronunciava con [k] e GELUM con [g]. Dal V secolo circa le occlusive velari seguite da e, i si trasformarono, per assimilazione parziale alle vocali seguenti, nelle affricate prepalatali.
  • L’assimilazione regressiva (la seconda delle due consonanti rende simile a sé quella precedente): per es. NOCTE(M) > nòtte; SEPTE(M) > sètte.
  • I nessi di consonante + L, che si modificano in consonante + approssimante palatale (/j/, detta anche «iod»): CLAVE(M) > chiave; PLATEA(M) > piazza; le consonanti seguite da «iod», cioè la semiconsonante palatale che si sviluppa nel latino parlato al posto di una I o di una E del latino classico davanti a un'altra vocale (SIMIA(M) ‘scimmia’, subiscono esiti diversi.

Nella morfologia si assiste alla perdita del sistema dei casi, cioè delle desinenze che segnalano il ruolo sintattico di un elemento: Petrus (nominativo) leonem (accusativo) necat ‘Pietro uccide il leone’. In latino la funzione sintattica è per così dire incorporata nella parola e quindi si può spostarla senza alterare il significato della frase (Petrus necat leonem equivale a leonem Petrus necat, leonem necat Petrus ecc.), mentre in italiano la posizione nella frase del soggetto e dell'oggetto è rilevante per determinarne la funzione (Pietro uccide il leone vs Il leone uccide Pietro). Nei complementi indiretti la funzione della desinenza è svolta in italiano dalle preposizioni: Petrus (nominativo) leonem [accusativo] gladio [ablativo] necat / Pietro uccide il leone con la spada.

Il sistema dei casi consentiva al latino una libertà di collocazione delle parole nella frase molto maggiore dell'italiano. Altre innovazioni del sistema morfologico riguardano la perdita del genere neutro nella flessione nominale, l'introduzione dell'articolo (che in latino non esisteva) e profonde ristrutturazioni del sistema verbale: la sostituzione di molte forme sintetiche del verbo con forme analitiche (AMAVERAT ~ aveva amato; AMAVISSE(M) ~ avesse amato) e la complessiva semplificazione della morfologia verbale dovuta alla perdita della coniugazione deponente e di alcuni tempi come l'infinito, il participio e l'imperativo futuri.

A queste semplificazioni si affianca un'evoluzione di segno diverso: la creazione del modo condizionale, le cui funzioni erano svolte in latino prevalentemente dai tempi del congiuntivo. Nella sintassi, oltre alle conseguenze indotte dalla perdita del sistema dei casi, di cui s'è già detto, si segnala il passaggio dalla costruzione regressiva (del latino) a quella progressiva (dell’italiano).

I primi documenti in volgare

A quando risalgono le prime attestazioni dell'italiano e delle altre varietà romanze? Venendo alla situazione linguistica della Romania possiamo osservare che per secoli le persone alfabetizzate usarono una varietà per scrivere, che consisteva in un latino più o meno distante dal modello classico, e una per parlare, ma non per questo avevano coscienza di trovarsi di fronte a lingue diverse.

Quanto è durata questa fase? La transizione latino-romanza è stata un processo lungo. La causa scatenante del cambiamento fu il progressivo disfacimento della struttura statuale dell'impero romano d’Occidente, avviatasi nel IV secolo e culminata con la definitiva caduta dell’impero nel 476. Come punto di partenza della transizione possiamo individuare il IV-V secolo, all'altro estremo le prime documentazioni scritte romanze collocabili nel IX secolo.

L'inizio e la fine della transizione: le interpretazioni più tradizionali la collocano tra il VI e VIII secolo, altre dal IV al IX secolo. Le conseguenze politiche e culturali di questo evento causarono l'addensarsi delle innovazioni nelle varietà parlate localmente, arrivarono a costituire una massa critica tale da far prendere coscienza alle persone colte cioè di trovarsi di fronte a due lingue diverse piuttosto che a due varietà della stessa lingua. Due date possono rappresentare la fine della transizione nel IX secolo: una decisione presa nell'813 dal Concilio di Tours raccomandava ai sacerdoti di predicare in rusticam romanam linguam aut thiotiscam (cioè nelle varie parlate romanze o in lingua 'tedesca') evidentemente perché i fedeli non erano più in grado di capire il latino. Trent'anni dopo (nell'842) i nipoti di Carlo Magno si incontrarono a Strasburgo per sancire la spartizione dei territori del Sacro Romano Impero e giurarsi reciproca fedeltà.

I due sovrani pronunciarono il giuramento rivolgendosi ciascuno all'esercito dell'altro in lingue diverse: Carlo parlò ai soldati di Ludovico e si rivolse loro in lingua (proto)tedesca, Ludovico fece lo stesso rivolgendosi alle truppe di Carlo in (proto)francese. I Giuramenti di Strasburgo (si conserva ancora il testo) sono l'atto di nascita delle lingue romanze. I primi testi scritti in volgare compaiono in Italia con oltre un secolo di ritardo: il primo documento che a giudizio unanime degli studiosi rappresenta una nuova varietà linguistica è un testo bilingue. Si tratta dei Placiti campani, brevi formule di giuramento inserite in una serie di sentenze (placiti) emesse tra il 960 e il 963 in diverse località campane. La più antica fu emanata a Capua nel marzo del 960 ed è nota pertanto come Placito capuano; ha a che fare con una lite tra un certo Rodelgrimo e il monastero di Montecassino per il possesso di alcuni terreni. Per provare la legittimità della proprietà dei terreni, i monaci dovevano cioè dimostrare di aver goduto del bene per almeno trent'anni. Il testo dell'atto è in latino, tuttavia il notaio che lo redige, nel momento in cui deve citare le parole dei testimoni, sceglie deliberatamente di usare una varietà diversa e scrive:

Sao ko kelle terre, per kelle ni que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti cioè 'so che quelle terre, entro quei confini che qui [nel documento che il testimone ha davanti sono contenuti, le possedette per trenta anni la parte [le 'parti' erano i contendenti] di san Benedetto’. Nella coscienza linguistica del notaio, che conosceva il latino e lo usava quotidianamente come strumento di lavoro, al latino si contrapponeva nell'uso orale una varietà linguistica autonoma. Il testo contiene varietà volgare meridionale e ha l'ordine basico dei costituenti di tipo romanzo (SVO).

I più antichi documenti del volgare italiano sono brevi inserti in carte notarili, testi non letterari. A essi va aggiunta una particolare tipologia di testi, denominati scritture esposte; due esempi, entrambi romani. La prima è nota come Iscrizione della catacomba di Commodilla del IX secolo. Il testo inciso è ‘Non dicere ille secrita a bboce’, cioè 'non rivelare le orazioni segrete ad alta voce'. Dobbiamo immaginare che sia rivolta da un religioso ai confratelli, per avvisarli di non pronunciare ad alta voce le secrete, cioè le preghiere che dovevano essere recitate a bassa voce in determinati momenti della liturgia.

La seconda è l'Iscrizione di San Clemente, dell'XI secolo, che fa parte dell’affresco dell'omonima basilica romana, vicina al Colosseo. L'autore vi raffigura il miracolo avvenuto in occasione della cattura di san Clemente. Secondo la leggenda, mentre degli schiavi agli ordini del patrizio romano Sisinnio stanno trasportando il santo in prigione si trasforma in una pesantissima colonna di marmo, impossibile da trascinare. Con una tecnica simile a quella del fumetto, il pittore fa pronunciare ai personaggi delle frasi che aiutano a comprendere meglio la storia. Il santo si esprime in latino, Sisinnio e gli schiavi usano il volgare: esclamazioni come ‘Fili de le pute, traite!’ pronunciata da Sisinnio per esortare gli schiavi a trascinare san Clemente.

La provenienza dei primi testi in volgare, spicca la prevalenza dell'area centrale e meridionale.

La nascita della letteratura in volgare

I primi documenti letterari in volgare risalgono al XII secolo: primi esempi di poesia civile e lirica, poesia religiosa, lirica amorosa, grazie alla scuola poetica siciliana sviluppatasi presso la corte di Federico II di Svevia, che importò in Italia temi e modi della poesia dei trovatori provenzali utilizzando un siciliano illustre fortemente venato da provenzalismi. La poesia siciliana godette immediatamente di un enorme prestigio.

La ricostruzione della veste linguistica originale delle poesie dei siciliani è assai problematica a causa dalla tradizione dei testi, giunti fino a noi grazie a trascrizioni fatte da copisti toscani, che modificarono profondamente la forma linguistica delle poesie. In effetti in seguito alla morte di Federico II (1250) e al successivo rapido declino della dinastia sveva, la Toscana si afferma (insieme a Bologna) come centro di produzione e diffusione della poesia lirica.

Al precoce riconoscimento dantesco della dignità del volgare siciliano e alla successiva codifica del genere lirico effettuata da Francesco Petrarca dobbiamo il fatto che nella tradizione poetica italiana sono sopravvissute fino all'Ottocento parole estranee alle regole del fiorentino trecentesco come le forme monottongate c&o.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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