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Introduzione

Massimo Fusillo

Un sapere antigerarchico

“Stare da entrambe le parti di uno specchio”, così Thomas Stearns Eliot descrive l'esperienza di leggere testi remoti nel tempo e nello spazio come quelli in sanscrito. Questa bella metafora rende perfettamente la sfida ardua che la letteratura comparata ha da sempre affrontato.

Stare da entrambe le parti di uno specchio significa in fondo valorizzare un elemento che sta alla base dell'atto di confrontare, ovvero l'empatia. Confrontare diverse letterature o generi implica identificarsi pienamente con l'alterità in tutte le sue forme molteplici senza seguire gerarchie prestabilite.

La comparatistica ha pertanto bisogno di un sapere aperto che non segua né canoni, né gerarchie di valori. La metafora della radice multipla, il rizoma, è stata utilizzata da Deleuze e Guattari nel loro Millepiani, scelta appunto per proporre un modello filosofico senza gerarchie interne capace di suscitare combinazioni in tutte le direzioni possibili, un modello che asseconda la molteplicità e si contrappone alle rigide dicotomie.

In botanica, il rizoma è una modifica del fusto delle piante, come lo zenzero, che si sviluppa orizzontalmente sottoterra, emettendo radici e rami verso l'alto. Deleuze e Guattari usano questa struttura biologica per proporre un modello di pensiero radicalmente nuovo.

Per capire il rizoma, bisogna comprendere l'avversario contro cui combattono i due filosofi: il modello dell'albero. Il Pensiero-Albero è gerarchico, lineare e centralizzato. Ha un'unica radice, il principio primo, la verità assoluta, un tronco centrale e dei rami che si dividono in modo ordinato e binario. È il modello delle enciclopedie, della burocrazia, della storia lineare e della linguistica tradizionale. C'è un centro che comanda la periferia.

Il Pensiero-Rizoma non ha un centro, non ha un inizio e non ha una fine. È una rete orizzontale di connessioni infinite dove qualsiasi punto può essere collegato a un altro. Non c'è gerarchia: se recidi un punto del rizoma, questo non muore, ma si riorganizza seguendo un'altra direzione.

Nata agli inizi dell'Ottocento come disciplina che metteva a confronto due autori o due opere che erano stati sicuramente in stretto contatto, influsso di Boccaccio su Chaucer, la letteratura comparata si è espansa sempre di più, prima passando a un modello plurale che affrontava l'irradiazione di generi e temi in diverse epoche e culture, es. modello americano succeduto a quello francese, e poi inglobando il confronto fra letteratura e le altre arti, come pittura, musica ecc.

Una dimensione globale

“Oggi i prodotti delle varie nazioni si mescolano con una tale velocità che abbiamo bisogno di nuovi modi per imparare e per poter reagire”. Questa frase che sembra scritta ai giorni nostri in realtà fu scritta dall'autore più canonico della letteratura tedesca Johann Wolfgang Goethe e risale al 1827.

In più di un'occasione Goethe è tornato su un concetto che era stato coniato per la prima volta da Wieland a proposito della Roma augustea e anche da Schlegel, ovvero il concetto di Weltliteratur: letteratura mondiale che è diventato sempre più fondamentale per la comparatistica.

Non è chiaro cosa si debba intendere con questa formula, ma ciò che è importante è sottolineare che in un momento travagliato come le guerre napoleoniche Goethe esprime insoddisfazione per la categoria di letteratura nazionale, si preoccupa per il ruolo che la letteratura tedesca da poco affacciatasi sulla scena europea potrà svolgere in futuro, ma allo stesso tempo si apre al confronto con altre culture e con il mondo orientale, Il divano occidentale orientale.

Per quanto non sviluppi un pensiero sistematico in proposito, Goethe coglie con singolare preveggenza alcuni tratti pregnanti: per lui la letteratura mondiale non implica un'unificazione progressiva di un mondo sempre più omogeneo, ma scaturisce da una continua tensione fra il locale e l'universale.

Tutta la sua nozione di Weltliteratur gioca infatti sulla ricezione, sulla circolazione sempre più frenetica delle opere che entrano a far parte di una rete inesauribile di scambi, è quello che il maggior studioso odierno di World Literature, David Damrosch, chiama spazio ellittico, ovvero quello spazio prodotto dalla cultura originaria di un testo e dalle culture che lo recepiscono.

In realtà la letteratura ha avuto da sempre una vocazione mondiale: sia in un senso metaforico dato che crea mondi paralleli e visioni della realtà diverse, sia in un senso più concreto dato che nelle diverse epoche gli scrittori hanno vissuto spesso in maniera tormentata la propria appartenenza etnica o la propria nazionalità contrapponendovi di volta in volta cosmopolitismo, universalismo.

Quella che Edward Said chiama mondialità della letteratura, ossia la sua capacità di trascendere il proprio contesto di appartenenza per creare nuove connessioni rivolgendosi a un pubblico tendenzialmente illimitato. Non è un caso che questo intellettuale fosse un palestinese nato a Gerusalemme con cittadinanza americana e che si occupò a lungo di scrittori dall'identità ibrida come Conrad.

Nella sua ossessione per i temi dell’esilio, Said si è inoltre occupato di una figura storica della critica stilistica della comparatistica, Eric Auerbach, che in un saggio dedicato al concetto di Weltliteratur auspica che si recuperi l'idea ben nota al sapere medievale di uno spirito sovranazionale, cioè che la cultura e la letteratura non devono essere gabbie nazionaliste o strumenti di propaganda politica, ma ponti capaci di unire l'intera umanità, e perfetto solo chi considera tutto il mondo come luogo di esilio, il che significa raggiungere il massimo livello di libertà mentale e distacco critico.

Chi vede ogni luogo come un esilio non si sente “proprietario” di nessuna cultura e non si fa intrappolare da nessuna ideologia nazionale. L'esilio, che Auerbach ha vissuto davvero a Istanbul, fuggendo dal nazismo, ti costringe a guardare il mondo da fuori e ti permette di essere oggettivo, lucido e giusto.

La letteratura diventa quindi un luogo privilegiato per trasformare un'esperienza tragica come l’esilio in una condizione positiva e creativa, in una lente per leggere meglio la realtà. La Weltliteratur ha avuto uno sviluppo vertiginoso solo con la piena modernità a partire dalla rivoluzione industriale che con le sue innovazioni tecnologiche ha fatto circolare sempre di più le opere letterarie fino alla nostra epoca dove la rivoluzione digitale ha permesso la circolazione immediata dei testi che sono adesso a portata di clic.

Per questo motivo dopo Goethe sulla letteratura mondiale si è teorizzato e scritto tanto, soprattutto in aree linguistiche e geografiche minori, che sentivano maggiormente la tensione fra il contesto locale e la dimensione globale.

Ad esempio, il fondatore della prima rivista di letterature comparate “Acta Comparationis Litterarum Universarum”, Hugo Metzl, era un comparatista appartenente alla minoranza tedesca della Transilvania. Rivista che riuscì a imbastire un ampio comitato scientifico in cui comparivano studiosi da svariati paesi non solo europei e a pubblicare in un gran numero di lingue avendo messo al centro del proprio programma il poliglottismo, la promozione di letterature meno note e lo studio del folklore.

Ben presto il concetto di letteratura mondiale si sposta in Oriente nella prima metà del Novecento, in Giappone, Kobayashi Hideo si dedica al confronto fra letteratura giapponese e letterature europee affrontando anche direttamente artisti come Mozart, Dostoevskij e Van Gogh.

Le teorie sulla letteratura mondiale viste sinora potevano considerarsi figlie dell'Illuminismo e del suo universalismo, cioè l'idea che ci sia un fondo comune a tutti gli esseri umani che trovano nella letteratura una delle sue espressioni più potenti, ma questa visione è entrata profondamente in crisi nella seconda metà del Novecento quando gli studi culturali e post-coloniali hanno mostrato come l'universalismo sia quasi sempre l'assolutizzazione di una singola cultura che “naturalizza” le proprie caratteristiche.

La contrapposizione fra universalismo e relativismo è però troppo semplicistica, difatti un relativismo puro non può esistere poiché tenderebbe ad autoannullarsi. Entrambi i termini hanno bisogno l'uno dell'altro e perciò la teoria critica contemporanea è alla ricerca di uno spazio intermedio fra i due poli.

Perciò gli studi culturali e post-coloniali non si limitano a contestare o a volere allargare il canone occidentale, non si tratta semplicemente di aggiungere scrittrici o scrittori di aree dimenticate a un canone che, per ragioni storiche, è espressione di una cultura maschile, eurocentrica, bianca ed eterosessuale. Espandere l'area di studio corrisponde alla curiositas innata del comparatista.

Gli studi culturali non contrappongono un'identità alternativa a un'identità dominante, propugnano invece una visione ibrida e aperta, un'entità che è sempre plurale.

In particolare, troviamo due teorie sulla letteratura mondiale nel passaggio di millennio che hanno avuto una risonanza eccezionale: una è quella di Pascale Casanova che nel 1999 nel suo saggio “La république mondiale des lettres”, focalizza la sua visione sul conflitto continuo fra centro e periferia. Questa Repubblica delle lettere ha il suo meridiano di Greenwich in Parigi.

I punti più deboli di questa impresa teorica sono soprattutto di ordine storico e geografico, non si possono ridurre tutte le relazioni internazionali a una competizione fra nazioni, tralasciando ciò che è avvenuto prima del XVI secolo e concentrandosi solo su Parigi come centro unificatore; bisognerebbe quindi impostare sempre più il discorso sulla letteratura globale in termini di costellazioni di prospettive che cambiano di continuo a seconda dei punti di vista adottati.

Interessante è il caso irlandese analizzato da Casanova: nell’Irlanda di fine Ottocento, inizio Novecento, la vera strategia innovatrice non è stata il recupero della lingua e della cultura celtica, come voleva Yeats, ma la contaminazione della lingua dei colonizzatori: Joyce l’ha ibridata di elementi irlandesi e poi deformata; ed è proprio in personaggi come Joyce che visse in una complicata triangolazione geografica, linguistica e culturale fra Londra, Dublino e Parigi, fra identità irlandese, dimensione europea e cosmopolita, che si può scorgere anche oggi il modello di una letteratura mondiale ibrida e dinamica che sappia trasfigurare il conflitto in potenziale creativo.

Nel 2000 Franco Moretti pubblica sulla “New Left Review” un articolo intitolato “Conjectures on the World literature” che ha suscitato ampie discussioni. Moretti rinuncia a dare una definizione di Weltliteratur, ma ne distingue due fasi fondamentali, individuando la cesura nel XVIII secolo.

Il primo modello di letteratura mondiale si articola come una progressiva diversificazione e divergenza ed è un mosaico di letterature locali separate e per comprenderlo Moretti utilizza la teoria evoluzionistica di Darwin. Il secondo, invece, si basa sulla convergenza e sulla somiglianza e si articola in una relazione complessa fra centro, semiperiferia e periferia e per comprenderlo Moretti utilizza il sistema mondo di Wallerstein, economista americano a cui si devono le prime riflessioni sull'economia mondo.

Inoltre, non poche suggestioni vengono dalla teoria della letteratura come polisistema di Itamar Even-Zohar, che aveva indagato le relazioni dinamiche fra le opere canonizzate e quelle fuori dal canone.

Dato il ruolo crescente che la Cina post-comunista sta giocando nello scenario globale, sono sempre più ricche le proposte teoriche che vengono dalla comparatistica orientale che ha vissuto una sua affermazione internazionale con il Congresso dell’ICLA, Associazione internazionale di letteratura comparata, tenutosi Hong Kong nel 2002.

Tra le proposte, il saggio sul mito di Don Giovanni “Don Juan East/West” di Takayuki Yokota Murakami: nato come confronto fra le due tradizioni di questo mito, l'autore demistifica i concetti occidentali di amore, piacere e sessualità, troppo facilmente considerati naturali e sottolinea l'improponibilità per il Giappone della dicotomia tipica occidentale fra amore romantico e piacere; se è giusta la critica alla metafisica del significato, che assolutizza un concetto primordiale come quello di seduzione, non mi sembra però accettabile l'idea che comparare significhi identificare e che sia dunque un atto di assimilazione più o meno violenta.

Comparare significa il contrario, indagare cioè somiglianze e differenze, elementi che ricorrono in più culture ed elementi che sono invece specifici di un singolo contesto; significa in fondo assumere quello sguardo bifocale che è sottinteso nella frase di Eliot.

Un nodo fondamentale è ovviamente quello della traduzione: pratica comparatistica che non è altro che un atto di mediazione culturale. Innanzitutto, una delle gerarchie da smontare è quella fra testo originale e testo tradotto: non bisogna considerare la traduzione una perdita, una approssimazione o una degradazione, al contrario, le traduzioni possono arricchire a loro volta l'originale e in ogni caso gli danno vitalità, lo rendono plurale sottoponendolo a una metamorfosi continua; la stessa che si produce attraverso le diverse letture di pubblici diversi o anche di una stessa persona in fasi diverse della propria vita, insomma non sono mai prodotti secondari ma opere autonome e nello stesso tempo parti della vita di un testo nel tempo.

Bisogna quindi smettere di considerare la traduzione necessariamente come un impoverimento, dato che capolavori come i romanzi di Tolstoj e Dostoevskij hanno forgiato e continuano a forgiare l'immaginario mondiale quasi esclusivamente in traduzione. Lo stesso Goethe, dichiarò che preferiva leggere in traduzione francese il suo capolavoro il “Faust” perché gli sembrava che acquistasse una nuova freschezza.

Turbamenti delle identità

L'espansione delle letterature comparate non ha avuto solo un carattere geografico, ma ha coinvolto il suo stesso concetto di base, ovvero la letteratura. Nel periodo in cui dominava la critica strutturalista, si credeva che fosse possibile definire la letterarietà in astratto e che ci fosse dunque un’inconfondibile specificità dei testi letterari.

Questa fiducia talvolta granitica nella scientificità del metodo critico, si è allentata sempre di più dalla fine degli anni 70 in poi. La letteratura non viene più considerata un linguaggio separato, puro e prezioso nella sua autonomia espressiva, ma una delle tante pratiche sociali con cui si elabora una cultura e si costruisce l'identità, soprattutto quella sessuale e quella etnica, ambiti privilegiati della critica letteraria.

Interessante è notare che questa svolta si è fortemente sviluppata nell'ambito della letteratura comparata: forse perché la comparatistica per suo statuto tende a confrontare la letteratura con l'altro da sé e con le altre arti, ma anche con altri campi del sapere come antropologia, psicanalisi eccetera.

L'espansione della comparatistica ha avuto un forte valore propulsivo: ha incluso nella pratica critica ogni forma di documento sociale e storico grazie alla prospettiva neostoricista, si è incrociata con gli studi gay e lesbici e con le ricerche sul gender.

Si tratta di approcci che hanno svolto un'importante funzione dirompente e stanno a loro volta suscitando azioni di superamento, non a caso si parla di recente di un ritorno alla forma e in effetti i testi letterari sono stati usati un po’ troppo negli ultimi tempi come documenti di cultura e sottoposti a un giudizio ideologico che non ne rende la complessità stratificata.

Non si vuole tornare all'idea di uno specifico letterario, ma si intende solo ricordare che la letteratura non può mai essere edificante, dato che spesso dà espressione ed esorcizza proprio le pulsioni più regressive e antisociali.

Per la nozione di sapere antigerarchico, che costituisce un po’ il filo rosso del nostro percorso, uno dei contributi più importanti che è arrivato dagli studi culturali è stata la rottura della gerarchia fra cultura alta e cultura bassa che aveva caratterizzato tanta critica novecentesca.

Già nell'ambito della narratologia c'era stato un interesse per la letteratura di consumo con ad esempio in Italia i saggi di Umberto Eco su James Bond, ma ora il fenomeno si fa più sistematico, radicale, il che non significa una rinuncia alla valutazione estetica per mettere tutto sullo stesso piano in modo acritico, significa invece riconoscere che ogni fenomeno culturale, ha un suo potenziale simbolico e che la qualità estetica, l'innovazione espressiva si possono trovare dappertutto, non solo nell'arte più nobile e sublime; anche in questo caso si è prodotta un'espansione considerevole degli oggetti di studio della comparatistica che l'ha portata verso territori nuovi come la fiction televisiva, la pubblicità, i videogiochi.

Homo adaptans

Una delle riflessioni più belle di Goethe, sul concetto di letteratura mondiale, prende spunto dalla rappresentazione in Francia del suo dramma “Torquato Tasso”: quindi un'opera di un autore tedesco, dedicata a un grande classico della letteratura italiana e tradotto in francese.

Con una notevole preveggenza Goethe coglie i procedimenti che diventeranno sempre più importanti per la circolazione della cultura nel mondo e che ne offriranno sempre più spunti per lo sviluppo delle letterature comparate: la traduzione, la performance e l'adattamento.

Superando presto le resistenze tradizionaliste che volevano circoscrivere la comparatistica solo al confronto tra diverse letterature nazionali, la co

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/14 Critica letteraria e letterature comparate

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AndreaC37 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letterature moderne comparate e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof De Cristofaro Francesco.
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