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Spettatori di un naufragio, gli intellettuali nella seconda guerra mondiale

Premessa

Il testo riguarda lo studio degli intellettuali italiani durante la Seconda guerra mondiale. Viene data particolare importanza alla “zona grigia” che si riferisce al periodo tra il ’43 e ’45 e contiene tutti anche tra gli anni ’40 e ’43 per coloro che scelsero di non scegliere con chi schierarsi. Si estende indicare chi evitò in ogni modo di arruolarsi e partecipare alla propaganda del regime; si tratta di persone che hanno preferito il disimpegno all’impegno. Per questo motivo si parla di imboscati. Dalla “zona grigia” si evince che l’Italia non è stata in grado di produrre una classe dirigente laica, moderna e liberale.

Prologo

Viene analizzato il caso di Cesare Pavese nella Seconda guerra mondiale: sceglie di non scegliere uno schieramento politico dichiarandolo attraverso l’io narrante nella Casa in collina del 1948, scegliendo l’apatia e il disimpegno. È in qualche modo turbato dalla propaganda fascista e dallo storicismo che comportava la smania di rivoluzioni e il vedere/vivere eventi storici. Pavese come antistoricista è tralasciato; la casa editrice Einaudi preferiva che passasse l’immagine di uno scrittore schivo e riservato. Nel 1935 Pavese era stato condannato a causa dell’amore per Tina Pizzardo, moglie di Altiero Spinelli. Al 1938 risale la notazione diaristica che recitava “non ci innamoreremo mai di una di quelle idee per cui si accetta di morire”; il taccuino segreto è nient’altro che il contenitore di sbalzi umorali ed è insofferente nei confronti dell’antifascismo borioso e inconcludente, pensiero condiviso con Salvemini e Rossi.

Attualmente Pavese è portavoce dei territori delle Langhe dilaniati dalla guerra e del mondo contadino che subì fascismo e antifascismo senza aderirvi. Presenta lo specchio di un Paese che non crede al Duce ma nemmeno ai partigiani e che ambisce alla fine della guerra il prima possibile. I suoi personaggi puntano a conservare il loro benessere e sono distanti dalle complicazioni ideologiche. Quando la storia irrompe nelle loro vite, scatta la necessità di ricerca di un rifugio, in particolare si tratta della collina. L’ultimo romanzo è La luna e i falò del 1950, il protagonista è un fuggiasco, antifascista in un gruppo di Genova approdato in California per sottrarsi ad un ordine di arresto. Viene trattata la vicenda di un aborto clandestino finito in tragedia (condizione della donna prima della 194).

Tra il popolo, l’odio e il rancore nei confronti della guerra rimangono anche dopo la sua fine. Uno dei primi appassionati lettori del romanzo è Piero Calamandrei, figura di spicco nell’Italia antifascista e uno dei tanti intellettuali a-politici del secolo. Dopo la morte di Pavese, Calvino lo definirà inadatto alla vita politica, elementi che si trovano a partire dal suo diario iniziato durante il confino a Brancaleone Calabro. Riferisce circa la Rivoluzione russa e fascista e sostiene che non era toccato da nessun sentimento di rinnovamento morale. Sergio Solmi, leggendo Il mestiere, osservò subito che erano delle scritture per l’autore stesso e in quanto studioso di Leopardi non poté notare che in Pavese mancava l’interesse per la vita, per la storia e il costume (presenti in Leopardi).

Nell’Italia del dopoguerra assetata di politica, il concetto di azione era alla ribalta. Allontanarsi voleva dire imboccare una strada densa di incognite. Tra questi si ricordano:

  • Gaiame Pintor, il quale sosteneva fosse giunto il momento per gli artisti di dare un taglio ai loro privilegi.
  • Jean-Paul Sartre, il quale sostiene che l’intellettuale deve abbracciare la sua epoca e non estraniarsi più.
  • Salvatore Quasimodo proponeva un uomo nuovo; nel 1946 additò il compito della poesia, il poeta estraneo alla vita non è più attuale.
  • Franco Calamandrei, iscritto al partito comunista, punta a dare voce ai giudizi politici e morali degli intellettuali che fino a quel momento erano stati tralasciati.
  • Ottiero Ottieri sosteneva che la narrativa non poteva ignorare la classe e lo stato civile.
  • Luigi Russo scriveva che oramai l’intellettuale estraniato dalla storia era destinato a scomparire.
  • Enrico Falqui sosteneva che se agli autori di “ieri” si rimproverava di essere stati estranei al proprio tempo, gli autori di “oggi” avranno l’opposta accezione.

Anche I promessi sposi vengono coinvolti nella polemica di chi credeva che la cultura dovesse partecipare attivamente alla rigenerazione sociale. Elio Vittorini giudica l’opera come un appello politico alla moderazione; la figura di Fra Cristoforo rappresenta il borghese antifeudale corretto e umiliato dalla religione (Manzoni viene da una famiglia borghese malfamata, odiata e maledetta dai contadini). La destra si schiera contro l’impegno, tra i sostenitori vi sono:

  • Curzio Malaparte, il quale denunciava le calunnie e minacce agli uomini rimasti liberi e che si rifiutavano di iscriversi ad uno dei tanti partiti politici che rappresentavano la frammentazione dello stato italiano.
  • Leo Longanesi era portavoce di una società italiana postfascista.
  • Indro Montanelli (allievo di Longanesi) critica l’idolatria della politica, sostiene il diritto di non pensare alla politica.
  • Giovannino Guareschi sosteneva che le direttive del partito non dovessero sostituire il cervello. Si schiera contro la retorica dell’impegno.

Tra i democratici si ricorda Carlo Levi, autore de L’orologio (1950) che fornisce un’immagine dell’Italia come paese immobile, viene ampiamente criticato di qualunquismo da molti intellettuali, tra cui Emilio Lussu. La critica impolitica della politica converge anche in Paura della libertà dove la politica è un incubo, lo stato è un vertice supremo dell’idolatria e la storia è un non senso, un eterno inganno. Levi però si schiera anche in politica tra i parlamentari comunisti (in questo caso è poco coerente).

La figura di Vitalino Brancati invece si muove nella critica ai costumi della nuova Italia da un punto di vista liberal-democratico. Raccoglie i suoi scritti editi precedentemente per quotidiani in Diario romano, definito da Sciascia come uno dei libri più coraggiosi e necessari scritti nella seconda metà del secolo. A metà degli anni Trenta la sua fede littoria si era inclinata grazie all’amico Giuseppe A. Borgese; nel testo Anni perduti (1946) critica il fascismo. Ennio Flaiano in giovane età aderisce al partito fascista, poi nel secondo dopoguerra denuncia il fascismo nascosto sotto all’antifascismo, prova orrore per il regime di Mussolini.

Al fine di non scivolare nuovamente nell’intolleranza l’intellettuale doveva dimostrare di non sottoporre i valori assoluti come bene, male, verità e bellezza a nessuna autorità se non alla sua coscienza (in opposizione al Vittorini). Brancati si scaglia contro ogni capo di partito, sia di destra che di sinistra, entrambi con il fine di minare la libertà di parola, espressione e pensiero. Si scaglia contro Sartre che definisce “filosofo del nazismo”; per lui l’atto morale è un’opera d’arte. Si schiera contro la torre d’avorio dell’aristocrazia dove gli intellettuali vanno a vivere perché non sanno come impiegare il proprio tempo. È contro agli scrittori che si chiudono nell’eremo di un proprio diario che nessuno leggerà fino a quando l’autore sarà in vita.

Brancati stima Antonio Gramsci perché ritenuto padrone di sé; egli rimprovera agli scrittori di non vivere come propri i sentimenti popolari e di non elaborarli. Brancati ribatte sostenendo che i sentimenti vengono provati individualmente e non sono quelli che ci si preoccupa di elaborare. Gramsci vede nella Gerusalemme Liberata il libro più popolare (letteratura nazional-popolare). Brancati ribatte sostenendo che ogni massa per definizione è reazionaria, la libertà e il progresso sono invece individuali. Non apprezzava le masse (non sarebbero più da fare raduni fascisti ad esempio).

Compie un viaggio in Svizzera, si innamora del paese a riparo da guerre e tentazioni totalitarie. Conosce un cittadino svizzero che sostiene fosse più intrigante la vita di frontiera; Brancati fa presente che il dinamismo è l’anticamera del totalitarismo, cita il caso dell’attivista Gabriele d’Annunzio per lui simbolo di noia e monotonia.

Ennio Flaiano si scontra con gli intellettuali che si battono per un’idea pur non avendone una propria, con Sartre che entra ed esce dal partito comunista, contro la storiografia di partito, contro il populismo: “lei è comunista, io sono aristocratico, dunque entrambi odiamo il popolo, la differenza è che lei riesce a mandarlo in Siberia”; è contro l’operaismo (fabbrica luogo di pena). La sua filosofia è racchiusa nel testo “Un marziano a Roma”, si desume che l’intellettuale non ha voce davanti alla forza statica di una società libertina e degradata. Il pensiero di Flaiano è alimentato da Bartleby, protagonista di un racconto di Melville e di lui la filosofia del rifiuto, il non preferire nulla, la loro filosofia è simbolo della immutabilità della vita e storia. Brancati e Flaiano si schierano contro la viltà e conformismo del regime, si poteva essere sensibili ai problemi della società senza inchinarsi alla politica.

Gli anni della guerra fredda

Gli anni della guerra fredda sono gli anni in cui il terzaforzismo è sempre più ricercato, si cita Chiaromonte. I terzaforzisti hanno idee incompatibili con la teoria dell’intellettuale organico di Gramsci ma non sono capaci di creare un ideale che vi si contrapponga. Secondo Chiaromonte, l’intellettuale doveva professare il mestiere della verità e interprete degli interessi comuni.

Luigi Russo si schiera contro i terzaforzisti, teme la prevalenza della politica della DC e nel 1948 si candida con il Fronte Popolare (sinistra); per lui, se si vuole far la storia è necessario prendere partito, ammira Stalin come uomo che ripudia la guerra. In Italia l’unico ad esercitare una funzione liberale per Russo è Palmiro Togliatti. Definisce i terzaforzisti come imboscati della storia e destinati all’oblio. Ferroni rivela che con la Seconda guerra mondiale c’è stata una virata ideologica da destra verso sinistra ma al tempo stesso non ha considerato, oltre agli intellettuali militanti, gli intellettuali disertori tanto odiati da Mussolini.

Parte prima - La guerra

Il rifugio della torre d'avorio dei letterati era particolarmente odiato da Mussolini, sosteneva che "fuori dalla storia l'uomo è nulla". Con il regime si adopera per distruggere il concetto crociano dell'autonomia dell'intellettuale fino a costringerlo a servire gli interessi del fascismo. Nel 1925 Croce promuove il manifesto degli intellettuali antifascisti, contrario al manifesto degli intellettuali fascisti promosso da Giovanni Gentile.

Curzio Malaparte firma "ragguaglio sullo stato degli intellettuali rispetto al fascismo": il compito del duce non era solo quello di imporre un nuovo ordine spirituale al popolo ma anche fare guerra alla dispersione degli intellettuali. "Intellettuale" diventa un termine quasi negativo, sinonimo di "imboscato" e "slegato dalla realtà". Anche Giuseppe Bottai sosteneva l'interventismo e non le sole parole, così Gentile all'entrata in guerra della nazione al fianco di Hitler sosteneva che con la grande guerra l'Italia schiva e letteraria fosse stata depurata.

Per Mussolini non esiste una letteratura di intervento che compete con quella nata dalle trincee della Prima guerra mondiale. Dopo il 1926 la libertà di stampa non esisteva più; dagli anni '30 le riviste e giornali sono mezzi di chiamata alle armi. Nella Gazzetta del Popolo Lorenzo Gigli sosteneva che non fosse più possibile l'isolamento volontario, Mussolini esortava a prendere parte alla vita.

Nel pieno della guerra d'Etiopia (1936) Alberto Consiglio vede una letteratura intesa come riflessione sulle cose che accadono. La "rassegna storica del Risorgimento" diretta da Cesare Maria de Vecchi portava avanti l'idea di rivedere la storia con occhio del tempo, sostanzialmente al servizio del fascio (nel '40 direttore e personale imbracciano le armi).

La questione di una letteratura fascista è un tema che sta a cuore al Duce: i primi indizi di una letteratura fascista si hanno con "poema africano della divisione 28 ottobre" di Filippo Tommaso Marinetti, reduce dalla guerra. Nel '39 "critica fascista" sosteneva che non si poteva pensare una letteratura non unita al tempo storico in cui si esprime, si tratta di un'arte vicina alla vita nazionale. Anche Curzio Malaparte sostiene la tesi, "la guerra non nega né annienta l'arte".

Nel caso della guerra africana prevale il bozzettismo, nel 1947 Ennio Flaiano pubblica Tempo di uccidere, romanzo circa la guerra africana. I risultati più interessanti della letteratura della Seconda guerra mondiale derivano dalle sfere della propaganda.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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