TRATTAZIONE ESAME LETTERATURA ITALIANA A-L
NOVELLE DI BOCCACCIO
Ser Ciappelletto (I, 1)
Prima Giornata; Novella Prima
Ser Cepperello con una falsa confessione inganna uno santo frate, e muorsi; ed essendo stato un pessimo
uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto. Convenevole cosa è, carissime donne,
che ciascheduna cosa la quale l'uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui il quale di tutte fu facitore
le dea principio. Per che, dovendo io al nostro novellare, sì come primo, dare cominciamento, intendo da una
delle sue maravigliose cose incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in lui, sì come in cosa
impermutabile, si fermi e sempre sia da noi il suo nome lodato. Manifesta cosa è che, sì come le cose
temporali tutte sono transitorie e mortali, così in sé e fuor di sé essere piene di noia e d'angoscia e di fatica e
ad infiniti pericoli soggiacere; alle quali senza niuno fallo né potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e
che siamo parte d'esse, durare né ripararci, se spezial grazia di Dio forza e avvedimento non ci prestasse. La
quale a noi e in noi non è da credere che per alcuno nostro merito discenda, ma dalla sua propia benignità
mossa e da prieghi di coloro impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i suoi piaceri mentre
furono in vita seguendo, ora con lui etterni sono divenuti e beati; alli quali noi medesimi, sì come a
procuratori informati per esperienza della nostra fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel
cospetto di tanto giudice, delle cose le quali a noi reputiamo opportune gli porgiamo. E ancora più in questo
lui verso noi di pietosa liberalità pieno discerniamo, che, non potendo l'acume dell'occhio mortale nel segreto
della divina mente trapassare in alcun modo, avvien forse tal volta che, da oppinione ingannati, tale dinanzi
alla sua maestà facciamo procuratore, che da quella con etterno essilio è scacciato; e nondimeno esso, al
quale niuna cosa è occulta, più alla purità del pregator riguardando che alla sua ignoranza o allo essilio del
pregato, così come se quegli fosse nel suo conspetto beato, esaudisce coloro che 'l priegano. Il che
manifestamente potrà apparire nella novellala quale di raccontare intendo; manifestamente dico, non il
giudicio di Dio, ma quel degli uomini seguitando. Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di
ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e dovendone in Toscana venire con messer Carlo
Senzaterra, fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e al venir promosso, sentendo egli gli
fatti suoi, sì come le più volte son quegli de' mercatanti, molto intralciati in qua e in là e non potersi di
leggiere né subitamente stralciare, pensò quegli commettere a più persone; e a tutti trovò modo; fuor
solamente in dubbio gli rimase cui lasciar potesse sofficiente a riscuoter suoi crediti fatti a più borgognoni. E
la cagion del dubbio era il sentire li borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali; e a lui non
andava per la memoria chi tanto malvagio uom fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere che opporre
alla loro malvagità si potesse. E sopra questa essaminazione pensando lungamente stato, gli venne a memoria
un ser Cepperello da Prato, il qual molto alla sua casa in Parigi si riparava. Il quale, per ciò che piccolo di
persona era e molto assettatuzzo, non sappiendo li franceschi che si volesse dire Cepperello, credendo che
cappello, cioè ghirlanda, secondo il loro volgare, a dir venisse, per ciò che piccolo era come dicemmo, non
Ciappello, ma Ciappelletto il chiamavano; e per Ciappelletto era conosciuto per tutto, là dove pochi per ser
Cepperello il conoscieno. Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo notaio, avea grandissima
vergogna quando uno de' suoi strumenti (come che pochi ne facesse) fosse altro che falso trovato; de' quali
tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente
salariato. Testimonianze false con sommo diletto diceva, richiesto e non richiesto; e dandosi a que' tempi in
Francia a' saramenti grandissima fede, non curandosi fargli falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a
quante a giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato. Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava,
in commettere tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali, de' quali quanto
maggiori mali vedeva seguire tanto più d'allegrezza prendea. Invitato ad un omicidio o a qualunque altra rea
cosa, senza negarlo mai, volenterosamente v'andava; e più volte a fedire e ad uccidere uomini colle propie
mani si trovò volentieri. Bestemmiatore di Dio e de' santi era grandissimo; e per ogni piccola cosa, sì come
colui che più che alcun altro era iracundo. A chiesa non usava giammai; e i sacramenti di quella tutti, come
vil cosa, con abominevoli parole scherniva; e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi visitava
volentieri e usavagli. Delle femine era così vago come sono i cani de' bastoni; del contrario più che alcun
altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato con quella conscienzia che un santo uomo
offerrebbe. Gulosissimo e bevitore grande, tanto che alcuna volta sconciamente gli facea noia. Giuocatore e
mettitor di malvagi dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante parole? Egli era il piggiore uomo forse
che mai nascesse. La cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato di messer Musciatto, per cui
molte volte e dalle private persone, alle quali assai sovente faceva ingiuria, e dalla corte, a cui tuttavia la
facea, fu riguardato. Venuto adunque questo ser Cepperello nell'animo a messer Musciatto, il quale
ottimamente la sua vita conosceva, si pensò il detto messer Musciatto costui dovere essere tale quale la
malvagità de' borgognoni il richiedea; e perciò, fattolsi chiamare, gli disse così: - Ser Ciappelletto, come tu
sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui, e avendo tra gli altri a fare co' borgognoni, uomini pieni d'inganni,
non so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più convenevole di te; e perciò, con ciò sia cosa che
tu niente facci al presente, ove a questo vogli intendere, io intendo di farti avere il favore della corte e di
donarti quella parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia. Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e
male agitato delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo sostegno e ritegno era lungamente stato,
senza niuno indugio e quasi da necessità costretto si diliberò, e disse che volea volentieri. Per che,
convenutisi insieme, ricevuta ser Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re, partitosi messer
Musciatto, n'andò in Borgogna dove quasi niuno il conoscea; e quivi, fuor di sua natura, benignamente e
mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello per che andato v'era, quasi si riserbasse l'adirarsi al
da sezzo. E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli fiorentini, li quali quivi ad usura prestavano e lui
per amor di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli infermò; al quale i due fratelli fecero
prestamente venire medici e fanti che il servissero e ogni cosa opportuna alla sua santà racquistare. Ma ogni
aiuto era nullo, per ciò che 'l buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente vivuto, secondo che i
medici dicevano, andava di giorno in giorno di male in peggio, come colui ch'aveva il male della morte; di
che li due fratelli si dolevan forte. E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser Ciappelletto giaceva
infermo, seco medesimi cominciarono a ragionare: - Che farem noi - diceva l'uno all'altro - di costui? Noi
abbiamo dei fatti suoi pessimo partito alle mani, per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così infermo ne
sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco senno, veggendo la gente che noi l'avessimo ricevuto prima,
e poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora, senza potere egli aver fatta cosa alcuna che
dispiacere ci debba, così subitamente di casa nostra e infermo a morte vederlo mandar fuori. D'altra parte,
egli è stato sì malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento della Chiesa; e,
morendo senza confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a' fossi a guisa d'un
cane. E, se egli si pur confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili che il simigliante n'avverrà, per ciò che
frate né prete ci sarà che 'l voglia né possa assolvere; per che, non assoluto, anche sarà gittato a' fossi. E se
questo avviene, il popolo di questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale loro pare iniquissimo e
tutto 'l giorno ne dicon male, e sì per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò, si leverà a romore e
griderrà: - Questi lombardi cani, li quali a chiesa non sono voluti ricevere, non ci si vogliono più sostenere - ;
e correrannoci alle case e per avventura non solamente l'avere ci ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò
le persone; di che noi in ogni guisa stiam male, se costui muore. Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo,
presso giacea là dove costoro così ragionavano, avendo l'udire sottile, sì come le più volte veggiamo avere
gl'infermi, udì ciò che costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare, e disse loro: - Io non voglio che
voi di niuna cosa di me dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno. Io ho inteso ciò che di me
ragionato avete e son certissimo che così n'avverrebbe come voi dite, dove così andasse la bisogna come
avvisate; ma ella andrà altramenti. Io ho, vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio che, per farnegli io una
ora in su la mia morte, né più né meno ne farà. E per ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate,
il più che aver potete, se alcun ce n'è, e lasciate fare a me, ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e i miei
in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti. I due fratelli, come che molta speranza non
prendessono di questo, nondimeno se n'andarono ad una religione di frati e domandarono alcuno santo e
savio uomo che udisse la confessione d'un lombardo che in casa loro era infermo; e fu lor dato un frate antico
di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale tutti i cittadini
grandissima e spezial divozione aveano, e lui menarono. Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto
giacea e allato postoglisi a sedere, prima benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò
quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse. Al quale ser Ciappelletto, che mai confessato non
s'era, rispose: - Padre mio, la mia usanza suole essere di confessarmi ogni settimana almeno una volta, senza
che assai sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi ch'io infermai, che son presso a otto dì, io
non mi confessai, tanta è stata la noia che la infermità m'ha data. Disse allora il frate: - Figliuol mio, bene hai
fatto, e così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì spesso ti confessi, poca fatica avrò d'udire o di
domandare. Disse ser Ciappelletto: - Messer lo frate, non dite così; io non mi confessai mai tante volte né sì
spesso, che io sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i miei peccati che io mi ricordassi dal
dì ch'i' nacqui infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego, padre mio buono, che così
puntualmente d'ogni cosa mi domandiate come se mai confessato non mi fossi. E non mi riguardate perch'io
infermo sia, ché io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io facessi cosa
che potesse essere perdizione della anima mia, la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso
sangue. Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli argomento di bene disposta mente; e poi
che a ser Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il cominciò a domandare se egli mai in
lussuria con alcuna femina peccato avesse. Al qual ser Ciappelletto sospirando rispose: - Padre mio, di questa
parte mi vergogno io di dirvene il vero, temendo di non peccare in vanagloria. Al quale il santo frate disse: -
Dì sicuramente, ché il ver dicendo né in confessione né in altro atto si pecco' giammai. Disse allora ser
Ciappelletto: - Poiché voi di questo mi fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io uscì del corpo
della mamma mia. - Oh benedetto sia tu da Dio!- disse il frate- come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto
più meritato, quanto, volendo, avevi più d'arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri
son quegli che sotto alcuna regola sono costretti. E appresso questo il domandò se nel peccato della gola
aveva a Dio dispiaciuto; al quale, sospirando forte, ser Ciappelletto rispose del sì, e molte volte; perciò che
con ciò fosse cosa che egli, oltre a' digiuni delle quaresime che nell'anno si fanno dalle divote persone, ogni
settimana almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con quello diletto e con quello appetito
l'acqua bevuta avea, e spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o andando in
pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il vino; e molte volte aveva disiderato d'avere cotali insalatuzze
d'erbucce, come le donne fanno quando vanno in villa; e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare che
non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione, come digiunava egli. Al quale il frate disse:
- Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la
conscienzia tua che bisogni. Ad ogni uomo addiviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo lungo
digiuno buono il manicare, e dopo la fatica il bere. - Oh! - disse ser Ciappelletto- padre mio, non mi dite
questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte
nettamente e senza alcuna ruggine d'animo; e chiunque altri menti le fa, pecca. Il frate contentissimo disse: -
E io son contento che così ti cappia nell'animo, e piacemi forte la tua pura e buona conscienzia in ciò. Ma,
dimmi: in avarizia hai tu peccato, disiderando più che il convenevole, o tenendo quello che tu tener non
dovesti? Al quale ser Ciappelletto disse: - Padre mio, io non vorrei che voi guardaste perché io sia in casa di
questi usurieri: io non ci ho a far nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da
questo abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m'avesse così visitato. Ma voi
dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte
per Dio; e poi, per sostentare la vita mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie picciole
mercatantie, e in quelle ho desiderato di guadagnare, e sempre co' poveri di Dio quello che ho guadagnato ho
partito per mezzo, l'una metà convertendo né miei bisogni, l'altra metà dando loro; e di ciò m'ha sì bene il
mio Creatore aiutato che io ho sempre di bene in meglio fatti i fatti miei. - Bene hai fatto,- disse il frate - ma
come ti se' tu spesso adirato? - Oh!- disse ser Ciappelletto- cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso
fatto. E chi se ne potrebbe tenere, veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i
comandamenti di Dio, non temere i suoi giudici? Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto essere
stato morto che vivo, veggendo i giovani andare dietro alle vanità e vedendogli giurare e spergiurare, andare
alle taverne, non visitare le chiese e seguir più tosto le vie del mondo che quella di Dio. Disse allora il frate: -
Figliuol mio, cotesta è buona ira, né io per me te ne saprei penitenzia imporre. Ma, per alcuno caso, avrebbeti
l'ira potuto inducere a fare alcuno omicidio o a dire villania a persona o a fare alcun'altra ingiuria? A cui ser
Ciappelletto rispose: - Ohimè, messere, o voi mi parete uom di Dio: come dite voi coteste parole? o s'io
avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s'è l'una delle cose che voi dite, credete voi che io creda
che Iddio m'avesse tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli scherani e i rei uomini, de' quali qualunque
ora io n'ho mai veduto alcuno, sempre ho detto: - Va che Dio ti converta - Allora disse il frate: - Or mi dì,
figliuol mio, che benedetto sia tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna falsa detta contro alcuno o detto mal
d'altrui o tolte dell'altrui cose senza piacer di colui di cui sono? - Mai, messere, sì,- rispose ser Ciappelletto-
che io ho detto male d'altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino che, al maggior torto del mondo, non
faceva altro che battere la moglie, sì che io dissi una volta mal di lui alli parenti della moglie, sì gran pietà mi
venne di quella cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea troppo, conciava come Dio vel dica.
Disse allora il frate: - Or bene, tu mi di' che se' stato mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i
mercatanti? - Gnaffe,- disse ser Ciappelletto- messer sì; ma io non so chi egli si fu, se non che uno, avendomi
recati danari che egli mi dovea dare di panno che io gli avea venduto, e io messogli in una mia cassa senza
annoverare, ivi bene ad un mese trovai ch'egli erano quattro piccioli più che essere non doveano; per che,
non rivedendo colui e avendogli serbati bene uno anno per rendergliel
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