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Capitolo 2 – Una lingua d’elezione

Vicende storiche e linguistiche preunitarie

L’uso generale dei dialetti al momento dell’unificazione è stato causato dal ristagno plurisecolare della vita economica, sociale e intellettuale del Paesi. Ascoli afferma che ciò è dovuto all’assenza di un potere statale accentrato, capace di imporre la propria lingua.

  • Ascoli fa un paragone con la Riforma Protestante in Germania, che fu in grado di far circolare idee, religioni, cultura e soprattutto una lingua comune.
  • Nel Proemio dell’Archivio Glottologico Italiano si oppone pubblicamente alla proposta Manzoniana di imporre il fiorentino colto, suggerendo di seguire la Germania o la Francia (da secoli con un’amministrazione centralizzata) come modello per la diffusione di una lingua comune.

Alla mancanza di una forza centripeta si contrappongono le numerose forze centrifughe. Ricordiamo tra queste:

  • La discontinuità geografica, non intaccata dall’unificazione romana e che concedeva alle popolazioni sottomesse l’uso della propria lingua e considerava l’uso del latino un privilegio.
  • Al concilio di Nicea alla chiesa fu permesso di basarsi sulle antiche partizioni amministrative romane, contribuendo alla frammentazione.
  • Il sud Italia fu messo sotto dominio della chiesa, che impedì qualsiasi movimento culturale (come quello della civiltà comunale e signorile toscano) di espandersi più a sud di Roma.

La frammentazione dell’Italia durò fino all’Ottocento. La rivoluzione industriale la accentuò, perché fu molto più forte a nord che a sud, costringendo gli stati deboli ad alzare rigide barriere doganali, soprattutto per gli altri stati.

La “Selva” dei dialetti

Sul piano linguistico, la frammentazione ha portato alla nascita di molti dialetti diversi tra loro.

  • A Nord: galloitalico, delimitato dalla linea La Spezia-Rimini
  • Fino a Roma c’è il gruppo Toscano.
  • Al centro e al sud ci sono i dialetti meridionali.
  • Sardo e Latino sono isolati.

Tutti questi dialetti derivano dal latino, ma con diverse influenze del sostrato e degli avvenimenti storici. Una volta consolidatisi, furono limitati nella diffusione a causa del fatto che il latino (fino al ‘500 e in ambito ecclesiastico ancora oltre) era ancora lingua giuridica, e perché i ceti più alti cominciarono ad utilizzare la lingua panitaliana (fiorentino), fissato dalle ‘tre corone’: prima da Dante e poi da Petrarca e Boccaccio.

  • Questi fattori però non intaccarono la varietà dei dialetti, che restò comunque la lingua del popolo.
  • L’italiano di base fiorentina non era ancora lingua degli italiani, perché non esisteva ancora uno stato.

La situazione di Roma è peculiare nel panorama linguistico. Fu inizialmente un dialetto meridionale, ma a causa delle carestie, dei cali demografici (come dopo il Sacco di Roma) ed espansioni demografiche, la lingua cominciò a mutare.

  • Le massicce immigrazioni di persone parlanti dialetti diversi portarono ad un rimescolamento linguistico che fece perdere al romanesco le sue caratteristiche meridionali.
  • La difficoltà di comprensione portò all’utilizzo di una lingua franca, favorita dal fatto che il Papato attirasse individui da tutti le regioni e fosse necessaria una lingua comprensibile da tutti.

I religiosi erano parte notevole della popolazione (1 ogni 25 persone) ed erano veicolo di cultura scolastica. Il Papato, infatti, considerava l’insegnamento elementare uno strumento di autorità e influenza.

  • Come conseguenza: a Roma nel momento dell’unità l’italofonia era un vero e proprio obbligo sociale.
  • Il dialetto invece era simbolo di grettezza sociale.

L’italiano, quindi, era vivo solo a Roma e in Toscana, nel resto dell’Italia era solo patrimonio dei dotti. Ma è grazie ai dotti e al loro affetto per la lingua della patria ad aver permesso all’italiano di sopravvivere.

Lingua e dialetti fino all’unità

Una caratteristica della diacronia dell’Italiano dal ‘300 all’800 è la sua staticità, causata dalla tradizione prevalentemente scritta. Le sole innovazioni fonologiche sono state in rapporto alla grafia, e le innovazioni lessicali e morfologiche sono derivate dal latino, in quanto lingua di cultura al pari dell’italiano.

Un’altra caratteristica che deriva dall’uso scritto dell’italiano è la ridondanza morfologica e lessicale, ovvero la presenza massiccia di sinonimi e diverse forme flessionali (fo, faccio, vo, vado, etc.).

  • Da qui l’impressionante ipertrofia fraseologica: per esprimere lo stesso concetto si usano molte frasi diverse.

Il fatto che l’italiano non fosse parlato dal popolo ha anche portato ad una grande carenza di termini che si riferiscono alla vita quotidiana e ai mestieri; quindi, era definita dagli intellettuali “arida” o “morta”. Per questo i dialetti prosperavano e si mantenevano vitali, andando a sopperire alla mancanza lessicale con termini dialettali.

  • I dialetti avevano uno status sociale, dato che erano usati indifferentemente dal popolo e dai ceti alti, dai letterati e dalla chiesa. Anche Vittorio Emanuele lo usava coi ministri.

Alle soglie dell’unità il dialetto stava per soppiantare l’Italiano anche nell’uso scritto, grazie alla nascita di tradizioni letterarie dialettali ad opera di intellettuali illustri. La lingua italiana non era alla portata di tutti, ma andava conquistata con studi e applicazione, un privilegio che in pochi potevano permettersi.

L’italiano negli anni dell’unità

Nello studio dell’istituzione scolastica bisogna distinguere tra la storia e i problemi della scuola elementare e quelli della scuola media e superiore.

  • La scuola media superiore fu introdotta solo con la dominazione napoleonica e resistette solo in Piemonte e nel Lombardo-veneto grazie agli sforzi della borghesia.
  • Altrove le classi dirigenti si sforzarono di reprimere l’istruzione popolare.

Come conseguenza, al momento dell’unificazione quasi l’80% della popolazione era analfabeta. Il restante 20% non conosceva perfettamente l’italiano (fatta eccezione per Roma e Firenze). Molti di loro sapevano a malapena ‘disegnare’ il loro nome e pochi sapevano leggere e scrivere.

Per abbozzare una percentuale preunitaria ci si può basare sull’inchiesta di Corradini: molti maestri erano abituati a tenere le lezioni in dialetto, e la loro conoscenza dell’italiano era scarsa, come la loro preparazione generale e la disponibilità di materiale.

L’inchiesta Matteucci fornisce informazioni sulle condizioni scolastiche postunitarie: la frequenza scolastica era molto bassa e le scuole non erano in grado di svolgere le loro funzioni per i motivi presenti nell’inchiesta Corradini. L’insegnamento dell’italiano, soprattutto nelle province, era molto difficoltoso.

  • Solo in Toscana, grazie alla somiglianza col dialetto, la lingua nazionale era adoperata.

La causa dell’inefficienza va ricercata nell’impreparazione dei maestri e nella carenza di strutture. Quindi l’alfabetismo di ritorno, per coloro che frequentavano solo le elementari, era un dato di fatto.

Chi frequentava la scuola media e superiore era meno dell’1% della popolazione. Non è pensabile che tutte queste persone possedessero una competenza sufficiente dell’italiano, ma stime propendono per cir...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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