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Capitolo 1 – L'italiano d’oggi

Definire l'italiano d'oggi non è semplice. Senza alcuna informazione preliminare si potrebbe dire che c'è una grande varietà d'idiomi impossibile da ricondurre a un'unica lingua (italiano). Questi idiomi, ovvero i dialetti, vengono usati anche da larghe comunità in altre parti del mondo dagli emigrati.

Dialetti

I dialetti non si trattano di varietà di italiano. I dialetti differiscono tra loro e dalla lingua nazionale, tanto che chi parla diversi dialetti può non capirsi reciprocamente. Per l'accento si può dire che tutti in Italia parlano con il loro accento "regionale". Parlare senza accento è più comune per chi fa scuole di recitazione o dizione, più che un segno socialmente caratterizzante. Socialmente, però, l'uso del dialetto non è una forma di ignoranza e scavalca le divisioni in classi.

NB: È anche vero, però, che l'uso dell'italiano è inevitabilmente associato alla classe 'alta' e l'uso del dialetto a quella 'bassa'. In alcune parti d’Italia occorre distinguere quattro strati linguistici, a livello d’ipotesi:

  • La lingua nazionale
  • Il dialetto locale
  • L'italiano regionale
  • Il dialetto locale/regionale

Tra italiano e dialetto ci sono differenze grammaticali e fonologiche che consentono di differenziare questi quattro strati. Tra questi quattro strati però non c'è una scelta netta, si può passare da una all'altra con un numero indefinito di stadi intermedi. Ci sono spesso incroci tra i quattro strati. È una discussione molto difficile da fare, si potrebbero anche considerare due entità distinte che consentono movimenti graduali dall'una all'altra. La distinzione tra questi poli può essere complicata, spesso distinta tra un modo di parlare spontaneo e familiare, ad uno accurato e formale. È solo una complicazione.

È discutibile che lo standard nazionale, ovvero il fiorentino colto, possa applicarsi ovunque. I tratti fiorentini non si usano nell’Italia del sud, dove vengono percepiti come estranei. In un piccolo centro, la varietà meno locale in genere tenta di riprodurre il dialetto della città più vicina. Uno straniero che impara l'italiano trova difficoltà nella varietà e nella pronuncia da adottare. Generalmente in Italia la gente conserva il proprio accento locale, anche in caso di persone molto colte.

La lingua italiana non è per questo meno efficace come mezzo di comunicazione (le diverse pronunce non ostacolano la comprensione) e tale varietà riflette le diverse culture e tradizioni locali. Gli italiani fanno benissimo, se vogliono, a conservare le pronunce locali.

Ci sono posizioni, solitamente adottate da manuali e dizionari, secondo cui l'unica pronuncia corretta dell'italiano è quella del fiorentino colto, che dovrebbero apprendere sia italiani che stranieri. Esistono anche ripartizioni in varietà settoriali: la lingua della letteratura, della burocrazia, della politica, del giornalismo, della scienza ecc. Giornali, radio e televisioni fungono da canali attraverso cui l’uso delle varietà può diffondersi e raggiungere un pubblico più alto.

Le differenze tra le varietà si manifestano nel vocabolario, in parte nella sintassi e in parte minima nella morfologia. La fonologia entra in gioco attraverso l’uso di alcuni andamenti intonativi considerati appropriati. Di solito le varietà locali emergono attraverso quelle settoriali. Esempio: quando a un poliziotto viene attribuito un accento meridionale.

La pubblicità, mirando a persuadere, manipola la lingua in maniera elaborata. Certe pubblicità cercano di imprimersi nella memoria con espressioni rare, altre usano formule già esistenti. Accade spesso che frammenti di messaggi pubblicitari diventino frasi comuni.

I media sono spesso oggetto di lamentele dei puristi: vengono accusati di inquinare la lingua con il loro uso di parole straniere e dialettali. Sono tra i fattori principali della diffusione di parole straniere o dialettali. Sono anche fra i fattori principali che hanno favorito la diffusione dell'italiano. Bisognerebbe invece condannare l'uso di formule pesanti e conservativi, le stesse usate da molti politici. Gli articoli sembrano spesso rivolgersi a una minoranza raffinata capace di intendere tra le righe. La parlata 'quotidiana' viene soppressa a favore di antichi stereotipi, un idioma che Calvino ha chiamato "Antilingua".

Capitolo 2 – Una sintesi storica

Nel medioevo la lingua scritta era il latino, e poteva anche essere "parlata", ma ciò era improbabile nei casi delle persone analfabete. La lingua che conoscevano e parlavano doveva essere il volgare, ovvero uno dei dialetti. Questi dialetti derivano da un latino parlato evolutosi naturalmente, senza l’intervento dell’istruzione formale. Ci sono comunque influssi dotti, come capita in ogni lingua romanza.

Per capire perché il latino si sia evoluto in maniera tanto diversa in Italia, bisogna far riferimento al substrato: i dialetti italiani sono spesso il latino parlato dai celti, veneti, etruschi, umbri, oschi etc. In certi casi (come per toscani e sardi) non ci sono tracce di parlate precedenti, forse perché molto diverse dal latino e non potevano essere 'adattate'. In altri casi le lingue di substrato erano meno diverse e si pensa che abbiano influito molto di più sulla lingua.

Il superstrato invece è meno importante: gli invasori hanno lasciato tracce scarse sulla lingua, lasciando solo alcuni elementi lessicali. Lo stesso vale per l’adstrato, le comunità linguistiche straniere. Bisogna supporre che il substrato non abbia agito sul momento, ma nel corso dei secoli, però manca la documentazione. Nonostante le conquiste della linguistica, non si sa ancora perché la lingua cambi. Ma quando nascono le lingue romanze?

Secondo alcuni studiosi (Tipo W. Von Wartburg), derivano dai dialetti diversi del latino parlato; quindi, si possono far risalire ai primi secoli del volgare. Secondo altri non possono essere nate molto prima delle prime documentazioni scritte. Si può affermare che il volgare nasca quando i parlanti ritengono di trovarsi di fronte a due lingue diverse:

  • Da un lato il volgare appreso nell'infanzia e usato quotidianamente.
  • Dall'altro il latino appreso solo a scuola con lo studio.

Le prime attestazioni di questa coscienza sono tarde: la prima col Concilio di Tours (813) che diceva: "Che ciascuno cerchi di tradurre le dette omelie in lingua romana rustica o tedesca, perché tutti possano facilmente capire quello che viene detto."

In Italia il volgare è documentato nel IX secolo: il poema “Gesta Berengarii” (915) in cui il senato si espone “nella lingua dei padri” e il popolo nella “lingua materna”. L’epitaffio di papa Gregorio V (999) in cui si parla di “Il francese, il volgare e il latino”.

Per lo sviluppo di un volgare letterario bisogna aspettare fino al ‘200, quando nasce la poesia siciliana, i testi religiosi umbri e le varie prose d’Italia. Sono comunque testi presentati in forma illustre e nobilitata, smussando i tratti più municipali.

All’inizio del ‘300 Dante ha fornito il suo De Vulgari Eloquentia, un panorama critico della letteratura volgare italiana fino ai suoi tempi, tracciando il profilo dei dialetti italiani dal punto di vista di uno scrittore volgare. Si perderanno però le tracce, perché vittima di 'censura' nel secolo successivo. Fu recuperato solo a metà ‘500. Il dialetto fiorentino con cui Dante scrisse la Commedia divenne poi la lingua del canone.

Nel ‘400 riemerse il volgare letterariamente, ma molti umanisti lo disdegnarono considerandolo rozzo, indotto e corrotto. Esso divenne oggetto della “questione della lingua”: una controversia che ebbe importanti implicazioni storiche e culturali. Che tipo di volgare era adatto all’espressione letteraria? Si possono riconoscere 4 posizioni:

  • Alcuni, come Bembo, favorivano il toscano arcaico e del canone letterario. Modelli come Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia, che delinea nelle Prose della Volgar Lingua. Una lingua da imparare attraverso lo studio.
  • Altri, come Machiavelli, Tolomei e Gelli favorivano il toscano moderno.
  • Altri, come Muzion, favorivano una lingua letteraria composita e arcaizzante.
  • Altri, come Trissino e Castiglione una lingua composita (italiana e non solo toscana) ma moderna, come la lingua cortigiana usata da persone che venivano dalle corti principali.

Prevalse la prima posizione di Bembo, segnando la cultura italiana per i quattro secoli successivi. Dal ‘500 in poi c’è una vera e propria letteratura in dialetto, nata in opposizione alle posizioni di Bembo. In questo caso dialetto si oppone a una lingua letteraria modello e i testi in dialetto accentuano il carattere municipale. In quel secolo la letteratura comprende opere scritte in tre idiomi diversi: latino, lingua letteraria nazionale (basata sul fiorentino antico) e il dialetto.

Da allora la lingua ha cercato la perfezione formale ed un distacco dalla vita quotidiana. Gli autori non scrivevano per la gente comune e la gente comune non leggeva, perché oltre all'analfabetismo avrebbero trovato lo stile impenetrabile. Il primo dizionario della lingua italiana è il "Vocabolario degli Accademici della Crusca" (1612). L'accademia si rifà alle teorie di Bembo. Il dizionario non diede un grande contributo a far conoscere l'italiano o a diffonderlo.

  • L’opera si basava sulla distinzione tra autori toscani e tutti gli altri, che usavano una lingua ‘impura’.
  • Lo scopo del vocabolario era quello di codificare la norma da seguire per gli scrittori.

Nei secoli seguenti ci sono state molte riaffermazioni di principi puristici e molte reazioni contro di essi. È sbagliato però dire che i puristi siano sempre dalla parte del torto, perché il loro può essere visto come un atteggiamento patriottico.

Manzoni analizzò poi la difficoltà di creare una letteratura nazionale di tipo moderno e con un italiano letterario: l'italiano era come una lingua morta. Lui sapeva esprimersi in milanese e francese. Così capovolse la questione della lingua e la rimise in piedi. Lui non voleva che fosse la letteratura a decidere quale fosse la lingua nazionale, voleva invece che la letteratura adottasse la lingua che meglio conveniva alle tradizioni del paese.

  • Gli scrittori non dovevano forzare una lingua retorica e arcaica, bensì usare un idioma moderno che potesse diventare lingua nazionale scritta e parlata.
  • Questo poteva essere solo il fiorentino.

Manzoni scrisse tre volte il suo romanzo, sforzandosi la terza volta di renderlo conforme al fiorentino dei suoi tempi. Non ci riuscì perfettamente perché non conosceva bene il fiorentino, ma anche perché era difficile tenere sempre fuori la lingua della tradizione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aeileen di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Cannata Nadia.
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