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2 libro “L’intelligenza” - psicologia dello sviluppo

Nature e nurture

Nel campo degli studi sull’intelligenza esiste una domanda fondamentale: quanto siamo il risultato dei geni con cui nasciamo e quanto delle esperienze che viviamo?

Questa domanda viene riassunta nell’espressione inglese “nature or nurture?”, che significa letteralmente “natura o educazione”. I due termini indicano due possibili origini dell’intelligenza: nature riguarda ciò che è innato e biologico, mentre nurture comprende tutto ciò che viene imparato grazie all’ambiente.

Con nature si intendono i geni, cioè il patrimonio ereditario che riceviamo dai nostri genitori alla nascita. Secondo questa prospettiva, una parte importante della nostra intelligenza è già stabilita dal DNA, prima ancora che iniziamo a vivere esperienze significative. Infatti, come riportato nel testo delle immagini, le ricerche scientifiche moderne indicano che circa il 70% dell’intelligenza è ereditaria. Ciò significa che la genetica ha un ruolo molto forte nello sviluppo delle capacità cognitive.

Tuttavia, lo stesso testo sottolinea che non tutte le caratteristiche psicologiche sono così legate ai geni, e che per alcuni aspetti, come lo sport o la religiosità, l’influenza dell’ambiente è più evidente. Questo mostra che nature non è l’unico fattore in gioco.

Storicamente, uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’intelligenza derivi soprattutto dalla natura è stato Francis Galton, citato nel testo delle immagini. Nel 1869 pubblicò un’opera chiamata “Hereditary Genius” nella quale sosteneva che la genialità fosse ereditaria, basandosi sullo studio di famiglie in cui erano comparsi molti individui famosi. Galton arrivò persino a calcolare che un genio comparisse in media ogni quattromila persone, e concludeva che nascere in una famiglia di talento aumentasse le probabilità di esserlo. Oggi però i suoi studi sono considerati troppo semplici, perché non tenevano conto dell’influenza dell’ambiente: per esempio, un figlio di pittore non eredita solo capacità artistiche, ma cresce anche circondato da colori, quadri e strumenti, e quindi riceve stimoli che favoriscono lo sviluppo del talento.

L’altro lato del dibattito è rappresentato da nurture, cioè dall’idea che le esperienze e l’educazione possano plasmare l’intelligenza. Nel testo che hai inviato viene citato John B. Watson, uno dei principali psicologi comportamentisti. Watson sosteneva che l’ambiente avesse un potere enorme nello sviluppo umano, al punto da affermare che, con la giusta educazione e motivazione, un bambino normale poteva diventare qualsiasi cosa: uno scienziato, un avvocato, un artista. In questa visione, non è tanto importante con quali geni nasci, ma come vieni cresciuto, stimolato e guidato. Questa posizione valorizza l’educazione e dà fiducia nella possibilità di migliorare e crescere grazie alle opportunità della vita, anche se non si parte con un talento eccezionale.

La posizione watsoniana, per cui l’individuo non è predeterminato ma è prodotto dall’ambiente, è stata considerata sia progressista, per la fiducia espressa nell’iniziativa pedagogica, sia reazionaria. Ad oggi, come nella maggior parte dei casi, si è giunti a una via di mezzo: l’importanza delle caratteristiche genetiche viene riconosciuta, anche se si osserva che il funzionamento intellettivo è associato a un tale numero di geni che è ben difficile trovare la specifica conformazione genetica associata a un’elevata intelligenza e, altrettanto difficile, è trovare il modo di intervenire. Chi ha ancora resistenza ad ammettere la presenza di fattori innati deve pensare alle variabili somatiche e osservare come spesso si ripresentano nei bambini caratteristiche anche sorprendentemente minime che comparivano nei genitori e in altri familiari.

Si afferma che un bambino può essere geneticamente dotato, ma se nei primi anni di vita non riceve le opportune stimolazioni, il suo sviluppo intellettivo ne risente. Si passa dai casi più estremi di conseguenze negative in condizioni di deprivazione gravissima a conseguenze più sottili. Questi risultati hanno fatto pensare che iperstimolazioni nei primi anni possano al contrario produrre uno sviluppo cognitivo particolarmente marcato, ma questa posizione è stata criticata perché non tiene conto dello sviluppo armonioso dell’intero individuo: una stimolazione eccessiva dell’attività cognitiva potrebbe compromettere lo sviluppo degli altri aspetti come quello emotivo-motivazionale.

Effetto Flynn

L’intelligenza media della popolazione tende a crescere nel tempo. In numerosi paesi del mondo è stato osservato il fenomeno (Flynn Effect) per cui le nuove generazioni ottengono tipicamente punteggi più elevati ai test d’intelligenza rispetto alle generazioni precedenti. Alcuni studiosi hanno valutato alcuni ragazzi estoni negli anni 30 e sono stati confrontati con i dati attuali, gli aumenti riguardavano prove di velocità di elaborazione dell’informazione e una richiedeva confronti. Dai dati si era arrivati già in passato all’idea che il QI medio della popolazione aumentasse di circa 3 punti ogni decennio, molte erano le spiegazioni date al fenomeno di incremento di QI, ma le più plausibili insistevano sulle mutate condizioni socioeconomico-culturali, gli individui che godono di migliori condizioni sanitarie, alimentazione e ambiente più stimolante e culturalizzato non possono non trarne beneficio sia nel corpo che nella mente. L’effetto Flynn potrebbe presto venir meno o potremmo cominciare addirittura a osservare un effetto opposto.

I numerosi tentativi di stimolare, educare, migliorare l’intelligenza testimoniano la convinzione che le basi biologiche dell’intelligenza inducono una condizione che non è irreversibile, ma ampiamente modificabile. Molti metodi per la promozione dell’intelligenza si limitano a evitare i danni causati da condizioni di deprivazione contribuendo a far sì che tutte le potenzialità del biologico si realizzino.

L’intelligenza

Capacità di far fronte alle richieste → soluzioni alternative ai problemi in cui magari non si sono mai imbattuti, sanno adattarsi meglio all’ambiente circostante, tutto ciò facilita la sopravvivenza dell’individuo. Capacità di cogliere e organizzare vari tipi di relazioni o nessi che stabiliscono tra diversi oggetti e/o eventi con cui ci si imbatte.

È la capacità di imparare dalle esperienze passate, usando i processi metacognitivi per favorire l’apprendimento. L’intelligenza è anche la capacità di adattarsi all’ambiente.

Le teorie sono verificate sulla base dei dati oggettivi somministrando dei test adeguati (la versione più aggiornata) offerti da soggetti impegnati nell’esecuzione di compiti che misurano il comportamento intelligente.

  • Sono state proposte diverse visioni dell’intelligenza:
    • Teorie generali: ipotizzano un’unica capacità generale (fattore g) alla base di tutte le prestazioni.
    • Teorie differenziali: pongono attenzione alle differenze tra individui e nelle fasi di sviluppo, focalizzandosi su aspetti specifici o “quid” distintivi.
    • Concezioni unitarie: sostengono un solo costrutto di intelligenza testabile con compiti diversi.
    • Concezioni multiple: figure come Gardner sottolineano l’esistenza di diverse intelligenze indipendenti (musicale, logico-matematica, interpersonale, etc.).
  • I modelli gerarchici, come quello di Wechsler, strutturano il fattore g in abilità di dominio verbale e spaziale, articolate a loro volta in sub-componenti testate con batterie specifiche.

Principali strumenti in Italia

  • WISC-5: per bambini e adolescenti (6–17 anni).
  • WPPSI: età prescolare.
  • WAIS: adulti.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaCagliari di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di Psicologia Dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Fastame Maria Chiara.
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