Introduzione
Diritto e gioco sono fenomeni fondamentali dell’esistenza umana, non si trovano in natura e sono appartenenti esclusivamente agli esseri umani. Sono disciplinati da un ordinamento giuridico, istituito dall’opera legislativa e concretizzato dall’attività giurisdizionale di un terzo che incide in modalità tali da garantire l’isonomia, cioè l’essere uguali davanti alle norme del sistema giuridico, e all’isegoria, ossia il diritto di ogni persona a prendere la parola. Il diritto e il gioco sono accomunati nel mostrare il singolo essere umano nella sua duplicità di presentarsi sia all’interno di un ruolo che nell’esistere come se stesso nonostante i diversi ruoli sociali.
L’origine del diritto e del gioco nasce dall’opera di istituire=dare senso, propria degli esseri umani, perché tutto ciò che concerne il senso è connesso agli umani in quanto in loro assenza non si avrebbe neanche una riflessione sul senso. L’io, dal dialogo sul senso, si espone alla libertà dell’orientarsi verso il bene o verso il male, verso il giusto o l’ingiusto, perché là dove non è presente il dare un senso, è assente anche la libertà, il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, perché non ha alcuna qualificazione morale o giuridica.
Dare il senso comporta nelle relazioni umane, istituire le leggi, e l’istituire le leggi-regole è rivolta ai fenomeni del diritto e quindi alle relazioni giuridiche, e del gioco, nelle relazioni ludiche. Dare senso entra nel mondo con l’opera dell’istituire centrale nella formazione della legalità, illuminata dalla ricerca della giustizia.
“L’io non è senza il tu”
Un individuo è un io nel formulare domande che, nella ricerca del senso, attendono risposte, enunciate da un tu. Qualsiasi domanda è pienamente tale in quanto attenda una risposta non anticipabile; infatti, l’io e il tu attivano il parlare nel dialogo. E la ricerca del senso si presenta con le regole del dialogo perché servono a custodire l’io e il tu, l’uno essenziale all’altro, affinché possano esercitare il linguaggio, attraverso il quale si esprime il pensiero.
Perché non può esistere un pensiero se non articolato dal linguaggio, anche quando non viene esternato o comunque espresso e rimane nell’interiorità del soggetto del pensare, perché l’essere umano è tale proprio nel pensare, esercitando connessioni strutturate e regolate come elementi propri del linguaggio.
Le regole-norme
Il diritto configura le relazioni giuridiche e il gioco le relazioni ludiche mediante l’istituzione di norme o regole che disciplinano l’esistenza dell’individuo nella coesistenza di un io senza un tu. Le regole-norme sono istituite dagli esseri umani per dare un senso alla loro coesistenza, dove il diritto accompagna la condizione umana dalla nascita alla morte, e dove invece il gioco dura solamente un determinato tempo voluto e scelto ai fini del gioco. Dopo il tempo dedicato al gioco, ogni singolo io ritorna nella sua quotidianità non ludica della sua esperienza.
Differenza egologica
È l’espressione che denomina la condizione del singolo che presenta una divisione o un’unità dell’io nel ruolo che assume e nell’esisterlo come se stesso. In qualsiasi dimensione dell’esperienza giuridica relazionale ogni io è presente con un ruolo che lo definisce (es. come un venditore), nei ruoli, l’io è però presente anche come autore responsabile, cioè come colui che risponde con l’interezza di sé stesso e non nei limiti del ruolo che svolge. Quindi in ogni situazione appartenente al diritto, la persona assume una funzione, ma la esercita secondo le intenzioni personali, esistendo sempre nella differenza egologica.
Bisogno e noia
Nietzsche nel momento in cui tratta il tema della verità e della menzogna in senso extra morale, afferma la falsità inerente l’interrogarsi sul senso perché ritiene che l’intelletto umano sia semplicemente l’insieme di operazioni vitali, conoscibili scientificamente nel loro svolgimento nei sistemi biologici, è il mezzo di conservazione dell’individuo per garantire la continuità nei vari rapporti umani, che attraverso la finzione è resa possibile.
Secondo la visione di Nietzsche, la vita quotidiana dell’uomo è composta dalle più varie modalità del mentire, adulare e fingere. Non viene utilizzato per interrogarsi, per dialogare, perché secondo egli esista la vita e nient’altro che la vita. Ma perché la vita dell’uomo viene basata sulla finzione, sulla menzogna, nelle relazioni con gli esseri umani? Perché gli esseri umani sono deboli e più fragili rispetto agli altri esseri viventi: sono meno forti degli animali e dunque non possono affermare loro stessi all’interno della società attraverso l’imbattersi nell’utilizzo della propria corporalità, perciò l’unica modalità che hanno di relazionarsi al mondo circostante e, in particolar modo nei confronti degli altri individui, avviene attraverso la finzione.
Per Nietzsche l’io non ha il desiderio del tu, non c’è alcun desiderio di voler trovare la verità o una giusta relazione; dunque, gli esseri umani continuano a stare assieme per un motivo di stampo vitalistico: solamente per bisogno e per noia l’essere umano vuole esistere socialmente. Questo avviene per 2 motivazioni:
- Per l’utile: perché solo attraverso alla collettività si può essere in grado di resistere di fronte ad una minaccia naturale,
- Per noia: tale condizione incombe nel momento in cui si prende atto della mancanza di un altro individuo, l’uomo in quanto essere vivente parlante, come può non socializzare e non dialogare? Nel momento in cui non vi è un dialogo con un altro individuo, incombe la noia, la solitudine e dunque l’isolamento e l’assenza del dialogo sono sentite come situazioni negative di mancanza che generano poi sofferenza e dolore.
Verità e menzogna
Da questa tesi, emerge il pensiero di Nietzsche secondo il quale colui che mente adoperi le parole per far apparire come reale ciò che non è reale. L’uomo compie questo gesto in modo egoistico, ma può comportare anche un danno all’interno della società, in quanto possa smettere di fidarsi di lui, escludendolo. L’io non cerca la verità e non si interroga sul senso e, proprio per questo motivo, le parole non sono modi per ricercare il senso, bensì le parole e in generale il linguaggio hanno una struttura unicamente materiale, attraverso la quale immettono un suono e uno stimolo nervoso.
Nietzsche ritiene infatti che anche il diritto e il gioco non abbiano alcuna ambientazione, perché nell’io vengono meno le differenze tra esercitare un ruolo ed essere se stesso, che appartengono alla struttura propria del singolo, sia nelle relazioni giuridiche che in quelle ludiche.
Il concetto
Concetto=esercitare un ruolo
Individualità=esistere come se stesso
Nella realtà e nella natura non esistono le parole che diventano concetti, ma entità o cose individuali; ad esempio, esistono diverse foglie nella natura, tutte diverse tra loro, non il concetto di foglia; (anche il concetto di giustizia per Nietzsche non esiste in natura). Vale lo stesso anche per il diritto e per il gioco, dove per le relazioni giuridiche e ludiche è necessario riconoscere, assumere e rispettare regole strutturate come concetti; ad esempio nel gioco del calcio se il pallone esce fuori dalle linee del campo, si ha un’azione individuale di un singolo giocatore, ma la regola che disciplina, qualifica e sanziona il superamento della linea nel campo, che accomuna gli individui giocatori è un concetto, un principio.
Nietzsche afferma che le leggi e le regole, possono essere definite come affini alla matematica. Nella prospettiva di Nietzsche, qualsiasi legge naturale, così come la natura nella sua totalità, rimane inaccessibile all’io, confinato nel subire-cogliere solo gli effetti di ogni legge della natura. Solo l’essere umano può osservare e numerare il succedersi nel tempo e nello spazio delle leggi e del loro relazionarsi; gli enti non umani non hanno la capacità di osservare o numerare, ma si trovano entro gli elementi che li ambientano e li esaudiscono.
I due fenomeni del diritto e del gioco sorgono grazie a delle regole-norme che non possono enunciate numericamente, ma che esigono essere espresse in parole e in concetti. Non si conosce alcun sistema giuridico che sia enunciato mediante i numeri.
Fissità e mobilità
L’istituzione di leggi e di regole evoca la fissità concettuale che si ritrova in contrasto con la mobilità della vita individuale. Nessun io parlerebbe a un tu se non condividendo le regole della lingua che attribuiscono un significato fisso alla parola e, attraverso poi il pensiero e il linguaggio creano delle ipotesi di trasformazione di quel che lo circonda; il passaggio da natura a cultura custodisce la fissità.
Metafore
Nietzsche sostiene che il parlante non cerchi la verità, ma designi solamente uno stimolo nervoso, trasferito da un’immagine prima: una prima metafora, l’immagine viene poi plasmata in un suono: una seconda metafora. Le metafore delle cose non corrispondono affatto alle essenze originarie, perché anche semplicemente all’interno di un dialogo tra due esseri umani si può notare come non consiste nel nominare le cose in sé, ma nell’usare i concetti in una rappresentazione sempre più lontana dalla realtà e qualificata a falsificare l’individualità delle cose. È come se non si dialogasse su quella determinata foglia, ma sul concetto di foglia.
L’essere umano si differenzia ad esempio da una tigre, perché non rimane confinato nel rapporto con le cose, ma nel rapportarsi ad esse si rapporta con se stesso; e nel rapportarsi a se stesso, l’io non inizia dal nulla, ma dalla cultura che si è già formata e pertanto ogni volta che deve lavorare su un oggetto non costruisce più lo strumento iniziale; l’io non si arresta al suo rapporto diretto-intuitivo con la singola cosa. La lingua comporta la formazione e l’impiego dei concetti, si ha una visione solo bio-strumentale della lingua, che servirebbe a rendere fissi i riferimenti alle cose, così che ognuno può dare forma alle diverse modalità di socializzazione, considerate utili per resistere alle avversità, per continuare la vita.
Analogicamente Sartre vede negli altri l’avversità che più intensamente minaccia l’essere umano, gli altri sono l’inferno: vengono costruite forme di raggruppamenti sociali per resistere a un tale inferno. Nietzsche ritiene che non possa esistere una sistemazione generale, concettuale e vera dei viventi universale, perché gli umani, rispetto ad esempio agli animali, hanno rapporti di percezione dell’ambiente differenti tra loro.
Fatti naturalistici e atti esistenziali
Il potere della vita consiste e si esaurisce nel continuare a vivere, non ha scopi, ma è il potere delle operazioni efficaci, affinché la vita non si arresti con la morte. È un potere che non riflette sul problema della giustizia e non si pone domande sul senso del vivere, ma si ha una ricerca e un conferire un senso che non si può esaurire nei fatti vitali, ma si manifesta in quegli atti che superano il livello unico della vita.
Diversamente dai fatti naturalistici, gli atti esistenziali, si impegnano nel rischio e nell’avventura, che avvolgono l’interezza dell’io dialogante con il tu, costudendo l’istituzione e l’amministrazione di leggi nel relazionarsi del diritto e del gioco. Il diritto e il gioco sono due fenomeni qualificati dall’istituzione di regole che disciplinano la giustizia-nomos e la verità-logos nelle relazioni giuridiche e ludiche. Le regole consistono nel porre un limite che libera gli esseri umani dal trovarsi in situazioni aperte ad una qualsiasi eventualità, ad una possibilità dove tutto è possibile.
Dialogo e duologo
Keplan afferma che si può ascoltare solo parlando con l’altro e non all’altro; viene posta una differenza tra identità e identificazione. L’identificazione consiste nel ruolo che si presenta anonimo, a differenza della identità che ha una esistenza del se stesso nella sua unica formazione della personalità dell’io, mai definitiva. Tra esseri umani confinati nelle identificazioni, non vi è un dialogo, ma un duologo.
Nel dialogo vi è un domandare e un rispondere, formativi di identità esistenziali perché chi enuncia la domanda e chi destina la risposta si trovano in una situazione caratterizzata da un entusiasmo per un’attesa e illuminata da una meraviglia che nasce dal fatto che la risposta alla domanda non possa essere anticipata nella comunicazione tra un io e un tu che risultano essere essenziali l’uno all’altro, non riducibili alla certezza dei numeri.
Difatti se da una parte vi è il numero che è unicamente quel che è, dall’altra c’è la parola, che è anche quel che non è; in quanto il numero non ha alcun senso, a differenza della parola che ne ha uno ed è aperta alla discussione della ricerca dialogica. Il numero è, proprio perché non è esposto alla interpretazione sul senso, mentre la parola si illumina con l’interpretazione che ne ricerca il senso; numero si conosce, non si interpreta.
Collettività e comunità
Keplan considera che nelle diverse forme di relazione tra persone, possano esistere la collettività e la comunità.
- Collettività: quando le persone si riuniscono insieme unicamente per delle operazioni funzionali, per dei ruoli e si esaudiscono in quei ruoli (fondamentalismo funzionale). Ognuno è scambiabile con l’altro, nessuno è unico nel suo sé stesso, ma tutti possono consumarsi in ruoli assunti per il loro essere funzionali al successo delle operazioni di un insieme.
- Comunità: quando ogni persona si impegna nella formazione originale, continua e mai ultima di sé stesso. Si avviano le relazioni dialogiche, centrate sul rischio della parola e non sulla certezza del numero.
Nella collettività gli esseri umani si relazionano in un duologo, non accedono al dialogo costitutivo di una comunità, dove c’è un parlare-ascoltare con l’altro e non all’altro senza ascoltarlo.
L’Io che si rivolge al Tu
Secondo Buber, quando si parla all’altro, ma non con l’altro, tutti si relazionano a parlare con un Esso, e non con un Tu. Nel duologo possono circolare solo informazioni funzionali, quindi si parla con un Esso, pre-calcolabile; nel dialogo invece si comunica in modo non funzionale perché si è sospesi nella meraviglia che sorprende; quindi, si parla con un Tu mai anticipabile.
I dati informazionali del duologo possono essere trattati dagli algoritmi, dalle macchine di intelligenza artificiale, non c’è una domanda e una risposta, ma solo transiti di informazioni; mentre i contenuti del dialogo è l’io che si rivolge ad un tu, la domanda di un io è tale perché è rivolta a un tu, se io domandassi a me stesso, avrei la padronanza della risposta, che invece è tale perché non è padroneggiata dal soggetto del domandare.
Ma la ricerca dell’Io e del Tu, sono essenziali l’uno all’altro in una reciprocità circolare che riafferma il principio di uguaglianza, nucleo fondamentale del diritto, centrato sulla coalescenza dell’isonomia e dell’isegoria.
Capitolo 1: Giustizia e giudizio: universalità ed individualità
Kierkegaard afferma che se si deve giudicare con serietà e verità si deve giudicare ogni Singolo. Il Singolo non viene inteso in senso numerico, il Singolo è un Io. Il giudizio può essere emesso esclusivamente nei confronti del singolo io, non può essere destinato ad una massa di individui, perché si riferisce al pensiero e alla volontà, personali e differenti l’uno dall’altro.
Il giudizio non è relativo al bestiame privo di un io e pertanto mancante del soggetto di una intenzione, costitutiva del pensiero e della volontà che concepiscono atti, al di là di fatti. Gli enti non umani si trovano ambientati in un complesso di fatti, di elementi naturalistici; solamente gli esseri umani eccedono i fatti e compiono gli atti, operando così nel dare senso, che appartiene all’intenzione.
Quando si nomina il fenomeno del diritto si fa riferimento al suo giudizio emesso dal magistrato imparziale che lo destina ad un io, ad un singolo essere umano, nella sua costituzione unica. Infatti, le relazioni giuridiche del diritto e in quelle ludiche del gioco sono tali perché si riferiscono principalmente all’atto del giudizio emesso dal magistrato nel primo caso e dall’arbitro nel secondo, i soli che applicano le norme-regole istituite e che possono superare le controversie tra l’Io e il Tu, non lasciando la soluzione alla forza o al caso. Il giudizio su una possibilità dell’Io è radicato nella regola, un limite normativo che si presenta secondo il confine decretato dalla necessità che consente di dire che è giusto-necessario rispettare l’altro, anche se tale rispetto potrà essere...
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