Capitolo 2: I fattori che creano la varietà delle imprese
Secondo la microeconomia tradizionale (quella neoclassica), nel mercato esiste un unico modello efficiente ed efficace di impresa, quindi non si considera che possano esistere imprese diverse tra loro. Ciò significa che in condizioni normali di concorrenza, tutte le imprese dovrebbero avere la stessa struttura, stesso comportamento, perché solo chi raggiunge la massima efficienza riesce a sopravvivere nel mercato.
Eventuali differenze tra imprese sono considerate eccezioni temporanee dovute a fattori come:
- Regole pubbliche: lo Stato può imporre delle regole che creano sotto-mercati riservati a imprese di determinate dimensioni. In questo modo, anche aziende non perfettamente efficienti possono restare sul mercato grazie a una protezione normativa;
- Quando arriva una nuova tecnologia, cambia la dimensione efficiente ottimale. Tuttavia le imprese che hanno già investito nella vecchia tecnologia non possono cambiare subito, quindi rimangono temporaneamente a un livello di efficienza diversa, finché non ammortizzano gli investimenti fatti;
- Economie di scala replicabili: in certi settori, le economie di scala (cioè la riduzione dei costi medi all’aumentare della produzione) possono essere replicate entro certi limiti. In questi casi, possono coesistere imprese di dimensioni diverse che usano stesse tecnologie e raggiungono livelli di efficienza simili;
- Domanda di mercato variabile o stagionale: se la domanda complessiva può essere soddisfatta da un’unica impresa efficiente, ma una parte della domanda varia nel tempo allora: l’impresa grande copre la domanda stabile e alcune imprese più piccole e flessibili coprono la domanda variabile. Ciò consente la coesistenza di grandi imprese e di piccole imprese nel mercato;
- Strategie aziendali diverse, come integrare fasi della filiera o diversificare la produzione, che portano alcune imprese ad avere dimensioni maggiori pur restando efficienti;
Al contrario, il superamento del paradigma microeconomico neoclassico si basa sull’idea opposta: si riconosce che esistono tante imprese diverse e ognuna con la propria competitività, con i propri comportamenti e strategie. Secondo gli studi di management, proprio la varietà tra imprese è ciò che alimenta la concorrenza e l’innovazione.
A influenzare questa varietà ci sono due tipi di fattori:
- Esogeni, i fattori esterni all’impresa, come ad esempio l’andamento dell’economia, la concorrenza, i cambiamenti tecnologici eccetera…
- Endogeni, cioè fattori interni all’impresa, come ad esempio la struttura proprietaria, il livello di managerialità e imprenditorialità, la struttura organizzativa, le risorse eccetera…
In generale, i fattori endogeni ed esogeni si combinano nel determinare la dimensione e la struttura di ciascuna impresa. Non è possibile stabilire quale dei due fattori pesi di più, poiché
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ogni impresa, in momenti diversi della sua storia, può essere influenzata più dall’ambiente esterno o più dalle proprie caratteristiche interne.
Inoltre, le strategie che un’impresa adotta possono a loro volta modificare i fattori che la influenzano. (Ad esempio una nuova strategia come la digitalizzazione, può modificare la struttura interna dell’impresa portando a nuovi ruoli, competenze o forme di governance).
Il paradigma strutturalista
L’impresa non è un soggetto che vive in isolamento, ma è collocata in un ecosistema composto da numerosi attori con cui instaura relazioni di vario tipo; questi sono definiti “stakeholder” i quali influenzano le decisioni dell’impresa (esempi: finanziatori, banche, clienti, dipendenti, eccetera).
Le relazioni che l’impresa intrattiene con questi soggetti possono avere diverse forme:
- Formali o informali, a seconda che si basino su contratti scritti oppure su rapporti personali e fiduciari;
- Unilaterali oppure bilaterali, quando il rapporto è imposto da una norma (esempio una legge) oppure nasce da un accordo reciproco;
- Più o meno intense, in base al loro impatto sull’impresa: per esempio, il “fallimento” di un cliente può avere effetti molto gravi, mentre altri eventi esterni come ad esempio la variazione di una valuta con cui non si commercia, possono essere irrilevanti;
- Cooperative o competitive, a seconda che si collabori (come con un’università per un progetto di ricerca) o si competa (come tra imprese che offrono sul mercato prodotti simili);
- Da cui derivano vincoli o opportunità, eventuali provvedimenti governativi nazionali possono rappresentare nuovi vincoli oppure nuove opportunità.
Tutte queste relazioni modellano la competitività dell’impresa, cioè ne influenzano la capacità di ottenere buoni risultati economici, sociali e ambientali.
Le differenze nel comportamento delle imprese dipendono dal fatto che esse sono storicamente modellate dal contesto sociale e istituzionale in cui si trovano. Nel paradigma strutturalista, l’impresa mantiene una propria capacità di scelta strategica, ma questa è fortemente condizionata dall’ambiente esterno: le regole, le istituzioni, la cultura eccetera in cui è inserita, ne limitano la libertà d’azione.
Di conseguenza, la diversità tra imprese viene spiegata non tanto da differenze interne, ma dalle diverse caratteristiche dell'ecosistema in cui esse sono inserite. Si possono distinguere due principali livelli di analisi:
- L’ecosistema localizzativo di tipo nazionale o locale e
- L’ecosistema settoriale e di mercato in cui opera l’impresa.
Il 1° riguarda il territorio e il sistema-paese (cioè l’insieme delle condizioni economiche, politiche, culturali e infrastrutturali di una nazione). Le imprese sono influenzate dalla storia, dalla cultura, dalle istituzioni e dal livello di sviluppo del luogo in cui operano. Questi
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elementi possono offrire vantaggi competitivi ma anche limiti, se il sistema è debole o non si adatta al cambiamento. Ogni paese infatti, genera un proprio modello di impresa, plasmato dalle sue specificità economiche e sociali.
Il 2° riguarda invece il settore e il mercato in cui l’impresa opera. Il tipo di settore in cui l’impresa opera incide sulle sue strategie e sulla sua organizzazione. Appartenere a un settore high-tech o low-tech comporta differenze nel grado di investimento in ricerca e sviluppo, nella conoscenza richiesta, nel modo di relazionarsi con i clienti eccetera… I settori differiscono anche per il loro livello di concentrazione (cioè per il numero e la forza delle imprese che vi operano), il che influisce sulla competizione e sulle strategie adottate.
La diversità dei capitalismi nazionali
Ogni impresa si sviluppa all’interno di un sistema economico nazionale, detto ecosistema nazionale. Questo ecosistema, che riflette il tipo di capitalismo presente in un paese, influenza il modo in cui le imprese nascono, crescono e competono. Pertanto, non tutte le imprese funzionano allo stesso modo, perché ogni paese ha regole, istituzioni, abitudini economiche che plasmano il comportamento delle aziende.
Il capitalismo anglosassone
Il capitalismo anglosassone possiede una serie di caratteristiche:
- Ruolo della borsa valori: la borsa valori svolge 3 funzioni principali:
- Finanziamenti delle imprese, anche per start-up innovative; le imprese possono raccogliere denaro vendendo le proprie azioni in borsa; chi compra le azioni diventa proprietario di una parte dell’impresa e fornisce capitale in cambio della possibilità di guadagnare se l’azienda va bene; questa è importante perché permette alle nuove imprese di ottenere fondi per crescere, senza doversi indebitare con le banche;
- Controllo dell’efficienza manageriale, gli azionisti vogliono essere sicuri che le imprese in cui loro mettono i soldi siano gestite bene; pertanto, la borsa impone regole molto rigide di trasparenza e informazione: le imprese devono pubblicare bilanci chiari, veritieri e sottoposti a controlli;
- Trasferimento della proprietà dell’impresa: se un’impresa non funziona bene gli azionisti possono cedere il controllo a chi può gestirla al meglio.
Il mercato azionario è sostenuto da istituzioni pubbliche e private (come banche, fondi pensioni, venture capitalist) che assicurano trasparenza e correttezza. Questo sistema facilita la crescita delle imprese innovative perché possono ottenere capitale anche senza avere grandi risorse proprie.
- La flessibilità del mercato del lavoro: le imprese possono assumere e licenziare dipendenti rapidamente, senza grandi vincoli legali. Questo riduce i rischi legati all’incertezza sui futuri risultati aziendali e incoraggia le imprese anche di piccole dimensioni a investire in personale qualificato, sapendo di poter adattare rapidamente l’organico in base alle performance del business.
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- Il ruolo della concorrenza tra le imprese: nel modello capitalistico anglosassone e in particolare negli Stati Uniti, la concorrenza tra le imprese è considerata un elemento essenziale per garantire efficienza, innovazione e tutela dei consumatori. Già alla fine dell’ottocento, gli Stati Uniti furono i primi a introdurre leggi specifiche per promuovere la concorrenza e limitare gli abusi di potere economico. Il primo e il più importante esempio è lo Sherman Act del 1890, una legge che mirava a impedire che poche imprese dominassero interi mercati. Al contrario in altri paesi, come l’Italia, la regolamentazione della concorrenza è arrivata più tardi infatti l’autorità garante della concorrenza del mercato è stata istituita solo nel 1990. Inoltre, un altro aspetto importante del modello anglosassone è la forte tutela dei consumatori. Negli Stati Uniti esistono da tempo associazioni a tutela dei consumatori che possono intraprendere cause giudiziali incisive, per esempio grazie alla cosiddetta class action, che permette a più persone di unirsi in un’unica causa contro un’impresa accusata di comportamenti scorretti. Questo meccanismo sostenuto dal sistema legale americano, rafforza la responsabilità delle imprese e incentiva comportamenti più corretti verso società e ambiente.
- Ruolo della ricerca e sviluppo militare: la ricerca e sviluppo viene finanziata dal governo federale nel campo dell’industria per la difesa. Negli USA infatti, una parte molto significativa degli investimenti in ricerca è legata alla difesa nazionale, ma spesso le innovazioni nate in ambito militare vengono poi applicate anche in campo civile.
Il capitalismo tedesco
Il capitalismo tedesco presenta le seguenti caratteristiche:
- Importanza di alcuni settori manifatturieri, come ad esempio: settore automobilistico, chimico, meccanico eccetera… Questi settori sono chiamati scale intensive, perché richiedono grandi investimenti e producono su larga scala.
- Centralità della ricerca scientifica applicata a favore di queste industrie manifatturiere, la Germania punta molto sull’innovazione tecnologica e sulla qualità industriale, finanziando la ricerca non solo all’interno delle imprese, ma anche tramite università e istituti specializzati, come i famosi istituti Fraunhofer (sono centri di ricerca pubblici e semi-pubblici, dove le imprese, anche piccole, possono rivolgersi presentando un problema tecnico e dei ricercatori lavorano per trovare soluzioni concrete e innovative. Questo sistema consente di collegare strettamente scienza e industria, favorendo lo sviluppo di tecnologie avanzate per esempio nel campo della chimica verde, delle auto ecologiche e delle energie rinnovabili.
- Rilevanza, negli organi decisionali delle grandi imprese, delle rappresentanze dei lavoratori. Nelle grandi imprese, i consigli di sorveglianza sono composti dai rappresentanti degli azionisti e dei lavoratori. Questo favorisce un dialogo costruttivo tra lavoratori e datore di lavoro, riduce i conflitti e aumenta la produttività.
- Presenza di banche cosiddette miste. Le banche tedesche non si limitano a erogare credito a favore delle imprese, ma partecipano attivamente alla loro vita infatti possono anche diventare azioniste. Questo crea un rapporto stabile duraturo tra banche e impresa: la banca ha interesse che l’impresa cresca e non fallisca.
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Il capitalismo francese
Nel capitalismo francese lo Stato tende ad assumere un “ruolo dirigista” nell’economia. Lo Stato infatti non si limita a regolare l’economia, ma interviene direttamente, finanziando e coordinando grandi progetti industriali o tecnologici, questi progetti hanno l’obiettivo di creare competenze avanzate e stimolare la ricerca sviluppo all’interno delle imprese francesi. Le imprese collaborando con lo Stato, sviluppano nuove tecnologie, migliorano la loro produttività, eccetera. Le caratteristiche del capitalismo francese:
- Ruolo dello Stato nel perseguimento di progetti nazionali di sviluppo industriale, lo Stato francese fin dagli anni 60 ha svolto un ruolo decisivo nel favorire la nascita e la crescita di settori industriali strategici, attraverso grandi progetti di investimento pluriennali. Tra gli esempi più importanti ci sono: la realizzazione del Concorde, un aereo passeggeri supersonico, che ha permesso alla Francia di acquisire una posizione di eccellenza nell’industria aeronautica, da cui nacque poi AirBus, uno dei principali produttori mondiali di aerei;
- Ruolo dello Stato nell’economia tramite la proprietà, parziale o totale, di molte imprese in alcuni settori considerati strategici. Lo Stato partecipa direttamente al capitale di molte aziende considerate fondamentali per l’interesse nazionale. È azionista, parziale o totale, in settori come: i trasporti, le industrie, le telecomunicazioni, eccetera;
- Ruolo dello Stato nel proteggere gli assetti proprietari nazionali. Un’altra caratteristica del capitalismo francese è la tutela delle imprese nazionali contro l'acquisizione da parte di soggetti stranieri. Nel 2008, il governo francese ha creato il Fonds Stratégique d’investissement, con lo scopo di sostenere finanziariamente imprese francesi e di difenderle da possibili acquisizioni da parte di soggetti imprenditoriali esteri. Lo Stato inoltre ha promosso importanti nuclei proprietari incrociati tra banche, assicurazioni e industrie francesi, in modo da rendere più difficile l’ingresso di capitali stranieri nel controllo delle grandi aziende.
Il capitalismo italiano
Il capitalismo italiano presenta alcune peculiarità che lo rendono piuttosto diverso dai precedenti capitalismi nazionali.
Tra le sue caratteristiche abbiamo:
- Una specializzazione manifatturiera nei settori tradizionali quali l’alimentare, il tessile, l’abbigliamento, le calzature, l’orafo, il mobile e le ceramiche. Si tratta di settori in cui prevale la qualità artigianale, la creatività e il design, piuttosto che la grande produzione industriale di massa;
- Una dimensione medio/piccola delle imprese. Circa il 95% delle aziende italiane impiega meno di 10 dipendenti. Questo contrasta con quanto avviene in altri paesi, come la Germania e la Gran Bretagna, dove prevalgono dimensioni decisamente superiori;
- Un soggetto proprietario delle imprese molto concentrato e, in genere, riconducibile a un nucleo familiare. La proprietà delle imprese italiane è spesso familiare e molto
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- Concentrata: nella maggior parte dei casi infatti il controllo resta nelle mani di un unico nucleo familiare, che gestisce direttamente l’attività aziendale. Anche tra le società quotate in borsa, le famiglie mantengono un ruolo dominante, mentre è limitata la presenza dello Stato o delle istituzioni finanziarie. Contrariamente al modello tedesco, nel sistema italiano le banche non partecipano direttamente al capitale delle imprese manifatturiere;
- Un'agglomerazione di piccole medie imprese industriali nei settori industriali. Un elemento chiave del modello italiano è la presenza dei distretti industriali, soprattutto nel nord e nel centro del paese. Si tratta di aree in cui sono concentrate molte piccole e medie imprese specializzate in diverse fasi di una stessa filiera produttiva. Questa forma di cooperazione locale permette di aumentare la competitività, di condividere conoscenze, saperi, eccetera e di ridurre i costi.
- Un basso livello di ricerca e sviluppo, perseguito dalle imprese manifatturiere, al fine di favorire innovazioni tecnologiche di prodotto. L’Italia si caratterizza per un livello di ricerca e sviluppo relativamente basso, ma le imprese compensano questa carenza puntando su innovazioni legate allo stile, al design, alla creatività e al marketing.
La diversità dei modelli locali di sviluppo
I modelli locali di sviluppo rappresentano i diversi modi in cui le imprese si organizzano e si sviluppano all’interno di un territorio. Ogni area ha caratteristiche proprie che possono favorire o limitare la crescita economica delle imprese che vi operano.
Ci sono vari criteri per identificare un modello locale di sviluppo territoriale tra i quali: livello di specializzazione settoriale; esistenza o meno di filiere strutturate; grado di concentrazione dimensionale; livello di infrastrutture e materiali o immateriali presenti.
- Fa riferimento a quanto un territorio è concentrato su un solo settore economico o, al contrario, diversificato. Un’area diversificata, è più stabile perché non dipende dall’unica attività anche se perde alcune opportunità di collaborazione tra imprese dello stesso settore. Un’area specializzata in un solo settore può essere molto efficiente ma anche più vulnerabile in caso di crisi.
- Indica la presenza, nello stesso territorio, di imprese a
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